Abbiamo 656 visitatori online
Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.
Fogli e Parole d'Arte
non ha scopo di lucro, non propone alcuna pubblicità e ha come unico interesse la diffusione della cultura.
Pertanto, le immagini pubblicate si attengono all'articolo 70, comma 1bis della legge sul diritto d’autore, dove si afferma che è possibile la "libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro".
- Nuova informativa sui cookie -

Andato in scena al Teatro Vascello di Roma, l’attesissimo Aspettando Godot di cui il grande regista greco Theodoros Terzopolous cura anche le scene, le luci e i costumi, è uno spettacolo spiazzante, di indubbia fascinazione visiva, ma che del capolavoro di Samuel Beckett conserva soltanto l’essenza fondante del testo, nella felice traduzione di Carlo Fruttero. Le scrupolose didascalie del drammaturgo irlandese vengono espunte e con esse tutte le chiacchiere di Vladimiro ed Estragone su rape, carote, ravanelli, scarpe che non entrano, piedi che puzzano e via dicendo. Le gag da vaudeville scompaiono del tutto. Il tragico veicolato dal grottesco di Beckett viene sostituito da una tetra drammaticità rituale. La parola diviene colonna verbale di una istallazione sonora carica di significati simbolici. Come Beckett, Terzopoulos inscena un’umanità sull’orlo dell’abisso e affossata nel nulla più assoluto. I due barboni non hanno niente da fare e aspettano inutilmente un Godot che li salvi. Il regista, inoltre, esplora e sviluppa i temi beckettiani del rapporto con l’Altro da sé e con l’Altro dentro di sé, calando la performance in un'aura onirica da incubo.
In scena appare un enorme quadrato color antracite, suddiviso in quattro quadrati separati da sottili linee di luce bianca che vengono a formare una croce. Sono pannelli scorrevoli orizzontali e verticali che svelano o nascondono sezioni di spazi interni. La macchina scenica, un parallelepipedo diviso in due piani comunicanti attraverso una botola è un elemento fondante della rappresentazione, perché ne determina i significati multipli. A poco a poco, la scena si apre sui corpi distesi su un piano di Vladimiro ed Estragone, interpretati magistralmente da Stefano Randisi ed Enzo Vetrano. Se ne stanno lì immobili, testa contro testa, con gli abiti stracciati e macchie di sangue sui volti. Lì dove? In una prigione, in una tomba, o in un rifugio che li ripari dalle bombe? Sirene antiaeree lanciano spesso le loro grida di allarme seguite, a volte, dal boato dei bombardamenti. Il riferimento alla guerra in Ucraina aggancia al presente la performance che altrove fluttua in una sospensione temporale come in Beckett. Ma i due non hanno certo l’aria di chi si è scapicollato per cercare riparo. Ripetono più volte che vogliono impiccarsi, ma in scena non c’è neanche il famoso albero. Al suo posto, in avanscena, compare un minuscolo bonsai rinsecchito. In questo mondo in rovina non c’è traccia alcuna della natura.
Esordiscono ripetendo compulsivamente niente a una e a due voci. E’ la stessa parola d’inizio del dramma beckettiano dove però quel niente da fare pronunciato da Estragone allude alla sua difficoltà a infilarsi uno scarpone malconcio. Il niente di Terzopoulos è più dichiaratamente ontologico. Diversamente dai borbottoni di Beckett che manifestano difficoltà comunicative, i due derelitti si tengono compagnia in modo affettuoso, quasi stessero insieme per esistere. Fanno pensare a Totò e Vicé di Franco Scaldati, interpretati dagli stessi Vetrano e Randisi. A volte si allontanano, a volte si fondono in un unico corpo. La vicinanza con l’Altro da sé è difficile, ma aiuta a sopportare meglio il male di vivere.
Come da copione, a distrarli dalla noia dell’attesa, irrompono in scena Pozzo e il suo servo Lucky. Il primo, interpretato da un Paolo Musio di tutto rispetto, entra in scena tagliando con un coltello un piccolo fondale di stoffa posto in alto. Tuona ordini con fare militaresco, ma non tiene Lucky al guinzaglio. Lucky (un bravissimo Giulio Germani Cervi) nella prima parte fuoriesce dalla botola e rimane muto. Nella seconda appare in basso , con gli abiti a brandelli, la bava che gli cola dalla bocca, un po’ di sangue in faccia. Si dilunga in un monologo anti- narrativo, tutto spezzettato in sillabe e frammenti di linguaggio. I quattro formano una croce luminosa che emerge dal buio più totale. Corpi di uomini sofferenti che portano metaforicamente una croce sulle spalle.
I simboli cristologici sono tanti e le musiche di Penaylotis Velianitis vanno dalle struggenti note di un bandoneòn fino alle altezze corali di un Agnus Dei. In questo modo Terzopoulos traduce in immagini e in suoni il tema dell’anelito alla salvezza. Ma, qui come in Beckett, Dio non c’è. Godot non è God, ma un salvatore non meglio identificato che non si presenta. Il ragazzo messaggero (Rocco Ancarola) mostra la faccia attraverso un buco ritagliato su un crocefisso bianco che cala dall’alto. Ma sulla scena di Terzopoulos calano anche coltelli insanguinati di ogni genere e, sul finale, una corda che sostiene libri strappati e anch’essi macchiati di sangue. Cosa sono? Copie della Bibbia che l’umanità, totalmente priva di valori e sostanzialmente violenta, ha reso illeggibile? Difficile rispondere a questa e alle numerose domande che questa attualissima performance pone agli spettatori. Assolutamente da rivedere.
Scheda tecnica
Samuel Beckett, Aspettando Godot. Copyright Editions de Minuit. Traduzione: Carlo Fruttero. Regia, scene, luci e costumi di Theodoros Terzopoulos. Musiche originali: Panayiotis Velianitis.
Con Stefano Randisi, Enzo Vetrano, Paolo Musio, Giulio Germano Cervi, Rocco Ancarola.
Consulenza drammaturgica e assistenza alla regia: Michalis Traitis.
Produzione: Emilia Romagna Teatri/ Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli-Teatro Bellini in collaborazione con Attis Theatre Company.
Foto di Johanna Weber.
Visto al Teatro Vascello di Roma il 31 gennaio 2023.
s