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il 23 ottobre 2007.
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Finalmente anche a Roma, al Teatro Argentina, il surreale Edificio 3 - Storia di un intento assurdo scritto e diretto dal grande drammaturgo, attore e regista argentino Claudio Tolcachir, fondatore della casa-teatro Timbre 4 a Buenos Aires.
In Italia il poliedrico artista argentino sembra sentirsi proprio a casa sua, tanto che il testo, tradotto con efficace vitalità da Rosaria Ruffino, è mirabilmente interpretato da attori italiani, tutti molto bravi e, soprattutto, molto affiatati tra loro. Hanno fatto le prove durante il secondo lockdown all’interno del Piccolo di Milano, dove hanno poi debuttato nel 2021. Lavoro duro ma fertilissimo a giudicare dalla naturale adesione degli attori ai precetti registici e drammaturgici di Tolcachir.

Il suo teatro evita l’ovvio svolgimento di una trama coerente, i dialoghi sono fortemente legati al gesto scenico che la dice lunga sulle maschere che i personaggi si mettono per nascondere con pudore le loro derive interiori. Spesso le chiacchiere di un gruppo di personaggi vengono interrotte da quelle di un altro gruppo senza alterare l’omogeneità dell’azione scenica nel suo insieme. La sua tecnica assembla situazioni diverse che riconducono allo stesso malessere sociale, prima del suo paese di origine, ora del mondo occidentale.
La scena è oberata di mobili, librerie cariche di faldoni, oggetti di ogni genere e di dubbia utilità, come l’impolverato computer antidiluviano che non serve più a niente. Sembrerebbe un ufficio in disuso dove tre impiegati parlano di tutto fuorché di lavorare. Le carte non arrivano e i tre impiegati sospettano che l’azienda per cui lavorano si sia dimenticata di licenziarli. Lo stesso spazio è occupato da una giovane coppia in crisi che interrompe il cicaleccio dei tre protagonisti con amare litigate. Fino allo svolgimento finale, non si capisce che ci stiano a fare in quell’ufficio dove gli impiegati non si accorgono nemmeno della loro presenza. Di fatto l’ufficio è un non-luogo dove il grottesco dà la mano al male di vivere.
I tre impiegati sono persone qualsiasi in cerca di contatti umani. Coltivano sogni e desideri ma sono tutti vittime di una solitudine incolmabile. Parlano, parlano, parlano, ma non si capiscono, spesso non ascoltano l’altro da sé, perché sono troppo presi da se stessi.
Guardiamoli più da vicino. Moni (Valentina Picello) è una pettegola che tenta di ficcare il naso nella vita di tutti. E’ maniaca dell’ordine ma sposta le cose degli altri nei posti sbagliati. In fondo è una buona persona che cerca sempre di mettere una pezza sugli screzi e le incomprensioni che via via avvelenano una convivenza alla quale nessuno sa rinunciare. Sandra (Giorgia Senesi) è una donna non più tanto giovane che arriva sempre in ritardo, per far cosa non ci è dato sapere. Dice di essere sposata e lamenta la mancanza di un figlio. Siede sulla scrivania più grande che per ben tre volte funge da tavolo della dottoressa invisibile alla quale la donna si rivolge per trovare una strategia per rimanere incinta. Ettore (Rosario Lisma) è un cocco di mamma di mezza età che chiede al telefono “come si fa a capire se la madre è morta”. Va in ufficio per farsi consolare dai colleghi con indosso un sobrio gilet a losanghe, proprio come piaceva alla mamma. In breve tempo si tinge i capelli e si compra un giubbetto azzurro e nero e, finalmente libero dal controllo materno, si incontra con un giovane omosessuale che, proprio come la dottoressa di Sandra, non si vede e lo si immagina di spalle. Le sue avances sono molto goffe e il tutto appare drammaticamente assurdo e grottesco.


Prima dello svelamento finale, accade poco e niente. Moni ordina da mangiare per tutti al telefono e gli altri fanno storie sul cibo. Tutti insieme tentano di scrivere il discorso che Ettore dovrà tenere in occasione della messa in ricordo della madre defunta. La scena è di una comicità irresistibile perché tutti incontrano difficoltà nell’affannosa ricerca della parola giusta. Molto drammatica e toccante è la scena in cui Sandra sgrida la povera Moni accucciata in una poltroncina, elencandole tutti i suoi insopportabili difetti e minacciando di mandarla via. Ma lei non può perché non ha casa ed è sola al mondo.
Tra un bisticcio e l’altro, emergono a poco a poco i segreti di tutti e la vicenda della coppia litigiosa si incastra come in un puzzle nella trama principale.
La regia di Tolcachir è molto fluida e veloce, nonostante i fermo immagine che permettono a Sofia (Stella Piccioni) e a Manuel (Emanuele Turetta) di sviluppare la loro sottotrama fatta di incomprensioni e tradimenti da parte di lui. Forse è la parte più debole dello spettacolo, ma serve per la realizzazione del sorprendente finale.
Tutti gli attori sono un tutt’uno con i loro personaggi al punto che si ha mai l’impressione che stiano recitando. Sono veri, spontanei e coesi.
Lo spettacolo coinvolge, a volte fa ridere ma, soprattutto, fa pensare ai mali della nostra società contemporanea scardinata da baratri di solitudini, dalla difficoltà di creare rapporti validi e dalla necessità di tutti di tutelare il proprio sentire sotto una maschera. Una società dove trionfa indisturbata l’apparenza. Lo spettacolo viene calorosamente applaudito dal pubblico.
Assolutamente da non perdere.
Scheda tecnica
Edificio 3 - Storia di un intento assurdo. Scritto e diretto da Claudio Tolcachir. Traduzione: Rosaria Ruffini. Luci: Claudio De Pace. Costumi: Giada Masi.
Con
Rosario Lisma, Stella Piccioni, Valentina Picello, Giorgia Senesi, Emanuele Turetta.
Produzione Piccolo Teatro di Milano- Teatro d’Europa, Carnezzeria srls, Timbre4. In collaborazione con Aldo Miguel Grompone. Foto di scena Masiar Pasquali.
Prima nazionale 2 ottobre 2021 al Piccolo Teatro di Milano.
Visto al Teatro Argentina di Roma il 16 maggio 2023.