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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Jung diceva che le divinità sono diventate malattie, e pensava alla psicopatologia come una via per manifestare la nostalgia degli archetipi, archetipi che l’antichità ha ipostatizzato nelle proprie divinità e nei miti, e il cui richiamo sarebbe andato smarrito nella laicizzazione nichilista della modernità. Ma mentre Jung vedeva la terapia come una spirale di progressiva integrazione degli archetipi rimossi, alla ricerca della totalità del proprio sè, il suo allievo eretico James Hillman (1926-2011) propone un vero ritorno al politeismo, alla pluralità dei vissuti d’archetipo.
Ogni individuo è segnato (per lui parrebbe dalla nascita) da un particolare archetipo, che è come il suo daimon, la sua platonica guida divina, che lo chiama ad un tipo di modo d’essere, l’archetipo appunto.
Ma la chiamata si manifesta spesso come una ferita, come una sofferta porosità ed apertura ( in quello che lui chiama puer eternus), come viaggio e dissipazione, un tormentato viaggio nell’oltre, in un infinito fare anima che solo incardinandosi nella coppia divina puer-senex (Ulisse) può trovare pace ed equilibrio. Se no resta la ferita dell’amore. Del resto Eros per gli antichi era figlio di poros, che è sia mancanza che apertura.
Allora, fare anima è tormentata fluidità, presa di coscienza ed accettazione di questa lancinante apertura all’eros. E’ del vero amore come della pazzia come della poesia.
Ma perché tutto questo? Perché di questo con rischiosa pazzia parla lo spettacolo Daimon. L’ultimo canto di John Keats, andato in scena al Teatro Lo Spazio (Roma, 2-5.2.2023), su testo di Vanacore, performato ardentemente, in polifonia gestuale verbale sonora e visiva da Gianni De Feo. Parla del fare anima attraverso la monologante autobiografia di James Hillman, dalla sua intuizione-iniziazione semi consapevole da ragazzino alla piena coscienza nella maturità, non a caso in scena nel cimitero acattolico di Roma, nell’incontro con l’ombra di Keats e di Shelley, ma soprattutto di Keats. Perché fare anima è fondere amore e bellezza, platonicamente, cioè farsi poesia. E se sulla tomba di Keats sta scritto che il suo nome è scritto sulle onde – con un rimando quindi all’infanzia di Hillman in riva all’oceano - non va sottovalutata la presenza di Shelley, il poeta dell’Ode al vento occidentale.
Onde e vento, fluenza ed apertura. Ma il gemello astrale di Hillman è comunque Keats.

Dicevo che non a caso in un cimitero. Certo. Amore e morte. Apertura, porta all’oltre. Ed infatti, sul finire, così recita il testo di Vanacore
[…] liberiamo il nostro ego […] per connetterci con la nostra vera essenza .. con la nostra anima, la più pura, la più semplice verità. Ma l’ego si oppone, l’ego vorrebbe vivere in eterno […] lasciamolo andare […] perché è la vita stessa ad essere transitoria .. non di certo l’amore .. No .. no no .. Non serve temere la morte .. Non si deve averne paura. La morte è una apertura verso nuove prospettive .. un oltre .. una porta .. che si apre
Una rischiosa pazzia ?
Quello che intendo è che il testo corre su un crinale fragile, non tanto perché sia un monologo, quanto per la volatilità del conflitto interno, che rischia di renderlo poco teatrale, e più sul versante del racconto poetico, dell’elegia. Si snoda infatti in modo lineare, come un flashback, per esplodere aristotelicamente nella catarsi del presente e dell’agnizione.
Ostacoli interni ? Pochi. In lieve tenera monodia. La separazione dall’amico d’infanzia, in riva all’oceano, che intuisce gemello d’anima, e che gli dona una trottola. E l’intuito perdersi del messaggio, con un’implicita sofferenza muta e inconsapevole, lungo tutta la vita, che ricompare di botto, e fiorisce, nel suo risolversi nell’agnizione romana: la bellezza, l’autunno, il cimitero, la poesia, la morte, l’inno all’amore.
