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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone.

Fogli e Parole d'Arte

non ha scopo di lucro, non propone alcuna pubblicità e ha come unico interesse la diffusione della cultura.
Pertanto, le immagini pubblicate si attengono all'a
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Testuali parole

I social hanno ucciso le stelle di internet

 

Sono trascorsi più di 30 anni da quando Internet è diventata uno dei miei principali interessi e una delle mie principali occupazioni. A irregolari intervalli di tempo, tra i cinque e i dieci anni per intenderci, ho scritto qualche considerazione in merito al rilievo che la rete stava assumendo nelle nostre vite: dapprima con toni entusiastici (ricordo bene i consigli per svolgere la tesi di laurea utilizzando i motori di ricerca), poi con qualche meritata perplessità sull’uso che se ne faceva, e infine con molti dubbi sulla infima qualità di troppi siti web e con molta paura per l’incremento diffuso delle fake news. Mi sono peraltro sempre impegnato nell’utilizzo didattico di tutto ciò, visto che per oltre un ventennio sono stato incaricato di occuparmi dei meravigliosi progetti ministeriali per incrementare l’uso dell’informatica a scuola (tutti fallimentari), e ho progettato e mantenuto i siti web degli istituti in cui insegnavo (non Informatica, ma Storia dell’Arte).

Nel frattempo, coniugando appunto le mie occupazioni e megalomanie di studioso, di docente e di webmaster dilettante, ho partecipato all’attività di alcune riviste on line, tra cui European Art Magazine, Bollettino Telematico dell’Arte, Artonweb, l’editore Apogeo, e soprattutto le due riviste di filosofia Kainòs e Azioni Parallele in cui svolgevo ruoli redazionali. Nel frattempo, ho anche fondato, diretto e pubblicato dal 2007 la mia rivista d’arte on line che malgrado tutto sopravvive dopo oltre 18 anni, Fogli e Parole d’Arte. Ho scritto decine (mi tengo stretto, devono essere centinaia) di articoli e in qualche caso ho avuto il piacere di vederli citati, visitati da migliaia di utenti, persino apprezzati.

Qualche tempo fa, in una email diretta ai miei collaboratori di FePdA, ho scritto che i social media stanno uccidendo Internet. Quando saltò fuori LinkedIn, nel 2003, ricordo bene che un amico mi suggerì di iscrivermi, ma entrambi – ridendo – ci accorgemmo che non avevamo bene idea di che cosa fosse e a cosa servisse; continuo a pensare che non serve a nulla. Nel 2004 fu il turno di Facebook, mi iscrissi forse nel 2005 e dopo due settimane mi cancellai, convinto che fosse una forma adolescenziale di gossip; e avevo ragione. Negli anni successivi feci un tentativo di mettere la mia rivista su Instagram, e mi segnai persino su Twitter, ma anche qui la mia resistenza non andò oltre le tre o quattro settimane. Su TikTok non ho mai neppure provato a mettere piede, forse per semplice pigrizia o per non surclassare in demenza il giovane Khabi.

Uso diverse ore al giorno (lo so, sono troppe) il cellulare per informarmi, grazie agli abbonamenti sul New York Times e su Repubblica, per aggiornarmi su mostre e esposizioni, per vedere qualche vignetta umoristica, per leggere la posta su gmail, per leggere le previsioni del tempo, a volte per giocare a scacchi. Uso il PC quotidianamente per controllare le altre caselle di posta (temo di averne quattro a mio nome), per scaricare immagini e notizie necessarie a scrivere i miei articoli, per catalogare fotografie e per utilizzare programmi avanzati di grafica come Gimp e Blender. Ovviamente, quando serve, uso questi PC o cellulare anche per fare biglietti d’aereo, prenotazioni di alberghi, ecc. Non uso sistemi operativi Windows o Apple, ma il più sicuro e costruttivo nonché anarchico Ubuntu, basato su Linux.


    

 

Con tutto questo sto cercando di fornire al lettore qualche dettaglio per inquadrare meglio “dall’alto di quale pulpito” scrivo ciò che sto per scrivere, ovvero un atto di accusa totale contro i social media.

A posteriori, ho inquadrato almeno tre argomenti decisivi:

  1. i social media consentono agli ignoranti di spacciarsi per conoscitori e consentono a malintenzionati di approfittarsi di ingenui; inoltre, non distinguono tra vero e falso e anzi tendono a dare maggior spessore alle falsità;

  2. i social media non amano i dati di fatto e gli approfondimenti, ma le informazioni istantanee e faziose;

  3. i social media promuovono e sono adatti a personaggi ridicoli molto più che a persone serie.

