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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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È come se non fosse più la comunità a parlare e sparlare, ma Malpelo stesso, all’interno dell’omonimo racconto verghiano, già allora dedicato ai ragazzi di miniera. Nel lungo monologo scritto da Antonio Mocciola, Nel ventre (Roma, teatrosophia, 15-18.12.2022), è infatti Sebastiano a raccontare la propria triste odissea di caruso delle zolfare.
Di cosa parliamo ?
Mi ricordo come se fosse ora della fila di giovani nudi, anneriti, magri che avevo intorno. Non poteva trovarsi un giovane che fosse abile alle armi, tanto gli stenti e le fatiche avevano deformato e reso deboli quelle popolazioni.
Così descriveva la situazione negli anni ’70 dell’ottocento un giovane medico dell’esercito italiano, Angelo Mosso, quando venne chiamato a passare in rassegna gli iscritti alla leva militare di alcuni comuni siciliani il cui sostentamento dipendeva dall’estrazione dello zolfo dalle pirrere, o solfare.
Ma non è solo malcostume o arretratezza italica ottocentesca, né un reportage dall’America latina quello che troviamo nelle parole di Sebastiano. La miniera del cui inferno è protagonista e tragico cronista, suggestivamente detta Porcheria, chiude solo negli anni ’60 del secolo successivo, e le condizioni di lavoro erano ancora quelle.
Mocciola, che pure spesso declina i suoi testi sul versante della sofferta relazione padre figlio, da sempre tesse anche tela politica, e da meridionalista, oltre che fare della conservazione della memoria, nella sua dimensione pubblico-privato, la cartina di tornasole di una critica storica e psichica alle costanti negative del potere, della corruzione e dell’inefficienza. Si veda, per esempio, Processo a mio figlio – di recente sempre in scena al teatrosophia – dove la repressione omofoba del ventennio fascista si intreccia col privato di un padre questore.
Politica, meridione, figli maltrattati, non visti, non accettati. Il potere come deviazione maschilista paterna e patriarcale.
Mocciola non si accontenta. Non gli basta qui la denuncia dello sfruttamento dell’infanzia. La storia di Sebastiano non è quella di un povero diseredato qualunque. E’ orfano del terremoto messinese del 1908, dove perde tutti (la città fu rasa al suolo da un’onda di maremoto alta 12 metri). E il suo racconto allucinato parte da lì. Un orfano che dopo aver trovato l’amore in una coetanea, sogna il riscatto nel lavoro, solo per cadere in un inferno ancor più definitivo.
Nudità, irrisione, maltrattamenti.
La sodomia e la pederastia nelle zolfare era indotta dalla lontananza dei lavoratori da casa, e dalla assoluta assenza di pudore fra operai che lavorano nudi in ambiente semibuio, e per distrarsi non hanno altra conversazione dilettevole se non quella grassa. Usano come carezza più frequente e briosa la sculacciata, e sentono il bisogno di abbandonarsi a sensazioni erotiche. In un ambiente tutto maschile i punti abbandonati e pericolosi delle gallerie divengono bordelli. Il caruso sottoposto a violenze, divenendo adulto, desidera provare le sensazioni a cui è stato abituato; e perciò alletta o costringe i carusi, e li fa sodomisti attivi. Gaetano Baglio (1905)
E’ per questo che l’attore è tutto il tempo nudo in scena. I vestiti glieli ha tolti con violenza il maremoto, e rievoca il suo girare nudo tra macerie e burroni. Ma glieli toglierà una seconda volta, con violenza ora colpevole, la comunità degli uomini, il mondo della miniera.
Una nudità dunque che è sia reale che metaforica, immagine del martirio degli ultimi. Ma anche innocenza d’anima, che nella caduta si conserva intatta.
Dicevamo che Mocciola non si accontenta. Il terremoto.
Intanto in filigrana ci sta lo scandalo di una ricostruzione mancata per decenni, e dunque del Sud abbandonato, e dell’Italia senza decoro e deontologia politici.
Non ultimo tuttavia appare anche qui il portato metaforico, essendo la condizione di Sebastiano un terremoto psichico costante, un continuo franare, dove il burrone non è più quello aperto dal terremoto, ma l’abisso fisico e simbolico della solfara. Del resto, si sa, lo zolfo è sostanza del diavolo.
E se Sebastiano sopravvive, altri compagni muoiono.
Un testo difficile – insieme monologo e racconto – dove forse il punto debole è proprio la spartizione tra questi due registri.
L’attore infatti – e se la cava bene – deve continuamente vivere sulle montagne russe di un dentro e fuori, tra la presa diretta ed emotivamente incandescente di momenti vissuti, ed un improvviso straniarsi in pacato racconto.
Ma questo è il punto. Racconto a chi, dove, quando? Ricorda? Parla al pubblico? Parla alla ragazzina amata all’orfanotrofio?
Questo si traduce anche in una parziale debolezza di regia.
Salvo Lupo usa alla grande il corpo – sdraiato, carponi, con torsioni, sbattendo contro la parete, accasciandosi, protendendo le braccia ad allontanare, coprendosi umiliato le pudenda. E lo scatenamento gestuale aiuta la verità della voce. Non solo, ma con improvvise fiammate di parlata sicula stretta, alterna – nella relazione con invisibili compagni – le due voci, sua e dell’altro: confidenze, attoniti stupori, celie, violenti scontri. E mima anche le parti fisiche di entrambi.
Poi si ferma, e recita il racconto, prevalentemente in piedi su uno sgabello.
Ma manca una direzionalità scenica strutturale, ed il regista supplisce con gli spostamenti nello spazio e qualche cambio di luce (rosso, verde), concentrandosi forse più sul dirigere lo strumento emotivo corpo/voce dell’attore.
Nel complesso però il testo è forte, l’attore dirompente, ed il finale un crescendo emotivo. Sebastiano, esposto nudo allo sguardo di una signora bene in visita con le autorità, fugge per disperata vergogna. Fugge fugge, fino al mare, dove in un delirio di trance riparla con la madre morta, come risorta (madre-mare-vita?), e le case risorgono, e sotto una pioggia di petali di rosa trasforma la propria vergogna in dignità.
petali di rosa .. rosa come questo corpo nudo .. La verità è nuda, la bellezza è nuda, la mia anima è nuda. Nudi non abbiamo bisogno di maschere.
E mentre promette alla madre la fata Morgana, scroscia la catarsi degli applausi.
Scheda tecnica
Nel ventre, di Antonio Mocciola. Regia Marco Medelin, con Salvo Lupo.
Roma, teatrosophia, 15-18.12.2022