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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone.

Fogli e Parole d'Arte

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Testuali parole

Norman Rockwell

 



La situazione attuale degli Stati Uniti d’America, governati da un milionario di scarsa cultura e di dichiarate simpatie suprematiste, appare quasi irreale nel contesto della storia del paese più ricco e potente del mondo, al quale – è solo il caso di ricordare – dobbiamo la prima vera Costituzione democratica occidentale. Quasi per caso, nel soffermarmi su alcuni protagonisti della storia di quel paese (tra i quali indiscutibilmente molti dei massimi prosatori di Ottocento e Novecento e molti dei maggiori artisti del secondo dopoguerra), ho riflettuto sul ruolo di un personaggio considerato minore da noi europei e che è invece una sorta di mito per gli americani, Norman Rockwell.    (cfr.nota al testo) 

Illustratore di enorme successo negli Stati Uniti a partire dagli anni Venti del secolo scorso sino alla sua morte, Norman Rockwell (1894-1978) si era costruito uno stile quasi banale - eppure riconoscibile - nel suo realismo fotografico, ma il suo vero straordinario talento sta nelle scelte compositive, tali da sintetizzare con estrema chiarezza il contenuto desiderato. Nella sua carriera, che spesso viene esemplificata dalle spettacolari copertine disegnate per il Saturday Evening Post nel corso di vari decenni, Rockwell ha letteralmente illustrato la storia novecentesca degli Stati Uniti. Molti critici hanno trovato e trovano retorica, se non populista, la rappresentazione di quella piccola borghesia americana che appare spesso nei suoi disegni, ma resta difficile sminuire la straordinaria capacità di Rockwell di suscitare simpatia, o commozione, o ilarità, grazie a un’immediatezza di contenuti che non ha riscontri nella pittura a lui contemporanea.

Proprio su quest’ultimo aspetto credo che valga la la pena soffermarsi. Inutile dire che il confronto tra Rockwell e le correnti non figurative, ovvero l’espressionismo astratto del secondo dopoguerra, è del tutto fuori luogo, essendo mondi paralleli senza punti di contatto. Ha invece un senso cercare similitudini e contrasti con il riferimento obbligato per la pittura realista americana del Novecento, Edward Hopper (1882-1967). Chi ha provato a mettere in parallelo le carriere dei due maestri, ha sempre proposto un facile modello di intenzioni opposte, da un lato il pessimismo di Hopper, dall’altro l’ottimismo di Rockwell. Le mille solitudini dipinte da Hopper, in personaggi che sembrano quasi sempre aspettare inutilmente che qualcosa accada, si scontrano con il mondo ben definito e quasi sempre luminoso di Rockwell; sono due modi complementari di rappresentare la vita. Personalmente adoro da sempre Hopper, ma ne ho anche visto i limiti, che probabilmente si intrecciano con una certa sopravvalutazione dei suoi quadri. Di Rockwell ho sempre pensato che per lui vale quanto dice Jeff Koons delle proprie bizzarre sculture ispirate ai pupazzi, che “piacciono a tutti ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo”. Credo che la qualità maggiore di Rockwell consista soprattutto nella capacità di farci vedere dal vivo, con esattezza fotografica, la nostra stessa vita, senza incertezze.

Se infatti guardiamo alcuni dettagli delle sue illustrazioni per il Saturday Evening Post notiamo la scrupolosa attenzione all’aspetto delle cose: una bacheca, una radio, una macchina del caffè. Non sono dettagli inutili, anzi, sono proprio quelle cose che determinano il tempo e il luogo. Non a caso molti modelli umani di Rockwell si ripetono – erano spesso suoi conoscenti - e non sono particolarmente rilevanti per quanto riguarda l’aspetto fisico: quello che conta è la scena, la costruzione teatrale, gli oggetti, i vestiti, le situazioni.

Un aspetto tuttavia poco considerato (in Europa) del ruolo di Rockwell nelle vicende americane del XX secolo è la sua chiara posizione politica, democratica e ostile allo strisciante razzismo della provincia americana, che pure era il suo soggetto preferito.

Infatti, Rockwell sicuramente non era del tutto soddisfatto dell’immagine di se stesso associata con i contenuti piccolo borghesi del Saturday Evening Post, ma solo nel 1963, quando aveva quasi 70 anni, abbandonò la rivista che gli aveva dato la fama per lavorare in una rivista più vicina alle sue idee, Look. E nel 1964 dimostrò la forza di quella scelta con la pubblicazione di un quadro che è per molti il suo capolavoro, The problem we all live with.

 

The problem we all live with (sopra)
e la sua esposizione per scelta di Barack Obama alla Casa Bianca


L’episodio è autentico, a New Orleans Ruby Bridges, una bambina nera, era stata costretta a recarsi a scuola sotto scorta dell’FBI per evitare aggressioni. Tre anni dopo, Rockwell impiegò mesi per costruire il suo quadro, usando fotografie e modelli e metodici schizzi preliminari, e il risultato fu esemplare, insieme al titolo che trasforma il fatto contingente in un fatto universale: Il problema con cui tutti viviamo.

L’aspetto più singolare, e più intenso, del quadro sta nel taglio basso dell’inquadratura, che elimina le teste degli agenti e si mette all’altezza della bambina. Una scelta efficacissima per farci capire l’assurdità di quella scorta, quasi fosse Ruby la colpevole di quanto accade.

