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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Le finestre del tempo, così si intitola il testo di Sergio Scorzillo portato in scena al Teatro Sophia (Roma, 3-5.2.2023) per la regia di Mauro Toscanelli. Un titolo già di per sé polisemico e simbolico. La finestra come diaframma tra interno ed esterno, soggettività e realtà. Le finestre del tempo come porzione del tempo, una per ogni stanza della vita: la stanza dell’anziana protagonista, una splendida Giuliana Adezio, e la stanza della giovane coinquilina (forse badante), Patrizia, qui una spumeggiante Ilaria Fantozzi, estatica e dolente nel trascolorare di più incarnazioni psichiche. Infine, le finestre come apertura al presente e al futuro, come opportunità di vita.
Simbolismo dunque, ma che si insinua per lenti segnali all’interno di una tela apparentemente in partenza tutta realistica. Inizia infatti con un’anziana signora da cui va a vivere una giovane ragazza. Semplice convivenza, subaffitto per compagnia? Le bisbetiche schermaglie su autonomie ed idiosincrasie sembrano andare in quel senso, ma quando l’anziana parla di quante volte va al bagno si propende per la badante.
Le due tuttavia sembrano esplorarsi con la curiosità di una possibile amicizia. L’anziana è un po’ dispotica: polemizza sugli orari a cena, su come si mette la carta igienica (un pezzo comico grottesco che vedremo poi prendere sviluppi inattesi, quasi tragici), sul dovere di rifarsi il letto. Ma è anche attratta dalla giovinezza di Patrizia: veste colori di fantasia, scrive poesie, legge. Lei non più. La giovane dal canto suo la vorrebbe spingere ad uscire, camminare, smettere di fumare, leggere, ma soprattutto, almeno, a guardare dalla finestra, perché il mondo è pieno di particolari unici, e questo è poetico, è vita, è apertura.
Ma, e qui cominciano i segnali, non solo l’anziana è perplessa, renitente. Anche vedono cose diverse, ed una finestra si rivela drammaticamente tabù.
Le due condividono un libro, Canne al vento di Grazia Deledda. Ascoltano canzoni, balleranno pure, prima a turno di nascosto, poi insieme. Sembra di nuovo la realtà di un presente di avvicinamento, un fare breccia sulla fragilità dell’anziana, appunto, una canna al vento. La vita ti piega? Ti alzi come le canne?

Poi l’accavallarsi delle rivelazioni si fa incalzante, man mano che frugando nel baule, tra foto e altro, la giovane pungola la memoria di Giuliana. Fino a che il castello crolla a onde. Le dice che sta perdendo la memoria. La provoca con foto. Emerge così la tela della sua vita. Due mariti. Ma uno si è buttato dalla finestra, la finestra tabù. Non è però l’unico motivo del tabù. Lei infatti immagina di vedere le colline romane, un bel ricordo del passato, e nega il presente che la finestra rivelerebbe, come la presenza di vicini nega altre sue memorie. Allora … Sta perdendo la memoria o non vuole ricordare ?
Il presente è Milano, il passato Roma. Ma il passato è anche la morte della sorella, una sorella che non ha vissuto come lei.
E qui si slitta decisamente nell’onirico. La giovane somiglia per Giuliana alla sorella, come appare in una foto.
“Non somiglio. Sono lei”, dice però quella, improvvisamente severa e violenta.
A questo punto, con frammenti di memorie, a turno, si dipana la tragedia della sorella. Il padre è un duro. Allontana Giuliana a Milano per staccarla da un amore sbagliato, e diventa distante con la sorella da quando la sorprende ad amare una scena di ballo di Ginger Rogers, in un film. Giuliana andandosene le regala gli orecchini che le avevano fatto conoscere il primo marito, anche se ora non ricorda, e li crede persi. E la sorella? Perde i capelli … Impazzisce .. deperisce? Ha il cancro? Comunque morirà in una casa di cura, e Giuliana arriverà troppo tardi, non riuscendo a salutarla, e non avrà neanche il coraggio di vederla nella cassa, al funerale.
E il marito? Amato? Forse, ma poi malato inizia una lite violenta, e lei si difende col coltello. Ma “Non mi avrebbe fatto niente. Niente. Mi voleva bene”
Patrizia la spinge però ad uscire dal tragico, alternando poesia e forti scossoni. “Esiste solo l’adesso. La vita non è strutturata come una sinfonia. E’ piuttosto musica jazz”. Come a dire che bisogna improvvisare, cogliere l’attimo, la finestra del presente. Patrizia lo dice indossando un velo bianco che la copre tutta, e come una figura del bacio di Magritte, va verso la finestra immaginaria in avanscena, e guarda fuori, espirando. Poi, alla ritrosia di Giuliana, contrappone una violenta pazzia, fasciandola e imprigionandola con la carta igienica sulla sedia a rotelle. La carta igienica assorbe – dice (lo sporco della memoria e della colpa ?). E’ come una mummia ora (cioè la sua ritrosia è un mummificarsi nel passato?). Ridono, e poi Patrizia le mette gli orecchini. Giuliana ha vissuto anche per lei, al posto suo. Due mariti!! Continui finché può. Finché soffia il vento.
La finestra? La dinamica tra soggettività soffocante e vita come soffio esterno?
Alla fine ballano, prima Giuliana con imbarazzo, poi teneramente avvinte. Il ritorno della memoria come pacificazione.
Giuliana è esausta ora, sulla sedia a rotelle, a fondo scena. Patrizia le mette gli orecchini, e la copre con un velo nero, mentre lei reclina bruscamente il capo a sinistra. Riposo? Morte? Non è dato dire, mentre sale la musica di Gerschwin.

La regia di Toscanelli – da buon gortoskiano – è tutta in filigrana, centrata sull’attore, e la scena, intervallata da brani d’epoca, è minimale, in bianco e nero (vita-morte, luce-tenebra). Una parete nera, sghemba – su cui campeggiano i numeri bianchi di un persecutorio orologio – delimita lo spazio delle contorsioni psichiche, che si apre a destra sui pochi oggetti della memoria-vita, coperti da teli bianchi: il baule delle memorie, e una chitarra (il marito musicista). E all’inizio lo spazio è anche parzialmente sbarrato in avanscena da un velo nero trasparente: la finestra chiusa.
Per il resto pochi oggetti polifunzionali: teli bianchi per le metamorfosi, ed un mangianastri da appendere al collo. Uno splendido spartito per la sinfonia dei gesti. Di Ilaria Fantozzi abbiamo già detto molto. E’ agile e intensa nella danza delle trasformazioni. Ma giganteggia Giuliana Adezio, la cui parte – con il tormento di una staticità pietrificata – è assai più impegnativa. Lei ha il compito di avanzare ed arretrare per millimetri, ed è abilissima sia nell’impegno gestuale della fragilità che nelle improvvise lente accensioni rituali. Ma soprattutto gestisce alla perfezione la maschera del volto, le pause, lo svariare vocale, dal quotidiano ironico al lamento improvviso, allo sgomento, ad albe di speranza, a gore di disperazione. E quando sono silenzi, incidono il volto.
Insomma, un bel lavoro di squadra, su un testo intelligente e scivoloso.
Scheda tecnica
Le finestre del tempo, di Sergio Scorzillo. Regia Mauro Toscanelli.
Con Giuliana Adezio e Ilaria Fantozzi.
Costumi Emanuele Zito. Aiuto Regia Filippo Dell’Arte.
Ufficio Stampa Andrea Cavazzini. Una produzione MELANCHÒLIA TEATRO APS
Fotografie di Francesca Ciommei.