Discorsi di un vecchio bacchettone che recupera la leggendaria frase di Umberto Eco sulle “legioni di imbecilli” che usano la rete? Discorsi di chi non vede la modernità e rimpiange il passato (anche se è un passato prossimo)? Nient’affatto, mi sento e sono del tutto al passo con i tempi; e modestamente credo proprio che la mia posizione sia molto più avanzata di quella dei social media, perché ne vedo e distinguo le aberrazioni. Ma ecco le mie argomentazioni per l’atto di accusa:

1) Sull’ignorante che si spaccia per conoscitore ho scritto nel 2019 un articolo, “Menzogne e differenze”, sulla rivista Azioni Parallele, al quale rimando. Eccone una citazione:

Tra gli aspetti pericolosi del Web si deve invece inserire, a mio parere, il propagarsi di siti apparentemente seri e ben strutturati, ma costruiti per attirare gli ignoranti, che non sono ignoranti nel senso generale del termine, ma ignoranti in specifici settori. Alcuni quotidiani on line sono smaccatamente di parte, ripetendo le ben note strutture di tanta informazione cartacea che traveste la realtà in pura fantasia, ma ce ne sono altri che giocano su apparenti dati di obiettività per costruire trappole intellettuali. Forse anche questo non è nuovo, ma se in passato per diventare primo ministro bisognava avere qualità politiche o essere padrone di varie reti televisive, oggi un mediocre studioso di economia può diventare senatore grazie a un blog ben costruito.


Sull’argomento degli influencer ho scritto nel 2021 un articolo, sempre su Azioni Parallele, “Il cattivo influencer”. Ne traggo qualche citazione:

Tesi di laurea, studi di settore, analisi statistiche, tutti dicono la stessa cosa, che gli influencer fanno guadagnare un sacco di soldi a se stessi e a quelli di cui si occupano. Se quindi l'influencer Z comunica (sul suo blog, su Instagram, su Facebook, ecc.) che il prodotto X è ottimo, i produttori di X controlleranno quale aumento di vendite ha determinato l'affermazione di Z e gli corrisponderanno del denaro in proporzione. 

L'argomento non è nuovo, gli opinionisti o anche opinion maker ci sono sempre stati, e la pubblicità è l'anima del commercio; nuovo è soltanto il mezzo rapidissimo e diretto fornito dalla rete di Internet. 
Ci sono naturalmente influencer di ogni tipo, sulla moda, sulla musica, sullo sport, sul turismo, sulla salute, sulla cucina, molto pochi quelli culturali purtroppo, molti di più quelli politici. Da diversi anni, forse - come molti suggeriscono - dal 2008 con l'elezione di Obama alla Casa Bianca, i politici hanno capito che i social sono il nuovo terreno da conquistare, meglio della televisione o della radio o dei giornali. Il blog di Beppe Grillo, da principio in veste quasi ecologista, ha portato l'attore comico genovese a fondare un partito che infine nel 2018 ha ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni politiche italiane.

"Andar dietro a qualcuno" è una scelta di parole povere ma esplicite, mentre lo stesso concetto è stato studiato e catalogato dagli psicologi, che hanno coniato formule come "attenzione selettiva", "pregiudizio di conferma", "illusione di frequenza". Una volta stabilito che quell'influencer la pensa proprio come noi e ci piacerebbe potesse fare scelte per tutti, seguiremo solo quello che dice lui ignorando il resto (attenzione selettiva), troveremo solide conferme laddove quelle scelte sono alla base di un programma (pregiudizio di conferma) e cascheremo nell'equivoco di spiegare tutto il mondo reale tramite le coincidenze positive tra un fatto e l'altro (illusione di frequenza).

 

2) In passato, intendo circa trent’anni fa!, ho spiegato in un articolo come procurarsi il materiale per scrivere una tesi di laurea - ad esempio su John Steinbeck - utilizzando la rete, e in un’altra occasione ho analizzato il materiale a disposizione on line per informarsi sul pittore vedutista Bernardo Bellotto, che tuttora viene spesso scambiato con suo zio Antonio Canal detto il Canaletto. Oggi le indicazioni necessarie per quelle due ricerche sarebbero in parte diverse, ma continuerebbero a concentrarsi sul web. Il problema nuovo tuttavia è che su Steinbeck e su Bellotto esistono molte altre notizie, immagini, tesi di laurea, articoli di buon livello, ma anche una marea di stupidaggini, notizie errate, articoli e commenti inutili, e via dicendo. È la dimostrazione che la quantità non va d’accordo con la qualità, e che distinguere il falso dal vero è sempre più difficile a prescindere dal tema di riferimento.

