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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Anfratti di tragedia e paradiso facile

 

 

Affrontare Dante a teatro è un’impresa temeraria, e forse l’unico modo per farlo è il bricolage in leggerezza. Attualizzarlo facendo vivere le sculture di questa cattedrale gotica come ombre riapparse oggi da un altro pianeta, al giudizio della contemporaneità.

E’ il caso di questo spettacolo a regia multipla - ma il cui format appartiene a Roberto D’Alessandro – Hotel Dante, andato in scena al Teatro di Documenti (Roma, 22marzo – 2 aprile 2023). Perché parlo di leggerezza e bricolage. Beh, lo spettacolo è altamente interattivo, senza per questo essere tragico. E’ una specie di gioco di ruolo turistico, dove il pubblico viene condotto ad incontrare alcuni dei personaggi della Commedia, ma secondo un percorso a sorteggio e indovinelli, dove ad un pacchetto base si possono aggiungere altre possibilità, a patto di risolvere alcuni indovinelli (con un minimo di facilitazione ovviamente, per non lasciare troppi attori sguarniti di pubblico). Quando i personaggi li incontri e narrano la loro storia, si accendono è vero, nel loro rivissuto narrante, passione rivendicazione sofferenza, ma manca il tragico dantesco, perché mancano i suoi personali timori e tremore, la sua sfida a rifare il mondo e a vedere Dio. Il suo cercare salvezza e verità, della fede dell’arte della giustizia.

Rimane di lui il lato giudicante, ora attribuito al pubblico, che voterà in quale regno mettere il personaggio narrante, la cui identità rimane velata.

E rimane, trasferito ai personaggi, l’impulso dantesco a rivendicare per le anime, spesso, altra sorte da quella che la tradizione lo costringe ad assegnare loro nell’aldilà. Dante lo fa chiaramente con alcuni – Paolo e Francesca, Ulisse, Ugolino, Manfredi – e qui al pubblico è affidata la possibilità di farlo con altri, alla luce di una morale della modernità.

Alla fine, nella sala centrale, a pubblico riunito, come in un varietà, sfileranno le anime-attore, svelando la loro identità e qual giudizio fu su di loro da parte di Dante e ora del pubblico.

La sala centrale è a corridoio, con sedili in pietra ai lati, per il pubblico.

E prima della sfilata un attore legge un pezzo dell’Ulisse, da Dante – ma devo dire non è affar suo la grammatica ed il ritmo dei versi veri del poeta.

Poi chi vuole del pubblico pure lo fa, con esiti non meravigliosi, e questa è la parte dell’interattività che francamente avrei tolto. Ma il tutto si sublima in allegria con un tastierista che conclude con un allegro motivo jazz.



A sanare tutto all’insegna della tolleranza moderna (perché li abbiamo mandati quasi tutti in paradiso), dopo la sfilata gli attori tutti in coro cantano ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’. Perché in fondo per noi moderni l’inferno non esiste? E Dio è solo evangelicamente amore e paradiso? Forse.

Veniamo ora però alla parte più interessante, cioè allo sfruttamento dello spazio e alla resa attoriale (attori in maggioranza esordienti o quasi, con qualche eccezione).

Intanto c’è da dire che i personaggi inscenati sono 14 – Santa Lucia, Cleopatra, Bruto, Oderisi da Gubbio, S.Agostino, Goffredo da Buglione, Giuda, Manfredi, Federico II, Costanza d’Altavilla, Ugolino, Beatrice, Donata Piccardi, Brunetto Latini – e che quindi, benché abbia superato tutti gli indovinelli, nel tempo a disposizione non ne ho potuti vedere che otto (a mio parere un altro limite, essendo raro che uno spettatore torni due volte).
Ma da un carotaggio si può giudicare l’insieme.

Li lascerò comunque ancora un po’ nelle loro nicchie, per parlare dello spazio. Forse non tutti sanno che il Teatro di Documenti è un gioiello unico per struttura, ideato tra il 1981 e il 1987 dal grande scenografo Luciano Damiani, che ha saputo sfruttare genialmente la struttura preesistente delle grotte seicentesche che innervano la zona del Testaccio. La sua idea era appunto, come nella sala centrale, di rompere la barriera tra pubblico e scena, che nella rete di cunicoli e anfratti a scendere diventa talora quasi un contatto corpo a corpo. E questo è stato usato dalla regia per inscenare per il pubblico il vissuto di un percorso, del viaggio con una guida in luoghi ignoti. Certo qui guida non è un padre spirituale, e il clima è di curiosità più che di timore, ma l’idea comunque movimenta. Si sale, si scende, si incontrano ora piccoli loculi, ora ampie sale sotterranee, tutto nel biancore di sogno dei muri gessati, abilmente moltiplicato, dove c’è spazio da separatori di scena fatti da lenzuoli bianchi appesi, o teli trasparenti. E la voce dell’uno si mischia all’eco della recitazione accanto, come nell’aldilà dantesco il racconto ha l’eco dei sospiri e delle grida delle altre anime.



