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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Via del Popolo, di Saverio La Ruina

 

 Il Teatro Basilica di Roma ha inaugurato il nuovo anno con Via del Popolo, scritto e magistralmente interpretato da Saverio La Ruina. L’aggraziato affabulatore appare al massimo delle sue qualità attoriali, in uno spettacolo proteiforme, denso di emozioni, polisemico e attraversato da una sottile ironia che, a tratti, rasenta la pura comicità.

Via del Popolo è la stradina di Castrovillari dove l’autore vive attualmente e dove ha trascorso la sua infanzia e gran parte della sua giovinezza. La strada della sua formazione ma anche un mondo affollato di personaggi legati e uniti da un forte senso di appartenenza alla comunità. Un senso di coesione sociale che il mondo globalizzato ha inesorabilmente distrutto, condannando gli umani a solitudini multimediali. Le botteghe dove ci si fermava per scambiare quattro chiacchiere con i titolari sono state chiuse e sostituite da anonimi centri commerciali, non-luoghi tutti uguali dove non si riconosce nessuno.

Il racconto non è soltanto autobiografico e non riguarda soltanto Castrovillari, che ha acquisito una certa fama grazie al festival Primavera dei Teatri, inventato da La Ruina e da Dario De Luca che di questo spettacolo cura le luci. Via del Popolo contiene una riflessione antropologica sui cambiamenti della società occidentale di oggi. Ci riguarda tutti ma non induce a nostalgie per ciò che è stato.

Il tempo e la memoria sono i motori dello spettacolo che mette in disparte il tempo cronologico per far trionfare quello interiore, che destruttura la sequenza stessa degli eventi. Si comincia dalla fine, si procede per flashback e flashforward, alcune storie si interrompono all’improvviso per essere concluse più tardi, alcuni avvenimenti si infilano nel racconto in via parentetica seguendo l’andamento della libera associazione. Un po’ come nel Joyce dei Dubliners o nella Woolf di Mrs Dalloway. Ma il racconto è assolutamente chiaro e fila liscio senza imporre al pubblico alcuno sforzo mentale, grazie al ritmo perfetto della regia e alla maestria dell’attore, al quale basta un rapido cambiamento di tono, un gesto anche minimo per diventare uno dei tanti personaggi della storia. Il suo racconto non riferisce ma ricrea, i suoi occhi luminosi e lucidi e la sua mimica facciale dimostrano che rivive i momenti di cui parla. La memoria, come sosteneva William Wordsworth , è il filtro della immaginazione , che rievocando esperienze passate, le trasforma in poesia. Non sorprende, pertanto, che il racconto sia caratterizzato da un intenso lirismo.

La scena catalizza l’attenzione su un orologio che pende dall’alto, simile a quelli deformati di Salvator Dalì nel suo famosissimo quadro La persistenza della memoria. A terra, file parallele di lumini bianchi che rimandano al cimitero, dove ha inizio il racconto, e ai lati dei marciapiedi di via del Popolo.

Saverio La Ruina entra in scena con indosso un paio di pantaloni scuri e una giacca bianca, la stessa che portava da ragazzetto per aiutare a servire i clienti del bar che suo padre e suo zio avevano aperto in via Roma , la grande strada dello struscio, dove confluiva via del Popolo.

Dice di stare al camposanto con l’amico Tonino per salutare suo padre Vincenzo, venuto a mancare qualche anno fa. Figura centrale della storia e della vita di Saverio, quest’uomo onesto e volitivo era capace di affrontare ogni rischio per il bene della sua famiglia. Era sceso a Castrovillari con il fratello da un paesetto sul Pollino. Quando le cose iniziarono ad andare bene, l’intera famiglia lo raggiunse nella cittadina che ai loro occhi sembrava l’America. Con passo felpato e gesti rispettosi, Saverio si aggira tra le lapidi e commenta i ritratti dei defunti. I commenti benevoli e anche comici sui modi di fare dei morti risvegliano la memoria e la via del Popolo della coscienza riprende a brulicare di gente, di chi non c’è più e di chi sopravvive alla tirannia del Tempo che tutti condanna all’oblio.

