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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Architetti, architettura, design

Il Reichstag di Wallot, Christo e Foster

 


Il Reichstag impacchettato

A lungo, perlomeno dal dopoguerra al 1990, Berlino non è stata una città attraente per il turismo. Città divisa, di accesso difficile per gli occidentali, maltrattata nel settore orientale – il più bello e antico - controllato dai sovietici, Berlino è diventata una meta di viaggio solo dopo la sua riunificazione e in realtà si può porre una data d'inizio alla sua nuova vita, il 1995, quando Christo e Jeanne-Claude ebbero il coraggio, insieme al Senato della città-stato, di impacchettare il Reich­stag ancora privo di cupola. Furono mi­lioni i turisti – in gran parte tedeschi - accorsi a vedere quell'incredibile pacchetto di tela grigia di varie migliaia di metri cubi, e da quel momento il nuovo de­stino della città, un cantiere a cielo aperto per le nuove meraviglie dell'architettura, fu segnato.

Pochi anni dopo fu completata la ristrutturazione dell’edificio. La nuova cupola, parte del progetto globale di Norman Foster, è oggi uno dei luoghi più visitati e amati di Ber­lino, un oggetto architettonico che possiede l'apparente semplicità dei capolavori; copre il vecchio palazzo del Reichstag, oggi sede del Bundestag (ovvero del Parlamento tedesco), completa­to nel 1894 su progetto di Paul Wallot.

Il Reichstag oggi visto dalla Spree

E’ un edificio neoclassi­co con un monumentale pronao di ingresso che lo apparenta a molti al­tri edifici ottocenteschi, come il British Museum di Londra o il Parlamento di Vienna. Caratteristica originale e ben visibile era la grande cu­pola che lo sormontava, costruita in ferro e vetro secondo la voga ingegneri­stica del periodo. Nel 1933 un misterioso incendio prestò ai na­zisti l'occasione per sospendere l'attività democratica nell'edificio e du­rante la guerra i bombardamenti subiti e la riconquista da parte dei rus­si, im­mortalata da una fotografia divenuta emblema della fine della guerra, fecero del Reichstag il triste simbolo dell'unità perduta della Germania e della sua sconfitta.

Rimasto nel settore occidentale, ma a due passi dal Muro, l'e­dificio non venne risanato ma in qualche modo messo a tace­re. Nel 1954 i resti della cupola originale furono demoliti e ne­gli anni Sessanta furo­no ese­guiti restauri conservativi sull'esterno e protettivi all'inter­no. Di fatto, per oltre quarant'anni poco utilizzato come filiale del Parlamento di Bonn, il 3 ottobre del 1990 il Reichstag tornò agli onori della cronaca come sede non casuale dell'atto di Riunificazione voluto da Helmut Kohl, alla presenza tra gli altri di un protagonista come Willy Brandt, ex cancelliere della Germania Federale, ex borgomastro di Ber­lino ed ex soldato della guerra al nazismo. Sempre qui, in una riunione del Bundestag, il 20 giugno 1991, si decise di riportare la ca­pitale a Berli­no, e il 19 aprile del 1999 si svolse la prima seduta del nuovo Parla­mento della Germania riunita.

Il restauro di Foster non è stato tuttavia un'operazione sempli­ce o pre­vedibile, ma si è posto anzi come un modello straordi­nariamente vitale per la ricostruzione della città. Alla base, nel­la concezione architetto­nica, artistica e politica del mae­stro inglese, troviamo gli ideali stessi della democrazia: la tra­sparenza del potere, l'eguaglianza dei cit­tadini, il rispetto della storia.

La cupola del Reichstag vista dall'esterno e dall'interno;
la foto in basso mostra la base rovesciata dello Scultore di Luce all'ultimo livello. 

I lavori di normalizzazione del palazzo, che molti, tra cui San­tiago Calatrava vincitore nel 1992 di un primo concorso per la ristrutturazio­ne, volevano svuotare completamente lasciando in piedi solo l'involu­cro esterno, hanno infatti portato alla luce numerose testimonianze dell'edi­ficio originale e degli interventi del dopoguerra. Foster si convinse al­lora della necessità di mantenere intatte le testimonianze più interessan­ti, pur all'in­terno di una revisione funzionale della struttura e delle divisioni interne, tenendo in massimo conto che il Bundestag, cioè l'or­ganismo parlamentare federale che trova sede nel palazzo tut­tora deno­minato Reichstag (ingenerando qualche confu­sione anche nei cittadini tedeschi), è il cuore stesso della Repubblica, il luogo e il sim­bolo della democrazia, e deve rappresentare l'u­nità e la civiltà tedesca.