Per gli attori impossibile parlare di tutti. Talora qualcuno è ancora un po’ accademico ed enfatico, anche se in tutti il livello è buono. 
Ma alcuni spiccano.

Per Beatrice, la cui parte è difficile, e con pochi appigli narrativi, l’attrice supplisce con movimenti danzanti. Santa Lucia è un po’ declamatoria, ma intensa. Ma Costanza spicca per la calma provocatoria da narratrice popolare. Seduta, con pochi movimenti, è aiutata nello stupire dall’inserto nella sua storia di fonti extradantesche, con un culmine nell’aneddoto del parto in piazza per dimostrare la falsità delle dicerie su una sua monacazione. Su questo basso continuo dunque acquista risalto e fiamma, senza enfasi, ma come un picco inatteso, il suo accendersi di dolore e amore frustrato per l’essere morta giovane, senza poter crescere e proteggere l’amato figlio, l’imperatore Federico II. Diventa così non più la sospirosa ombra dantesca, ma madre e persona a tutto tondo. Nella migliore tradizione dantesca dell’umano che sfonda la cornice.

E questo tracimare dell’umano impronta anche la narrazione di Federico II, che nella sua rivendicazione di anticonformismo – pacifismo anti crociate, buon governo, patrocinio delle arti e della libertà – dismette la rabbia ed il decoro imperiali, l’ira anti papalina, per indossare l’abito di un acceso entusiasmo, quasi adolescenziale, gesticolando in piedi, come a voler incitare il pubblico a seguirlo in questa passione, novello Ulisse che li facesse alati al folle volo. Solo alla fine, con subitanea conversione posturale, si siede, riacquistando la fredda alterigia imperiale. Perché la passione non può smentire lo status.

Manfredi, il figlio di Federico II, è quasi il rovescio speculare, ma certo uno dei più bravi ed intensi. Inizialmente seduto, immobile, statua del corruccio, poi balza in piedi, e coma lava incandescente, con voce maschia e ritmicamente spingente, in crescendo, sfoga la rabbia contro la persecuzione ricevuta prima dal pontefice e poi dal vescovo, che ne disperse le ossa. Ma anche lui, come Costanza, ha un bel culmine in controcanto, quando con voce piangente prega si racconti la verità alla figlia Costanza. Anche qui l’umano prevale sullo status, e affetto e paternità tracimano in disperato dolore, breve e lapidario.

Bravi infine Bruto e Giuda. Bruto nel perorare la lotta alla tirannia, in una curiosa stanzetta a specchi, dove il pubblico guarda se stesso (come a dire che non si sfugge al dovere di partecipare, non è lecita l’indifferenza pilatesca). E Giuda nel riuscire a tramutare il proprio tradimento del Cristo in dolore, una croce destinata nel disegno di Dio.

E devo dire che se Manfredi, Federico, Costanza, sono magistrali nella parte, forse Bruto e Giuda sono i più convincenti a sforare nell’interattività che vuole informare lo spettacolo. Il pubblico infatti sente come vero il loro disperato appello ad un giudizio diverso, a partecipare al loro doloroso punto di vista (e li sposterà dal più profondo inferno al paradiso).

Che dire .. Uno spettacolo mosaico, con alti e bassi, ma intelligente nella struttura, e con un esito complessivamente più che valido.

 

 

 

Scheda tecnica  

Hotel Dante, tratto dalla Divina Commedia.

Testi – Roberto D’Alessandro, Federico Valdi, Alessandro Carvaruso, Cloe Filippi, Giuseppe Coppola, Massimiliano Viola, Giorgia Cappello, Salvatore Rosella
Format – Roberto D’Alessandro
Regia – Alessandro Carvaruso, Matteo Fasanella, Paolo Orlandelli, Roberto D’Alessandro. Assistente alla regia – Giorgia Cappello

Con
nella hall – Roberto D’Alessandro, Alessandra De Pascalis, Federico Pappalardo
nelle stanze – Nicolò Berti, Miriam Campione, Lorenzo Carnevali, Giuseppe Coppola, Francesca Cordioli, Alessandra De Concilio, Andrea De Luca, Chiara Di Bartolomeo, Cloe Filippi, Marco Giandomenico, Andrea Lami, Lorenzo Martinelli, Andrea Memoli, Gaia Occhinero, Silvio Pennini, Bruno Petrosino, Letizia Raimondi, Salvatore Rosella, Emanuele Russo, Salvatore Andrea Spina, Sara Todisco, Federico Valdi, Massimiliano Viola,

Scene e costumi – Roberto D’Alessandro, Federico Rossini, Ines Zagame, Francesco Pompa, Lucia Bordona, Giada Tassi
Musiche – Federico Pappalardo

Teatro di Documenti, Roma, 22marzo – 2 aprile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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