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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone.

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Testuali parole

Il Surrealismo: cent'anni e non li dimostra

 

Il surrealismo, Dalì, Magritte e altro

L’esistenza è altrove” (Breton)

 

Il Surrealismo (nascita e definizione)

Già dalla metà dell’Ottocento artisti accomunati da interessi, idee e ideali formavano gruppi che si ritrovavano, davano vita a vivaci discussioni, si confrontavano e si scontravano in riunioni, infuocate o divertenti, nei caffè, di cui erano habitués, rimasti famosi per questo, lavoravano anche insieme da quando i materiali avevano reso possibile l’en plein air.
Formavano scuole e movimenti: barbizonniers, macchiaioli e impressionisti che organizzavano anche mostre insieme. Con le
avanguardie d’inizio secolo, animate da un bisogno di novità e rottura col passato e la tradizione, i vari movimenti stilavano pure dei programmi, i manifesti, proponendo le proprie idee artistiche e anche una comune visione del mondo.
Tra queste, l’ultima e tra le più importanti è il Surrealismo, di cui compie cent’anni il primo manifesto del 1924. Se l’Espressionismo è la codificazione e riproposizione in forme estreme e sistematiche di qualcosa che aveva fatto capolino anche nell’opera di grandi artisti del passato (Giovanni Pisano, Donatello, Michelangelo) e il realismo è una corrente trasversale che è presente a tratti, in alcune opere, in tutte le culture dall’ellenismo, ai fiamminghi, all’arte romana e persino nell’arte egizia, tra le avanguardie l’astrattismo 
e il surrealismo sono tra le più consistenti e gravide di sviluppi che arrivano sino ai giorni nostri e andranno oltre.

Sarebbe una bella pretesa ripercorrere l’attività surrealista. Essa è molteplice e vastissima, ancor viva e con ragioni per durare. Tocca campi disparati e pure “insospettabili”: pittura, scultura, design, architettura; letteratura, prosa e poesia; fotografia, teatro, cinema; musica.

 

foto di gruppo dei surrealisti nel 1933 (foto di Anna Riwkin-Brick): Tristan Tzara, Paul Éluard, André Breton, Hans Arp, Salvador Dalí, Yves Tanguy, Max Ernst, René Crevel e Man Ray

 

André Breton, capo e teorico del movimento, dà la definizione: “Il surrealismo si basa su l’automatismo psichico mediante il quale si cerca di esprimere il funzionamento del pensiero senza il controllo della ragione e al di fuori di preoccupazioni estetiche e morali”.

Il nome, surrealismo, è coniato da André Breton e Philippe Soupault in ricordo di Guillaume Apollinaire, morto a causa del conflitto. Oltre al ruolo decisivo di Dada è poi innegabile dal punto di vista formale e contenutistico l’importanza di De Chirico (conosciuto e apprezzato anche da Apollinaire) riconosciuta da Breton e da alcuni tra i pittori più rappresentativi. Il surrealismo nasce col ritorno in Francia da New York di Duchamp e Picabia e poi Man Ray con l’incontro dei dadaisti riparati a Zurigo e del Dada tedesco, come una logica continuazione di quell’esperienza dissacratoria, con la coordinazione di Breton.

La definizione (imprescindibile) di Breton non fa una grinza. Il dubbio riguarda l’applicabilità in tutte le manifestazioni e l’indifferenza estetica. Se nella scrittura l’automatismo è possibile, più complicato risulta nella pittura dove l’esecuzione non sempre può essere rapida. È vero che alcune tecniche come il grattage, il frottage, l’assemblage, il dripping possono creare immagini modificate e corrette dall’ispirazione spontanea del momento e dal talento dell’artista. Da questo punto di vista Ernst è forse il più coerente agli intenti surrealisti. Che poi un artista non debba preoccuparsi del risultato estetico lascia perplessi.