A questo scopo Foster svela l'interno grazie alla trasparen­za dei vetri e all'apertura degli spazi e definisce un unico in­gresso per tutti, deputati, cittadi­ni, visitatori, dal grande pronao sul lato occiden­tale, sotto la scritta cubitale Dem Deutschen Vol­ke (Al popolo te­desco). La posizione attuale dell'edificio, com'è venuta a determinars­i dalle ultime ristrutturazioni urbane, lo valorizza poi notev­olmente: sul lato orientale lungo la Spree, infatti, il Reich­stag è fronteggiato e rispecchiato dalle nuovissime sedi degli uffici del Parla­mento, in un angolo della città privo di traffico e di rumore, mentre verso nord a poche centinaia di me­tri in linea d'aria si trovano il Kanzleramt (sede del cancellierato) e la spetta­colare Hauptbahnohof (principale stazione ferroviaria), gigante anch'esso coperto di vetro.

La cupola resta comunque l'elemento più popolare e appari­scente del lavoro di Foster e merita attenzione sia per le scelte formali sia per quelle tecniche. L'architetto inglese ha voluto collocare questo grandioso oggetto d'acciaio, alto 23 metri e largo 40, pesante oltre mil­le tonnellate e rivestito da due strati di vetro, poggiandolo sulla nuova co­pertura piana del palazzo, resa praticabile e dotata di aree ricreative sia per i visitatori sia per i funzionari dello Stato. In realtà la cupola si so­vrappone a un elemento conico capovolto, detto da Foster il Light sculp­tor, che penetra nella sottostante grande sala del parlamento e che è ret­to dalla struttura stessa della cupola.

Lo Scultore di luce è pesante 300 ton­nellate, largo da 2 metri e mezzo fino a 16, il cono è rivestito da specchi di vetro che assorbono la luce esterna, mossi da un mecca elettro­nico che giorno per giorno segue la traccia celeste del sole; viceversa, quando la luce elettrica è accesa nella Camera sottostante, il cono riflet­te la luce sulla cupola e segnala alla Capitale che il Parla­mento lavora. Anche la ventilazione interna è garantita da sofisticati sistemi eco-com­patibili, che sfruttano le correnti naturali e quelle in­dotte tramite scam­biatori di calore. Se questi dati tecnologici sono ri­levanti, il per­corso in­terno nella cupola, ripreso sicuramente dalla tra­dizione rinasci­mentale, è comunque e sicuramente di grande sugge­stione formale, con le ampie rampe elicoidali che consentono al visita­tore di galleggiare so­pra il pa­lazzo e nel cielo di Berlino.


Una tavola del progetto di Christo per Berlino

 

 
Dettagli dell'impacchettamento

Fu prima dell’inizio dei lavori diretti da Foster che Christo potè infine impacchettare il Reich­stag secondo un progetto pronto da anni. Uno smisurato manto argenteo, stret­to da corde azzurre, chiuse come un bozzolo la struttura del palazzo, lasciandone comunque intuire i volumi e le articolazioni. Personalmente ricordo ancora i manifesti che proponevano bizzarramente prodotti nascosti da stoffe argentate e corde azzurre, celebrando il successo visivo e anche pubblicitario dell’operazione di Christo. E anche il Senato cittadino (Berlino è una città-stato governata da un suo particolare apparato) nell’estate del 2025 ha dimostrato la sua riconoscenza, imbastendo una originale commemorazione: alcuni potenti proiettori hanno usato la facciata del Reichstag come uno schermo, ricreando l’immagine di quello smisurato manto argenteo creato da Christo e Jeanne-Claude.