Non molto tempo dopo, Look pubblicò un altro quadro di Rockwell destinato a suscitare scalpore, Southern Justice (La giustizia del Sud).Ancora un fatto reale, l’assassinio nel Mississippi di tre giovani attivisti, due bianchi e un nero, da parte del Ku Klux Klan in combutta con un poliziotto locale.La scelta di Rockwell è di concentrare l’attenzione, come per il caso Ruby Bridges, sulle vittime, qui rappresentate ferite e barcollanti, poco prima di ricevere i colpi mortali da parte di sei assassini, visibili solo come ombre sulla destra.

 Southern Justice

Non dimentichiamoci di Rockwell. Dovremmo ogni giorno riflettere, anche in Italia, su quel titolo, Il problema con il quale tutti oggi viviamo: è un segnale d’allarme per tutti, se davvero la nostra volontà è l’integrazione, l’inclusione, la scelta della democrazia.
Negli Stati Uniti il rischio è enorme, rappresentato da un presidente che potrebbe prima o poi davvero rivalutare il Ku Kux Klan; è il risorgere in occidente di quella pseudocultura estremista e razzista che ingenuamente credevamo morta e sepolta da almeno 80 anni e che personaggi sinceri e onesti come Norman Rockwell hanno combattuto per tutta la vita.

 

Nota al testo

Mi sembra utile allora fare qualche considerazione sul ruolo storico di grafici, illustratori e disegnatori nel contesto della problematica definizione di Pittura.Per cominciare mi servo di quattro esempi trra i mille possibili: Gustave Dorè illustratore, Giovan Battista Piranesi grafico, Maurits Cornelis Escher grafico e appunto Norman Rockwell illustratore. A nessuno di questi celebri personaggi viene normalmente attribuito il ruolo di Pittore, tanto che sono normalmente ignorati nei manuali di storia dell’arte. Eppure, è davvero immediato chiedersi come possa esser questo il destino delle ricche illustrazioni di Dorè della Commedia dantesca, apprezzate pressoché da tutti, delle complesse incisioni di Piranesi e di Escher, oggetto di ammirazione universale, e delle illustrazioni e delle copertine tratte dai quadri di Rockwell, vere protagoniste della memoria collettiva degli americani.

Quando si parla di arti visive si tende tuttora a includere laPittura in un ambito puramente estetico, ovvero in una dimensione che è molto difficile da descrivere, esattamente come la parola Arte. Per essere Arte, la Pittura dovrebbe suscitare emozioni e toccare nel profondo la nostra sensibilità. Secondo vecchi parametri, un’opera d’arte è autentica se, tra le altre cose, altro non ha alcuno scopo pratico, ovvero se il suo unico motivo d’essere nasce da un’esigenza interiore dell’artista, tale poi da entrare in una comunicazione intima e complessa con lo spettatore.

Esiste tuttavia un parente stretto della Pittura, la Decorazione pittorica, che ha invece uno scopo pratico, nasce da considerazioni utilitaristiche, e spesso non è in grado di comunicare: serve ad abbellire un qualcosa che altrimenti sarebbe spoglio, una parete ad esempio, un vaso, una finestra, un oggetto qualunque.

Affine alla decorazione, anche l’Illustrazione pittorica ha uno scopo pratico, la definizione visiva di una storia raccontata con parole o suoni. Tuttavia, l’illustrazione non solo è in grado di comunicare, ma ha nella comunicazione la sua essenza principale. La differenza con la pittura starebbe quindi per intero nell’assenza di un qualcosa che potremmo definire purezza, cioè nell’essere l’illustrazione condizionata e in qualche modo contaminata dalla storia di riferimento.

Ora questi discorsi virtuali e queste definizioni astratte lasciano davvero il tempo che trovano, perché qualunque grande pittore del passato era anche un illustratore, si pensi a Giotto nella Cappella Scrovegni e a Michelangelo nella Sistina. E le committenze di ritratti e scene sacre avevano scopi pratici evidenti, per non dire economici.

Un’altra questione importante, peraltro, riguarda l’esecuzione delle opere di pittura, se siano uniche o riproducibili. Secondo una discutibile vulgata, le prime “vanno bene” e sarebbero quindi arte, mentre le seconde no. Ecco allora che le produzioni grafiche tanto di Dürer quanto di Leonardo diventerebbero meno importanti della loro pittura, e Piranesi, Escher e Dorè sarebbero solo degli eccellenti artigiani!

Tuttavia, è immediato contrapporre altre considerazioni, ad esempio che la riproduzione plastica, proprio come la pratica della stampa, prevede la costruzione di una matrice e il suo uso ripetuto, operazione che secondo quelle regole trasforma il bronzista Mirone e i suoi successori in semplici artigiani. Non c’è dubbio, a mio parere, che le definizioni tradizionali sono viziate da romanticismo, e nel complesso scorrette.

La nostra epoca fortunatamente ha spazzato via certe storture, anche se spesso solo in teoria; come dicevo, nei manuali di storia dell’arte alcuni dei nomi che ho citato sono tuttora maltrattati se non ignorati. E questo accade molte decine di anni dopo che il concetto di Design, ovvero la Progettazione, ha preso il sopravvento sul mitico concetto di creazione geniale. La progettazione è alla base di tutte le arti visive, non solo dell’architettura. Il Designer è colui che determina e sceglie l’aspetto di un’opera prima della sua esecuzione effettiva; se poi a eseguire il prototipo o l’opera stessa è lui in persona o altri, il risultato non cambia.

 

 

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