Spetta all’arte, in questo caso al teatro narrativo, il compito di resuscitare persone che, altrimenti, sarebbero finite nel dimenticatoio. Lo spettacolo, per alcuni versi, fa pensare all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, ma i toni e i modi del racconto non sono quelli dell’epitaffio. Qui l’autore rievoca il passato anche per capire e svelare se stesso e lo fa in modo ironico. La sua passione per le paste alla crema che da bambino lo spingevano a imbucarsi alle feste nuziali per accaparrarsi gli amati dolci, rivelano la sua natura intraprendente e la sua tendenza al rischio pur di ottenere ciò che desidera. La foto sulla lapide del cameriere, che non abbassava mai il vassoio di paste ad altezza bambino, si acchiappa uno sputazzo di vendetta da parte di Tonino.

Ogni personaggio è un mondo a parte e i racconti dettagliati della vita di ognuno si intrecciano o addirittura si sovrappongono alle storie personali dell’autore. Dalla scoperta dell’amore all’impegno politico, dalla giovanile disubbidienza al padre, che voleva fare di lui un cameriere, alla presa di coscienza delle sue reali attitudini attoriali che ora si dispiegano in scena in tutta la loro unicità.

La Ruina diventa i personaggi di cui parla rimanendo se stesso. Un miracolo scenico sostenuto dall’uso alternato di un comprensibile dialetto calabrese e di un Italiano che non nasconde cadenze meridionali, da una attenta padronanza dei movimenti, sempre contenuti ma sottilmente caratterizzanti, dalle numerose variazioni tonali, dai dolci sorrisi che illuminano il suo volto che appare commosso ed empaticamente legato ai destini di tutta quella gente. L’elettricista sciamano che aggiustava gli elettrodomestici senza servirsi degli attrezzi, ma colpendoli con lievi tocchi delle mani. De Simone , il bigliettaio del cinema Ariston dove il proiezionista aveva il vizio di tagliare le pellicole. Tonino , il macellaio con il camice sempre sporco di sangue che assomigliava a James Caan de Il Padrino. Zu Franciscu del negozio di alimentari così attaccato alla falegnameria di Mastu Ninu che un panino con la mortadella rischiava di sapere di legno. Il romantico sarto zoppo che si veste a lutto subito dopo la morte della merciaia Ida, di cui era segretamente innamorato. Il ristoratore Pino che si beve un bicchierino di Kambusa dietro l’altro e tanti altri ancora. Non sorprende che un uomo del passato impiegasse trenta minuti per percorrere l’intera via del Popolo e che uno del presente ci metta solo due minuti. Perché quella via era una era un piccolo mondo dove tutti interloquivano con tutti e dove il tempo trascorreva lento.

Centrali sono ovviamente i genitori e lo zio di Saverio che finisce in manicomio quando lui era ancora troppo piccolo per non spaventarsi all’idea di venire rinchiuso anche lui in quel luogo di pena. La madre Filomena viene solo tratteggiata con riferimenti alla sua fissazione per l’efficacia delle fleboclisi e il suo carattere ansioso. Svetta su tutti la figura del padre, uomo forte e di poche parole, che una sera non torna a casa mettendo madre e figlio in ansia. La polizia lo cerca tutta la notte ma sarà Saverio a trovarlo la mattina seguente in un campo coltivato. Il racconto viene interrotto per essere ripreso verso la fine dello spettacolo che può essere anche inteso come un ultimo, lungo addio a papà Vincenzo e ai tempi inesorabilmente andati.

Un vero capolavoro che scatena interminabili e più che meritati applausi.

 

Scheda tecnica

Via del Popolo, di e con Saverio La Ruina.

Disegno luci: Dario De Luca. Collaborazione alla regia: Cecilia Foti. Audio-luci: Mario Giordano. Allestimento: Giovanni Spina. Produzione: Scena Verticale. Organizzazione generale : Settimio Pisano. Foto concesse dall’Ufficio Stampa.

Visto al Teatro Basilica di Roma il 14 gennaio 2023.

 

 

 

 

 

 

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