2025, trent'anni dopo: la proiezione sul Reichstag dei teloni di Christo

Christo Javacheff è statotra gli artisti più noti a livello universale, anche se spesso la sua fama è stata popolarmente negativa: era quello che impacchetta i monumenti. La sua carriera è costellata da progetti colossali, che incredibilmente è spesso riuscito a concludere, magari a decenni di distanza dalle prime bozze e persino dopo la morte (avvenuta nel 2020, la moglie Jeanne-Claude era mancata già nel 2009). Dai Packages di fine anni Cinquanta alle strepitose invenzioni del Duemila, come The Gates del 2005 nel Central Park di New York oThe Floating Piers del 2014 sul lago d'Iseo, l’attività di Christo è stata ininterrotta ed estremamente coerente. Nel suo caso, il concetto di effimero, legato alla memoria delle feste barocche, è perfettamente chiaro. Va anche sottolineato come la transitorietà di queste opere sia per così dire alleggerita dalle testimonianze fotografiche e cinematografiche, ben più precise dei disegni di un tempo.

L'idea di coprire l'oggetto di consumo fu in fondo una sorta di contro-Pop Art: il consumismo e la pubblicità diventano opera d'arte, che siano visibili o no. Christo già negli anni Sessanta scatenava la sua fantasia immaginando di coprire con stoffe e teli oggetti architettonici famosi, quali il Ponte Sant'Angelo a Roma o l'Arc de Triomphe a Parigi. Sarebbe poi passato a dimensioni geografiche, entrando di diritto tra gli esponenti della Land Art, circondando isole e collegando sponde di laghi, con un incredibile esborso di denaro. Quali problemi si presentino con progetti simili lo ha spiegato lo stesso Christo in molte occasioni, tra cui una bella intervista a Germano Celant riportata nel catalogo di una personale dell'artista a Brescia nel 2014:  

Ogni nostro progetto trasforma letteralmente lo spazio o l’edificio in uno spazio artistico”. Abbiamo pagato 3 milioni di dollari al comune di New York per avere Central Park a disposizione per tre mesi e realizzare The Gates. Lavoriamo anche sui diritti d’autore e sui marchi di tutti i progetti, e per questo non permettiamo che si svolgano attività nell’area di lavoro, tenendo conto anche del fatto che studiare e preparare le opere è molto complicato, come lo è ottenere il diritto di realizzarle.

E sul Reichstag:

Ricordo molto bene la delicatezza con cui la gente toccava il tessuto del Reichstag, come fosse una pelle o qualcosa di ancora più intimo... Per realizzarlo, a Berlino, abbiamo dovuto ricorrere a degli operai edili – era un lavoro semplice ma si trattava pur sempre di un intero edificio... come nei palazzi in costruzione a Manhattan, abbiamo montato delle impalcature, al di là delle quali si è lavorato senza essere visti all’esterno. Era fuori discussione: nessuno doveva vedere se non l’intervento finito! Tutto il posizionamento del tessuto è stato fatto da climbers, e durante i lavori il cantiere era isolato da una recinzione che abbiamo tolto quando abbiamo finito di impacchettare il Reichstag. Da quel momento migliaia di persone hanno iniziato a camminargli intorno, si sono avvicinate per toccare l’architettura, il tessuto... si appoggiavano sulla sua superficie per vedere quanto rientrasse...


Nei disegni di Christo, l'Arco di Trionfo impacchettato, i Gates a Manhattan, i moli del Lago d'Iseo 


Anche Christo ha giocato sulla idea di un'arte che non è più costruzione da zero di un oggetto, ma una sorta di connessione intellettuale con la realtà o con la storia. Coprire l'oggetto di consumo poteva essere un gesto polemico, ma la copertura di un intero edificio rappresentava un gesto clamoroso, una colossale trovata pubblicitaria che finiva per valorizzare a ritroso l'oggetto provvisoriamente nascosto. Il riutilizzo di materiali, o la loro conversione in “qualcos’altro”, fa parte della stessa prospettiva progettuale. Le scelte costruttive, ovvero di opere del tutto nuove per quanto non durevoli, lo spinsero in un territorio progettuale di estremo interesse, sospeso tra design, architettura e installazioni artistiche; dopo la cancellatura, si potrebbe dire, arriva la sottolineatura. E per fare un confronto, non va dimenticato che qualunque mostra, expo, biennale, quadriennale, è per sua natura un progetto a termine, che si chiude visivamente e fisicamente, ma che non scompare dalla memoria degli uomini.

 

 

 

 

 

 

 

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