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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Se guardiamo con attenzione gli esseri umani, ci disse Glenn una volta, non vediamo altro che mutilati, mutilati esteriormente o interiormente […] Wertheimer, Glenn, io, siamo tutti mutilati, pensai. Amicizia, comunanza artistica! pensai, mio dio, che follia! Io sono l’unico superstite! Adesso sono solo, pensai, perché nella mia vita ci sono stati solamente due esseri umani che a questa vita hanno dato un senso: Glenn e Wertheimer. Adesso sono morti, e io di questo fatto devo farmi una ragione.
E’ come in La mite di Dostoevskij, un delirio un ruminio tormentoso di autoanalisi interrogazione colpa sopravvivenza, di fronte ad una morte di cui siamo parte in causa.
Ma accanto all’autoflagellazione coscienziale tipica di Dostoevskij, Bernhard come sempre tesse fili di cinismo surreale, una visione cupa del mondo in generale, a cui fanno da controcanto la perenne contraddizione del lutto e della solitudine. E il ritmo è ossessivo e spiraloide. Centrale comunque è il lutto, quel granello che genera questa perla delirante del pensiero: in Antichi maestri quello per la moglie, qui, in Il soccombente (Teatro Vascello, Roma, 21-26.3.2023) quello per l’amico.
E’ la seconda volta che Tiezzi affronta la regia dei romanzi della trilogia.
Ora manca solo A colpi d’ascia.
Tuttavia, se in Antichi maestri tutto sembrava funzionare, qui le stesse idee sceniche (forse anche perché già viste?) convincono meno. Quello che nel romanzo è un interminabile monologo - di cui gli altri personaggi sono i fantasmi – viene rielaborato a tre voci, e dunque tre attori. E la scenografia geometrica della piramide di neon è la stessa, con nuda tripartizione dello spazio. Al centro ora non i quadri, ma il pianoforte (il generatore apparente della tragedia), con in cima un microschermo che alterna proiezioni simboliche. E mentre il narratore, l’amico superstite – uno splendido Lombardi – snocciola il racconto, l’amico suicida, Wertheimer, e la di lui sorella, compiono azioni di tormento, intorno al piano – ma un po’ statiche – per prendere verso la fine voce in proprio, su alcuni culmini del dramma.

In piedi o sdraiati sul piano, e lei tormentando disordinati fogli di spartito. Non che non siano professionali, bravi anche e intensi. Ma interferiscono con la propria tormentosa assenza-presenza nella voce del narratore.
In Antichi maestri l’oggetto del lutto, la moglie, era giustamente assente, e la presenza era quella di un intervistatore.
Credo insomma che sarebbe stato meglio questa volta osare il monologo integrale, data la magistralità di Lombardi, che come sempre tesse abili tele tra pausati attoniti e pensosi, accelerati litanianti, guizzi comico sentenziosi. Così invece si oscilla tra stasi, posture simboliche, smembramenti del flusso. Ma torniamo al testo. In Bernhard è sempre difficile dire quale sia il centro. L’inutilità ed il tormento dell’arte? L’arte come vano tentativo di vincere la morte? L’impossibilità di raggiungere il senso, per cui siamo tutti dei mutilati? La centralità nonostante tutto degli affetti? Misconosciuta in vita e tormentosa a posteriori?
Un po’ tutto ciò, per cerchi concentrici e ritmi, per salti di livello, contraddizioni, sofferte agnizioni.
La storia è quella di tre pianisti formatisi alla scuola di Horowitz. Nessuno di loro ama veramente né la musica né il pubblico. Il loro è il tormento della perfezione (per Gould ossessivamente le Variazioni Goldberg di Bach), e sfida ai genitori. Ma l’esorbitare da maestro precoce di Glenn Gould spezza l’illusione narcisistica, creando uno specchio impossibile, che nullifica i due amici.
Ed ecco però la colpa.

Gould si isola dal mondo, nella sua ossessione, e muore all’apice della carriera, cinquantenne. Gli altri diventano relitti. Superstiti. Solo che mentre il narratore regge mentendosi (abbandona la musica e sogna di scrivere su Gould), l’altro, Wertheimer, oltre a non reggere alla scomparsa di Gould (suicidandosi), passa il resto della vita a tormentarsi sulla musica e sulle scienze dello spirito, crocifiggendo la sorella ad una clausura tutta odio-amore, al limite dell’incesto. Lei deve essere sua appendice e specchio. Ma poi si sposa.
Qual è allora la colpa del narratore? E perché si è suicidato Wertheimer?
Perché già segnato, orfano di genitori? Per la fuga della sorella? Per la scomparsa del suo dio? O perché lasciato solo nelle sue crisi dall’amico, che prima gli dice che non deve più suonare, e poi non risponde alle sue lettere, preso dal proprio fantomatico libro (mai concluso ed alla fine cestinato)?
Forse tutto questo e niente … O forse la crudeltà di Gould, che fin da subito lo marchiò come il soccombente impedendogli di mentire a se stesso. E allora – per parafrasare un titolo di Dostoevskij – la sua è la tragedia dell’umiliato e offeso, alla quale con postumo sconsolato dolore tenta di rimediare la narrazione del protagonista, che tuttavia non può riparare alla propria assenza di amico, e tenta invano col tributo narrativo di dare alla propria vita quel senso che solo i due amici gli davano, nel comune vissuto di una avventura impossibile.
Il testo è splendido, e regge lo spettacolo, di cui si sono dette luci e ombre.
Scheda tecnica
Il soccombente, di Thomas Bernhard, traduzione di Renata Colorni, riduzione di Ruggero Cappuccio, regia di Federico Tiezzi, regista assistente Giovanni Scandella, scene e costumi di Gregorio Zurla, luci di Gianni Pollini
con Martino D’Amico, Francesca Gabucci, Sandro Lombardi