Seguiamo Mario De Micheli, autore di un testo fondamentale: Le avanguardie storiche del Novecento. “La percezione e il sentimento della frattura tra arte e società è presente in molte avanguardie ma oltre la denuncia e la negazione il surrealismo cerca una risposta al problema della libertà materiale e spirituale dell’uomo, un compito rivoluzionario oltre la protesta. Il surrealismo oppone all’anarchismo Dada, libertà come rifiuto, la proposta della libertà in positivo come ricerca e costruzione con l’aiuto della psicologia e della filosofia. Il sogno rappresenta una parte importante della vita ma è stato trascurato”, la società è ingiusta e repressiva; “due sono perciò sono i numi tutelari della corrente artistica: Marx e Freud”. “Io credo nel futuro risolversi di questi due stati, in apparenza contraddittori, sogno e realtà, in una specie di realtà assoluta di surrealtà”.

De Micheli pone l’accento sulle differenze, dal caso all’inconscio, dalla negazione alla costruzione, Dada però è stato decisivo nella nascita del surrealismo che per parecchi aspetti ne è la continuazione. Molti artisti, infatti, sono passati o appartengono a entrambi i movimenti: Duchamp, Picabia, Arp. La nascita durante la guerra in Svizzera è particolarmente indicativa della posizione ideale di Tzara e degli altri in quei terribili anni in cui si consumavano le atrocità e i massacri della guerra. A Dada appartiene Duchamp, l’artista che ha aperto la strada nell’arte alla rinuncia agli strumenti tradizionali della pittura e della scultura, che alla novità del collage cubista aggiunse e realizzò il ready made, l’oggetto modificato, l’assemblaggio di materiali (con senso diverso rispetto all’astrattismo), la body art, il disegno di macchine immaginarie, oltre le novità già introdotte dalle avanguardie precedenti. Duchamp ha inaugurato un fare arte, sempre attuale, determinante, decisivo, un’alternativa radicale e profonda a cui nel futuro si sarebbe potuto aggiungere solo la perfomance, un’azione teatrale in parte prefigurata dalle serate futuriste e dadaiste. Di fronte a questo il surrealismo può apparire un ritorno indietro.



Max Ernst, 
La natura all’alba, 1936

 

La surrealtà è data dalla visione, dall’incontro di oggetti, cose, paesaggi, ambienti che ricevono un senso nuovo da questo incontrarsi e dai contesti incongrui in cui sono inseriti. Rimangono esclusi dal dettato teorico il tempo di esecuzione e l’esteticità che sarebbe controproducente non perseguire. Per il surrealismo la pittura deve occupare un posto speciale nell’ambito delle regole, dei presupposti, del metodo. L’invenzione di oggetti, forme, ambientazioni dovranno esaltare il meravigliosoe il fantastico. L’immaginazione ha il ruolo determinante.

Enunciate le caratteristiche non è in molti casi facile assegnare un’opera, tanto meno il lavoro di un autore, a quella corrente. Le delimitazioni non sono oggettive e la genesi delle opere, che sta nella mente dell’artista, è determinante. Qualche volta per alcuni elementi l’opera può andare addirittura oltre le intenzioni dell’autore col risultato di un surrealismo involontario.

Meno notato o poco ricordato da manuali e divulgatori è il richiamo all’infanzia rintracciabile all’inizio e alla fine del Manifesto del ’24. L’infanzia appare ricca d’incanti, uno stato di grazia, nonostante la sorveglianza degli educatori (con ruolo repressivo). Lo spirito del surrealismo rivive con esaltazione la parte migliore della propria infanzia … che più si avvicina alla vita vera con quella condizione in cui tutto può ancora succedere.

