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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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In scena al TeatroBasilica di Roma, Giusto è uno spettacolo di grande interesse e godibilità, che esprime quanto sia difficile oggi entrare in relazione con l’Altro e che dimostra come il rapporto con l’Altro contribuisca fortemente a definire chi siamo. Giusto è il nome di un impiegato onesto, un po’ sfigato e impacciato, che viene preso in giro da tutti, evitato e, a volte, anche denigrato perché non riesce ad adeguarsi ai valori fasulli della società di oggi.
Rosario Lisma, che lo interpreta con minuziosa e delicata intelligenza attoriale, dà voce anche a tutte le persone che lo circondano, ma lo spettacolo è molto più di un monologo polifonico. La regia, curata da Lisma stesso con l’aiuto di Alessia Donadio, trasforma il racconto in una performance estremamente variegata e dinamica, grazie alle qualità espressive, alla varietà dei movimenti e alle capacità prossemiche dell’attore che passa da un personaggio all’altro in pochi secondi.
Lo spettacolo è comico, a tratti grottesco e sempre sull’orlo del baratro tragico. Di impiegati inetti ne è piena la letteratura. da Bartleby lo scrivano di Melville a La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Alcuni lo hanno paragonato a Fantozzi, ma Giusto è più intelligente e, soprattutto, è simile solo a se stesso.
In scena è solo e il suo racconto, diviso in capitoli, è sostenuto e commentato dai disegni a colori di Gregorio Giannotta che avvolgono lo spettacolo in un’atmosfera vagamente fiabesca, ma che non aggiungono granché a quello che la straordinaria attorialità di Lisma lascia immaginare al pubblico.


All’inizio un gran brusio di gente e l’immagine di tante facce insignificanti sullo schermo in fondo. Giusto entra in scena con indosso uno smoking liso e fuori moda e una bottiglia di spumante in mano. Il suo arrivo scatena le risate degli invitati alla festa di fidanzamento della figlia del direttore dell’I.N.P.S di Milano dove lavora. Assume subito una postura recessiva, si vergogna come un ladro e si sente deluso perché voleva far colpo sulla figlia cicciona del boss, la balena Sofia Gigliola, di cui è segretamente innamorato. Disperato per le figuracce che fa, dice a gran voce che odia il Carnevale perché costringe le persone a indossare maschere e costumi. Lui è come è. Un uomo semplice, sincero, onesto e, per certi versi, ingenuo. Timido, impacciato, per niente competitivo. Tutto il contrario dei suoi simili che credono soltanto nel valore dei soldi, del successo, dell’apparenza e del consenso. I suoi colleghi fanno gli spacconi, sono rozzi, ruffiani e disposti a tutto pur di ottenere ciò che vogliono. Giusto paga la sua diversità con la solitudine e l’emarginazione.
La scena vuota amplifica l’assenza di amici e spiega quel suo continuo rivolgersi al pubblico, facendo domande dirette e cercando conferme. Gli spettatori ci mettono poco ad affezionarsi al povero Giusto che, tra una battuta comica e l’altra, trasmette il suo senso di sconfitta anche attraverso il suo modo riservato, autoironico e umanissimo di porgersi a chi lo sa ascoltare e capire. Ciascun spettatore, inoltre, può ritrovare qualcosa di sé nella personalità e nelle disavventure esistenziali di Giusto.
Viene dal Sud, da un’isoletta sperduta nel mare di Sicilia, dove gli uccelli vengono a deporre le uova per poi migrare altrove. I pochi abitanti sono gentili e onesti. Il nome, Giusto, deriva da un errore bizzarro di un impiegato dell’anagrafe locale. Da bambino era diverso dagli altri bambini, da adolescente era goffo e si vergognava di tutto, da uomo e da impiegato preferisce restare nell’ombra. In ufficio fa anche il lavoro degli altri e non se ne lamenta. E’ afflitto da un perenne senso di inadeguatezza che lo opprime e lo fa soffrire oltre ogni misura. Si sente insignificante perché il giudizio sociale lo fa sentire tale.

Vive in un appartamento da due soldi che condivide con una donna che di giorno non si vede mai, ma che di notte si impegna in acrobazie sessuali molto rumorose. Con lui convive anche Salvatore, un calabrone gigante che dipinge finestre alle pareti per poi sbatterci la testa nel tentativo di uscire. Questo personaggio surreale e vagamente kafkiano rimane in secondo piano, ma rivela tutto l’estro poetico di Lisma che serpeggia nel testo. Un testo ricco di riferimenti letterari ma plasmato per la scena. La denuncia sociale passa attraverso un gioco d’artificio di aforismi e di paradossi. Giusto si lascia scappare una tiratina contro la dipendenza di tutti dall’uso dei social che rafforza il processo di disumanizzazione dei rapporti . Si ride, si ride tanto, ma di un sorriso amaro.
Poi il colpo di scena. Una sera Giusto si rimpinza di farmaci scaduti e si scola una Moretti sfiatata. Proprio come il dottor Jekyll, si trasforma nel suo contrario. Parla di rinascita ma, di fatto, è diventato un imbecille come gli altri. Perfino la balena si rammarica del cambiamento.
Insomma, meglio essere giusti ma depressi o imbecilli ma integrati? Nessuna delle due ipotesi regge. Meglio pochi amici, ma autentici.
Ma la risposta più allettante è implicita nella complicità che Giusto instaura con il pubblico a teatro. Il teatro è l’arte più umana che esista, un rito collettivo che non ci fa mai sentire soli. Lo scroscio sincero degli applausi e l’evidente commozione di Lisma ne sono una chiara dimostrazione.
Scheda tecnica
Giusto, di e con Rosario Lisma.
Aiuto regia: Alessia Donadio. Illustrazioni: Gregorio Giannotta. Costumi: Daniela De Blasio. Luci: Matteo Selis. Produzione: Fondazione Luzzati Teatro della Tosse. Si ringrazia Comasia Palazzo per i movimenti coreografici.
Prima nazionale al Teatro della Tosse di Genova, il 7 dicembre 2021.
Visto al TeatroBasilica di Roma nel dicembre 2023.
Foto inviate dall’Ufficio Stampa.