3) Persone ridicole ce ne sono a bizzeffe nel mondo, e probabilmente per molti sono io a essere ridicolo quando me la prendo con i social. Il vero problema è che ci siamo incredibilmente abituati al ridicolo e non siamo più capaci a identificarlo. Tempo fa una donna di Napoli su TikTok ha esaltato la bellezza di Roccaraso e pochi giorni dopo la piccola località è stata sommersa da turisti improvvisati che si erano esaltati per le parole di quella donna; ma se si ascoltano le parole, il tono e i contenuti di quel discorso è difficilissimo non trovarli ridicoli. Del resto, le parole, il tono e i contenuti dell’attuale presidente degli USA sono ancora più ridicoli, ma milioni di persone lo hanno votato per quella carica. Se allora è la maggioranza a stabilire cosa è e cosa non è ridicolo, è chiaro che io sono in minoranza e che ridicolo sono io. E alla fine il succo del discorso è proprio questo: i social media stanno uccidendo Internet, come scrivevo in quella email, e stanno modificando la nostra percezione del mondo. Con testardaggine tuttavia non intendo cambiare la mia percezione: 

A) mi informo, scrivo e cerco di essere obiettivo; per farlo, consulto con attenzione le fonti, ne soppeso i contenuti, evito le esagerazioni, sto ben lontano da Reddit e da siti del genere; in Italia Pagella politica e BUTAC sono tra i pochi siti di cui ci si può fidare per controllare le affermazioni fatte sui social;

B) non leggo ad alta voce i miei articoli e non ascolto podcaster o youtuber, perché la parola scritta ha l’enorme vantaggio di poter essere riletta, riveduta, rallentata e anche messa in discussione; solo in qualche occasione ho usato audio e video necessari alla comprensione di opere di architettura complesse;

C) non scrivo su Facebook, non mi faccio selfie su Instagram, non posto video su TikTok, non insulto nessuno su X; questi luoghi virtuali sono molto simili al bar del paese dove tutti si sentono in dovere di esprimere opinioni su cose di cui in realtà non sanno nulla. Mio malgrado, ho sentito dire che gli uomini non sono andati sulla Luna, che i vaccini non servono a nulla, che papa Francesco non era il papa, che l’euro ha distrutto l’Italia, che Putin non ha invaso l’Ucraina, … le corbellerie sono infinite. 


Al bar del paese potranno pure esserci cento persone, ma nei luoghi virtuali si arriva a centinaia di migliaia, e se gente come Beppe Grillo, Alberto Bagnai, Roberto D’Agostino, Alessandro Orsini, Diego Fusaro, Alessandro Di Battista e la ridicola influencer di Roccaraso frequenta l’affollatissimo bar del paese e farnetica, purtroppo non possiamo farci nulla: ma potremmo tutti smettere di andare in quel bar e di doverla ascoltare.

 


 

PS

Il mio settore di specialista, la Storia dell’Arte, non è tra i più colpiti all’interno dell’attuale Internet, o almeno così mi sembra. Sicuramente è spunto di dileggio e turpiloquio tutta quell’arte contemporanea che è uscita dai canoni e ha prodotto spesso risultati discutibili; Cattelan, per fare un esempio, è un facile bersaglio con le sue trovate, il WC d’oro, la banana, i piccioni imbalsamati. Al contrario, molti siti d’arte sono interessanti e utili, e le chiacchiere sembrano in generale abbastanza ridotte. Piuttosto, proliferano le attribuzioni e le interpretazioni di opere fornite da dilettanti che – non so bene come – riescono a organizzare conferenze stampa e presentazioni di cui poi si parla perlomeno per qualche tempo. Negli ultimi mesi sono comparse sui giornali due attribuzioni di quadri e una statua addirittura a Michelangelo, con gli ormai consueti titoli che contengono le parole “segreto”, “mistero”, “enigma”. I giornali pubblicano sapendo che l’articolo verrà letto proprio per via di quelle parole, e non si curano delle evidenti lacune nei discorsi proposti. In particolare, i due quadri di Michelangelo sono invece quasi sicuramente di altri, e il fatto è evidente già nella loro storia. Ma cercare forzatamente la paternità del maestro equivale a moltiplicare per mille il loro valore, e quindi come sempre va ricercata la motivazione economica per spiegare il fenomeno.

Un esempio al contrario è la scarsa notorietà data alla seria e credibile interpretazione della Flagellazione di Piero fornita ormai anni fa da un’eccellente studiosa come Caterina Zaira Laskaris. Ben pochi al di fuori degli specialisti ne hanno parlato, e qui si può intuire che il meccanismo del “segreto” e del “mistero” non è scattato, forse proprio perché Laskaris ha intitolato i suoi interventi al negativo, “L’enigma inesistente”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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