Incredibile è lo “spazio” dedicato a Dalì e Magritte da Giulio Carlo Argan nel manuale L’arte moderna 1770/1970: è talmente esiguo che si possono riportare per intero le poche righe. “S. Dalì porta nella visione onirica e piena d’implicazioni sessuali un suo delirio di grandezza, un’ampollosa rettorica neo-barocca, una ripugnante mescolanza di lubrico e sacro”. “R. Magritte inventa l’anti-storia, scopre l’assurdità del banale, raffigura con meticolosa pedanteria immagini di significato ambiguo, che scadono facilmente nel doppio senso, nel gioco di parole figurato”. Tutto qui? Non è un po’ poco? Rispetto ad altri artisti? Da parte dell’autore di un manuale che è stato la “bibbia” per generazioni di studenti. Argan poi conclude: “Molti altri artisti hanno concorso a quella che potrebbe chiamarsi la divulgazione degradante del surrealismo, presto ridotto ad un modo di eludere, nell’ambiguità e nel paradosso, la realtà dei problemi”. L’idiosincrasia “arganiana” si può immaginare nasca dalla preferenza accordata al razionalismo e al funzionalismo visti come opposti al surrealismo, anche quello dei migliori, tra i quali, inoltre, non sono inclusi, oltre ai nomi già detti, Tanguy, inventore di “un’anti-natura” e Delvaux, oggetto di una critica assai severa: “si compiace di volgere in chiave metafisica il suo segreto erotismo di benpensante represso, riuscendo soltanto ad essere l’illustratore o l’emulo di quella mediocre letteratura para-surrealista, che va sotto il nome di “realismo magico”” (Argan).

Il surrealismo è avverso a tutti i movimenti costruttivisti, miranti a coordinare, sia pure con propositi riformistici o rivoluzionari, l’attività degli artisti al processo storico della società; ed assume anche in politica, atteggiamenti negativi ed estremisti, proponendosi di dimostrare non già il difettoso funzionamento, ma l’irrimediabile scandalo della società borghese. È significativo che la società abbia accolto più favorevolmente la tesi surrealista della secessione che la tesi costruttivista dell’integrazione dell’artista nel ciclo della produzione. Ma si capisce: l’artista che ironizza la società può essere divertente, l’artista che vuole intervenire nelle sue attività, e volgerle a un fine educativo invece che utilitario è ingombrante. In ogni caso, lo scandalo è meno pericoloso della rivoluzione” (Argan).

A proposito della critica italiana (ascrivibile alla soggezione psicologica nei confronti di Roberto Longhi?) si afferma con ragione che il futurismo ha riportato l’Italia nel panorama internazionale. Forse sì. Ma dopo? non compare nel surrealismo un nome importante con l’eccezione di Savinio e l’arte italiana successiva si può ritagliare solo un ruolo minore. Il fascismo in quegli stessi anni cercò il consenso tramite una propaganda capillare che passava per quei pochi anni di scuola elementare (la classe terza era già qualcosa in più) e soprattutto con le manifestazioni pubbliche: feste, ricorrenze, avvenimenti vari. Una popolazione contadina, di provincia, semianalfabeta era totalmente esclusa dalle vicende delle arti figurative.

Una riscoperta e una “rivincita” critica può trovare una sponda nella filosofia della Scuola di Francoforte, con l’opposizione alla società capitalistica occidentale in nome dell’utopia e dell’eros, all’insegna del motto “L’imagination au pouvoir”.

 

Dalì


Salvador Dalì, Autoritratto molle con pancetta fritta, 1941


Dalì comincia prestissimo a dipingere e non deve sorprendere che le prove d’inizio siano goffe e impacciate. La prima opera riuscita prima dell’adesione al surrealismo è la fanciulla (la sorella) di schiena alla finestra sul mare. Dalì sentiva un legame col fratello morto nove mesi prima della sua nascita. Gli fu dato lo stesso nome ed era come se ne avesse preso il posto. Come se fosse, tra i due, il “Polluce” immortale: così si esprime Dalì (anche De Chirico, affezionato al fratello, torna sul tema dei “dioscuri”).

Dalì faceva o era? Dandy, esibizionista, creatore del proprio personaggio, recitava da pazzo e ci riusciva con facilità, dedito a stravaganze ed eccessi, maniaco vero e per finta. Dalì narcisista egocentrico incensatore di sé sembra recitare davanti a un pubblico da cui si aspetta stupore e ammirazione. Ossessionato da grucce, cavallette, fili di pane, strisce di pancetta, dalla putrescenza, dal dualismo molle-duro e nell’arte dalla Merlettaia di Vermeer, ammiratore di Raffaello e Velasquez. La tabella delle sue preferenze artistiche è piuttosto divertente: al vertice Vermeer, all’ultimo posto Mondrian, sorprende la “modestia” di collocarsi al quinto posto dopo Leonardo da Vinci.