Una rischiosa pazzia che riesce però ad incardinare teatralmente la propria delicata poesia grazie alla dirompente incarnazione fornitale da De Feo, che oltre alla sua presenza scenica magistrale – di corpo e voce – ha saputo come regista armare una struggente ierofania, tessendo un arazzo di corpo musica immagine.
La scena è minimale. Un cubo colorato dalle luci, su cui talora sedersi, e più avanti, a lato, una valigia. Un fondale nero su cui si proiettano scritte giganti (ora frasi di Keats, ora titoli dei capitoli dell’anabasi) e quadri – splendide composizioni astratte del video artista Roberto Rinaldi, oscillanti tra astrattismo espressionistico e gestuale nel segno, indefiniti turneriani, e meste monocromie lunari.

De Feo – vestito di blusa e pantaloni di cotone bianco, danza e recita qua e là il dolore e stupore della memoria e dell’agnizione, in controluce. Talora frontale, talora colorato in trasparenza dalle proiezioni dei quadri, talora di schiena, alla parete, seduto o in piedi, meditando e carezzando il quadro a muro, che modula equivalenze dei suoi stati d’animo.
Nero e colore, ed il bianco abbacinante della purezza crescente, dell’indivinamento progressivo nell’estasi d’amore, che la voce sua narrante modula ora pacata, ora in bassi pensosi ed introversi, ma più spesso in rapiti ed energetici ipercinetici accelerati spingenti. Il tutto con sapienti e calibrate pause, scultorei scanditi, ad enucleare il farsi verbo dell’esperienza interiore.
E dove la voce incalza, il gesto modula: in piedi, seduto, di lato, in avanscena, talora danzando con braccia e mani la poesia del momento.
Bello per esempio, nella sezione Transiti: la notte oscura dell’anima, quando, seduto, canta L’ombra della luce, di Battiato, e intanto fa, davanti al viso, giochi d’onda con le mani.
E’ un crescendo.
E più la parola si incarna, più gesto, immagini e musica si accavallano serrati, per culminare – dopo un microfonato di Gullotta su testo di Keats “non valle di lacrime [ma] valle che forma l’anima” – nella danza dei dervisci, con De Feo che ora in gonna bianca rotea armonico ed estatico.
Del resto la danza dei dervisci incarna perfettamente il pensiero hillmaniano, perché il sufismo predica la via mistica dell’abbandono dell’ego, per ricongiungersi a Dio, e darwish significa la soglia dell’oltre.
Ed infatti la danza è una rotazione retroversa, per ricongiungersi alle origini, o all’archetipo per Hillman, così come il protagonista, nell’unione mistica con l’ombra di Keats si ricongiunge alla rivelazione dell’infanzia.
Soglia e apertura.
Come detto nel testo
il viaggio che per alcuni coincide con la fine, ma fine non è
E ancora "perché dobbiamo chiederci quanto abbiamo amato". E la memoria d’infanzia, richiudendo il cerchio tra nascita e morte, è nel segno dell’amore. Non a caso, nelle ultime scene De Feo estrae dalla valigia la trottola, che ancora conserva, e che fa da anticamera alla danza derviscia del ritorno.
Insomma. Non un monologo drammatico. Non un musical.
Direi un oratorio sacro in forma umana.
E in tal senso vanno anche le vertiginose performance canore del nostro, che sulle canzoni di Battiato e Giuni Russo si trasfigura in verticalità da brivido, virtuosismi, profonde gore baritonali.
Scheda tecnica
Daimon. L’ultimo canto di John Keats, spettacolo musicale. Testo di Paolo Vanacore. Regista e attore, Gianni De Feo.
Video arte di Roberto Rinaldi. Arrangiamenti musicali di Alessandro Panatteri. Partecipazione in voce di Leo Gullotta