Nell’elenco dei propri amori usa un crescendo provocatorio (contrario alle comuni aspettative) dicendo: amo Gala più di mia madre, di mio padre, di Picasso e persino più del denaro! Gala è la musa che Dalì sposerà alla morte del marito, Éluard.

Salvador Dalì, La persistenza della memoria, 1931

Dalì scrive: “La differenza tra me e un pazzo e che io non sono pazzo”. Significa qualcosa? Sì, con l’aggiunta: però lo sembro. Avida dollars è l’anagramma del suo nome coniato da Breton che Dalì “accetta”. “Mai, mai, mai, mai l’eccesso di denaro, di pubblicità, di successo o di popolarità m’ha procurato – foss’anche per un quarto di secondo – il desiderio di uccidermi… al contrario io amo tutto questo.”

Dalì scrive: “Una sera il gruppo surrealista fu convocato per giudicare il mio presunto hitlerismo. Tremando vilmente come sempre non appena mi sento malato, comparvi con un termometro in bocca, credo di essermi misurato la febbre almeno quattro volte durante il mio processo, che andò avanti per quasi tutta la notte, giacché quando tornai a casa l’alba spuntava su Parigi. Nel corso della mia mia perorazione pro domo, mi inginocchiai più volte, non per supplicare di non espellermi, come è stato falsamente detto, bensì per esortare Breton a capire che la mia ossessione hitleriana era, per sua natura rigorosamente paranoica e apolitica.”

Dalì scrive: “Tutti vogliono sapere il metodo segreto del mio successo. Questo metodo esiste. Si chiama il metodo “paranoico-critico”. Da più di trent’anni l’ho inventato e lo applico con successo, benché non sappia ancora in cosa consista. Grosso modo, si tratterebbe della sistemazione più rigorosa dei fenomeni e dei materiali più deliranti, con l’intenzione di rendere tangibilmente creative le mie idee più ossessivamente pericolose. Questo metodo funziona soltanto alla condizione di possedere un dolce motore di origine divina, un nucleo vivo, una Gala – e ce n’è soltanto una.”

Baffi sottili all’insù e occhi sbarrati formano il personaggio: i baffi sono la versione stralunata di quelli di Velasquez ma somigliano troppo per essere un caso a quelli che Duchamp appose alla Gioconda, che infatti Dalì definisce “daliniani”, pur adottandoli per sé molti anni dopo.

Alcune opere s’impongono: La persistenza della memoria (1931) la scogliera di Port Lligat con gli orologi molli ispirati banalmente al camembert ma suo malgrado inquietanti e dualismo duro/molle; La Venere a cassetti (1936) che annusa l’odore dei propri cassetti (l’inconscio?); e altre, Mercato di schiavi con la sparizione (o apparizione) del busto di Voltaire (1940), La tentazione di sant’Antonio (1946), l’Autoritratto molle con pancetta fritta (1941), dove anche compare la deformazione, distorsione delle figure che s’aggiunge alle metamorfosi e agli accostamenti alogici del sogno e degli incubi.

 

Magritte

Magritte è autore di opere straordinarie in virtù delle ideazioni. Per rammentarne alcune: Il mese delle vendemmie, magia di verde alla finestra; Golconde, la pioggia di omini con la propria ombra; Il tradimento delle immagini. Questa non è unapipa, ecco un titolo che crea un’opera con l’oggetto più indicato del caso; Il modello rosso, la metamorfosi oggetto-funzione in un’armonia di marroni terrosi; Gli incontri naturali, persone ammantate di rosso dalla testa di vaso occhiuto contro una parete rosa in cui si aprono due finestre, di cui una cadente, e una foglia agitata; Il dominio di Arnheim, profilo zoomorfo della montagna a cui si contrappone una falce di luna con bordo di muro e uova nel nido; L’impero delleluci, è il rovesciamento del dualismo per eccellenza, per antonomasia, più familiare, giorno/notte; Il castello dei Pirenei, rocca e roccia sospese sul mare, con il bianco delle nuvole e delle onde, l’azzurro e il grigio; La condizione umana, la finestra sul mondo, il rapporto interno/esterno, spazio/tempo, realtà/riproduzione.

René Magritte, L'impero delle luci, 1949

Dipingere enigmi per capire la vita è il titolo del testo di una sua conferenza tenuta ad Anversa nel 1938 davvero illuminante che merita di essere letta per intero. Ne riportiamo alcuni stralci.

Noi siamo i soggetti di questo mondo incoerente e assurdo in cui si producono armi per impedire la guerra, in cui la scienza si applica a distruggere, a costruire, a uccidere, a prolungare la vita dei moribondi, in cui l’attività più folle agisce a rovescio. Ci si sposa per denaro, si costruiscono palazzi che marciscono abbandonati di fronte al mare. Coloro che vivono di questo disordine aspirano a consolidarlo… Altri, ai quali sono fiero di appartenere, nonostante le idee utopistiche di cui sono accusati, vogliono coscientemente la rivoluzione proletaria che trasformerà il mondo; e noi agiamo in vista di questo fine, ciascuno secondo i mezzi di cui dispone. Nel frattempo dobbiamo difenderci da questa realtà mediocre plasmata da secoli di idolatria per il denaro, per le razze, per le patrie, per gli dei e, voglio aggiungere, di idolatria per l’arte. La natura, che la società borghese non è riuscita a soffocare completamente, ci offre lo stato di sogno, che dà al nostro corpo e al nostro spirito la libertà di cui esso ha bisogno imperativo. La natura pare sia stata troppo generosa, creando per gli individui troppo impazienti o troppo deboli il rifugio della follia, che li protegge dall’atmosfera soffocante del mondo attuale. La grande forza difensiva è l’amore, che dischiude agli amanti un mondo incantato fatto esattamente su misura per loro e che è difeso mirabilmente dall’isolamento… Il Surrealismo rivendica per la vita della veglia una libertà simile a quella del sonno”.


 René Magritte, La condizione umana, 1933

 

Nella conferenza Magritte ricorda il ruolo di anticipatore di De Chirico e in particolare le pitture Canto d’amore e Malinconia. Traccia il percorso di scoperta e sviluppo della propria pittura, le critiche ricevute, il rapporto con la politica. “L’aspetto sovversivo del surrealismo ha evidentemente preoccupato i politici tradizionali della classe operaia, i quali si confondono di tanto in tanto con i più accaniti difensori del mondo borghese.” Indica inoltre il ruolo dei titoli: “i titoli sono scelti in modo tale da impedire anche di situare i miei quadri in una regione rassicurante che lo svolgimento automatico del pensiero potrebbe trovar loro allo scopo di sottovalutarne la portata. I titoli devono essere una protezione supplementare, destinata a scoraggiare qualsiasi tentativo di ridurre la vera poesia a un gioco senza conseguenze.”

Questa difesa individuale e “temporanea” costituita dall’amore (secondo Magritte) la ritroviamo in Éluard: “… I tuoi occhi dove viaggio hanno dato ai gesti delle strade un senso separato dal mondo. Nei tuoi occhi coloro che ci rivelano la nostra solitudine infinita non sono più quel che credevano essere”. Il poeta contrappone a “questo piccolo mondo assassino” “le rêve”, l’amore contro l’“amara solitudine”: “Non verremo alla meta a uno a uno ma a coppie”.

 

 

Giorgio de Chirico, Le muse inquietanti, 1917

Il bisogno conseguente di ancorarsi a organizzazioni politiche per un’azione non solo culturale porta a dissidi, incomprensioni in un movimento che si era strutturato come una setta con un capo. Personalità molto diverse non potevano convivere, erano fatali aspre critiche, espulsioni, scomuniche, divisioni, allontanamenti, percorsi autonomi. Divisioni che sono anche artistiche pur nell’ambito di coordinate generali comuni.

Il manichino: “Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza, similmente l’uomo fece la statua e il manichino” (Breton). L’androide o, meglio, ginoide, già aveva fatto la sua comparsa con Eva futura (1886) di Villiers de l’Isle-Adam; poi Metropolis (1927); Raoul Hausmann assembla una testa di umanoide intitolata Lo spirito del nostro tempo (1919). Un manichino è l’assemblaggio di Vergine non domata (1964) di Man Ray. In quest’opera come anche in Venere (1936) e Bersaglio universale (1933) sono evidenti fantasie sadiche ammesse dallo stesso autore e confidate ad Arturo Schwarz, autore dell’Art dossier Man Ray: “ammiro quest’uomo che trascorse in carcere ventisette anni della sua vita per le sue convinzioni”. L’artista a conferma dipinse il Ritratto immaginario di D. A. F. de Sade (1938).

 

Man Ray, Venere, 1936

L’uomo meccanico ricorre nell’ arte e nel pensiero (Montale parla di “civiltà dell’uomo robot” nel discorso per il Nobel, in una poesia definisce i viaggiatori del treno “automi”) degli anni in cui con la Prima guerra mondiale si consolida in alcuni la sfiducia nei valori della civiltà occidentale e si materializza in un automa, un ibrido, espressione di disumanizzazione.

Ritroviamo la macchina, esaltata dal futurismo, soprattutto nel dadaismo americano (Duchamp, Picabia, Man Ray), ma se ne rovescia il mito. Si tratta di congegni e ingranaggi che esprimono un timore o più spesso sono macchine a funzionamento simbolico, ironiche o metaforiche.

 

Altro e altri (cenni)

Il dadaismo da cui si parte è capeggiato da Tristan Tzara che ne redige il manifesto (1918) aggiustando il tiro rispetto al primo tentativo di “teorizzazione” di Hugo Ball del 1916: un’operazione non semplice per un movimento che nega tutto e perciò anche se stesso. Una spia in questo senso è la soggettività di Tzara che fa capolino alla fine di diversi capitoli: “io mi trovo molto simpatico”.

Il Cabaret Voltaire a Zurigo è luogo d’incontro degli oppositori della guerra rifugiati in Svizzera. Per le avanguardie prese in esame poi non è ininfluente la lettura di Nietzsche. Ritroviamo insieme i due nomi nell’ironia di Dalì: “Quando aprii Nietzsche per la prima volta, rimasi profondamente colpito. Nero su bianco, aveva l’audacia d’affermare: “Dio è morto!”. Ma come! Avevo appena imparato che Dio non esiste (leggendo Voltaire), e adesso qualcuno mi partecipava il suo decesso!”.

Il surrealismo oltre alle basi ricordate riscopre o rivaluta autori maledetti o controcorrente: Rimbaud, Sade, Lautréamont (De Chirico prende di mira le serate da Breton con la lettura del padrone di casa di Lautréamont).

La lista di pittori e, più raro, scultori che si sono riconosciuti o sono stati accostati al movimento è lunga e arriva ai giorni nostri. Oltre a Dalì e Magritte, Max Ernst (il più surrealista da un certo punto di vista), Hans Arp (dadaista), Joan Miró, André Masson, Alberto Giacometti, Victor Brauner, artista interessante, protagonista tra l’altro di una curiosa “premonizione”: si ritrasse con un occhio enucleato e anni dopo rimase ferito gravemente a un occhio. Per il surrealismo al femminile: Meret Oppenheim, Leonor Fini, Leonora Carrington, Dorothea Tanning, Ursula Stock. Poi ancora Claude Cahon, fotografa. All’occasione surrealisti Picasso e Chagall, per rammentare i più famosi. Componenti dada-surrealiste si ripropongono nei lavori di Robert Sebastian Matta Euchaurren, di Arshile Gorky e nel new-dada americano della fine anni Cinquanta-inizi Sessanta.

Antonin Artaud compie nella concezione del teatro una rivoluzione teorica proprio negli anni Trenta in quella temperie culturale della Francia tra le due guerre.


 Fotogramma da Un chien andalou

 

Il cinema dadaista con Man Ray Le retour à la raison (1923), Entr’acte (1924) di René Clair (con la partita a scacchi tra Duchamp e Man Ray e la presenza di Erik Satie con l’ombrello e l’inseparabile cappello a cilindro), Anémic cinéma (1926) di Duchamp, L’étoile de mer (1928) di Man Ray prepara al surrealismo o presenta confini labili. Satie scrive la musica e compare nel film di Clair insieme a Picabia, è un grande compositore e persona assai stravagante con la mania degli ombrelli, tra l’altro, piace immaginarlo surrealista mancato a causa della morte (1925).

Allo stesso ambito appartengono “Sinfonia Diagonale” di Viking Eggeling (1923) e “Ballet mécanique” (1924) di Fernand Léger, pittore di elementi meccanomorfi e robot.

Il cinema surrealista prosegue con Buñuel e Dalì: Un chien andalou (1929) (col famoso taglio dell’occhio) e L’âge d’or (1930). Vari film avrebbero caratteri per essere considerati surrealisti. Un esempio: The fourth dimension (1988) di Zbigniew Rybczynski, autore del cortometraggio animato Tango (1980).

Nell’opera di alcuni noti registi si possono rintracciare elementi surrealisti: David Lynch, Federico Fellini, Aleyandro Jodorowsky per ricordare nomi famosi di un cinema non di avanguardia.

 

Nella cultura di massa (?) (popolare? underground?) (alcuni esempi).

Le copertine dei Pink Floyd sono spesso surrealiste: il maiale volante sulle ciminiere di Animals (1977), l’uomo in fiamme di Wish you were here (1975) deriva da quadri come La scoperta del fuoco di Magritte, La giraffa in fiamme di Dalì; le teste di The division bell (1994) ricordano Il vento (1942) di Victor Brauner; la moltiplicazione dei letti (e il titolo stesso) in A momentary lapse of reason (1987).

Per le musiche una classificazione appare complicata. Alcune atmosfere spaesanti associate a testi nei quali i nessi logici non sono rispettati secondo criteri comuni o diffusi e video più che mai fantasmagorici possono definirsi surreali nell’ambito di rock alternativo, pop progressivo e avanguardia. Due esempi: All is full of love di Bjork, Zodiac shit di Flying Lotus.

 

Conclusioni

Il dadaismo confluì ma non si estinse nel surrealismo se pensiamo che una delle strade, se non la principale, dell’arte moderna-contemporanea è quella iniziata da Duchamp e relativa rivoluzione. Quale artista è stato a tal punto determinante nel compiere una svolta di cui non si vede la fine?

Il surrealismo nasce dal dadaismo, in pittura s’ispira alla metafisica di Giorgio de Chirico, si basa sulla “scoperta” dell’inconscio di Freud e sulla critica sociale di Marx. Caratterizzato da queste scelte ideologiche, etiche, politiche, propone un nuovo realismo e umanesimo; presta il fianco ad accuse di intellettualismo, anarchismo, visti come protesta velleitaria e borghese o utopistica, si presenta con venature di esoterismo, alchimia, simbolismo e persino romanticismo. Dalla critica ai valori tradizionali (religione, patria, famiglia) in alcuni casi approda a esiti reazionari o religiosi. Il movimento era destinato a trovare un ostacolo nel bisogno di “sporcarsi le mani” nella politica attiva soprattutto nella difficoltà nell’agire come gruppo date le differenze individuali. Il problema non poteva trovare una soluzione positiva e aveva buone ragioni Vittorini in un contesto diverso, nella stagione del neorealismo, a rifiutare all’intellettuale e all’artista il compito di “suonare il piffero della rivoluzione”.

La “pazzia” di Dalì e la critica di Magritte dànno senso alla loro pittura. De Chirico ha avuto l’onestà di essere se stesso: un moderato. Avrebbe potuto essere un surrealista importante… se fosse stato surrealista.

Al di là degli intenti programmatici e dell’ortodossia del lavoro contano i risultati e i nomi che la corrente ha saputo mettere insieme. E i risultati sono straordinari. Sembra poco probabile comporre oggi o in futuro opere ispirate ad altre avanguardie (escludendo astrattismo ed espressionismo sempre attuali) che hanno esaurito la spinta propulsiva (a meno di tracce). Al contrario il surrealismo è vivo e vegeto.

 

 

 

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