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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Amleto salta subito in scena, jeans, camicia e giacchetto scaciati, capelli un po’ arruffati e, mentre recita il famoso monologo dell’essere o non essere in modo colloquiale, si toglie scarpe e calzini. Chiede direttamente al pubblico in che modo si potrebbe sopportare tutta questa eredità di male, se non avessimo paura della morte. E mentre elenca abusi e ingiustizie intollerabili, prende una bottiglietta di plastica in mano e tenta di versare dell’acqua sul piede nudo, pericolosamente appoggiato su una presa elettrica. Amleto è un giovanotto di oggi che si interroga sul significato della vita e tenta di combattere gli orrori di un mondo uscito fuori di sesto. Subito dopo, si appoggia sulla struttura scenografica nascosta da un grosso telo e parla con Rosencrantz e Guildenstern che, nella tragedia, appaiono, mandati a chiamare dal re, poco prima dell’arrivo degli attori che reciteranno L’assassinio di Gonzalo davanti alla corte. Poco prima aveva chiesto a Orazio di lasciargli narrare la sua storia e quando il telo smaschera la scena, appaiono tutti i personaggi della tragedia. Amleto è dunque l’autore dello spettacolo nel quale inserirà un secondo spettacolo. Amleto è il teatro, l’unico strumento di cui dispone per cercare e mostrare la verità che si cela dietro le apparenze. Principe del dubbio, vuole accertarsi che l’apparizione dello spettro del padre non sia stata quella del diavolo e usa il teatro per catturare la coscienza del re. Nel suo caso, il teatro è uno specchio che rivela le atrocità dei meccanismi del potere e i vizi e le fragilità degli uomini di ieri e di oggi.


Supportato dalla pregevole traduzione di Cesare Garboli, che spesso dà una strattonata al pentametro giambico per articolarlo in un prosaico linguaggio contemporaneo, Giorgio Barberio Corsetti crea un adattamento dell’Amleto che parli alla società e, in particolare, ai giovani di oggi.
Il marchingegno scenografico di Massimo Troncanetti si compone di due strutture mobili nere che si uniscono, si separano e ruotano su se stesse a seconda delle esigenze sceniche. Sono a due piani e munite di scale a destra e a sinistra. Gli spostamenti sono numerosi e i tecnici di scena che spingono le strutture sono messi a dura prova, anche perché l’alternarsi delle posizioni delle macchine è, nei limiti del possibile, abbastanza dinamico. Duro anche il lavoro degli attori che salgono o scendono le scale mentre recitano. In due momenti viene disposto un grande piano obliquo aggettante verso il basso che costringe gli attori a delicati equilibrismi. Accade nella scena in cui Ofelia restituisce i doni ad Amleto e in quella in cui Re Claudio e Laerte architettano il fatale duello finale.
Nella prima scena la struttura assomiglia al palcoscenico del Globe, con due inner stage e un upper strage. In basso a destra appare un giardinetto che è quasi sempre in vista per ricordare l’uccisione di Re Amleto per mano del fratello Claudio mentre la sua vittima dormiva, come sua abitudine, all’ombra degli alberi.
L’imponente struttura scenografica con le sue scale sospese e i piani inclinati è metafora delle intricate vicende che avvelenano il Castello di Elsinore e tormentano il giovane principe. Lo spazio teatrale, l’unico in cui Amleto sia in grado di agire, sembra incarnare il suo sentire e il suo pensiero lucidamente consapevole dello scardinamento dei valori del mondo di allora e di oggi.
Ma il rischio di tanta ricchezza visiva è quello di dar meno rilievo ai profondissimi significati della tragedia, in nome di una grandiosa spettacolarità.


Il testo snellisce il modello originale. Manca di alcune scene e di alcuni personaggi secondari e, a tratti, le scene non seguono la sequenza temporale del testo modello. Ma tutto quel che conta c’è. Chi decide, a quanto pare, è Amleto stesso, che mozza il monologo recitato in apertura, quando Ofelia si presenta a lui per cercare di dare un taglio alla loro ambigua relazione.
Gli attori indossano tutti abiti contemporanei. Ofelia è in tuta da ginnastica mentre fa esercizi nella sua piccola palestra, per poi apparire, dopo il suo suicidio, con una semplice veste bianca, simbolo della sua innocenza. Il re, la regina e Polonio sfoggiano vestiti classici che qualsiasi politico di oggi potrebbe indossare. Rosencrantz e Guildenstern sono i più colorati.
La recitazione è diretta e volutamente priva di poesia. Bravissimo Fausto Cabra nella parte di un Amleto ribelle e arrabbiato al punto di scrivere con una bomboletta spray “a morte il re” su una tela di plastica. Perfetti Giovanni Prosperi e Dario Caccuri nelle loro parti di Rosencrantz e Guildenstern, mandati a chiamare dal re per spiare il folle comportamento di Amleto. Gesti e smorfie rendono più comica la loro goffaggine e la loro stoltezza. Convincente l’interpretazione del re di Paolo Musio che, nel monologo in cui Claudio ammette le sue colpe, lascia chiaramente intendere che i privilegi provocati dal suo barbaro assassinio sono tali da non favorire un vero pentimento. Sara Putignano, nella parte di Gertrude, dà il meglio di sé nella scena dell’incontro con il figlio, subito dopo la brusca interruzione dello spettacolo rivelatore. Il Polonio di Pietro Faiella stempera la verbosità del suo personaggio in più punti. L’Ofelia di Mimosa Campironi attraversa i mutevoli stati d’animo della fanciulla e la sua pazzia finale con straordinarie destrezze vocali e gestuali. Suo fratello Laerte, interpretato dal bravo Diego Giangrasso, risulta convincente nel suo dolore, nella sua sete di vendetta e nella pacificazione finale con Amleto, poco prima della morte di entrambi.
Molto efficace lo spettacolo nello spettacolo recitato dagli attori girovaghi che seguono con perizia i famosi consigli di Amleto, validi per gli attori di tutti i tempi.
Lo spettacolo punta molto sull’azione scenica, assolutamente dinamica e ben cadenzata nei ritmi. Qualcosa della dolorosa e poetica tragicità dell’originale inevitabilmente si perde, ma il pubblico segue con attenzione e giunge al finale con il fiato sospeso.
Scheda tecnica
Amleto di William Shakespeare. Adattamento e regia di Giorgio Barberio Corsetti. Scene: Massimo Troncanetti. Costumi: Francesco Esposito. Luci: Camilla Piccioni. Musiche e vocal coaching: Massimo Sigillò Massara. Movimenti: Marco Angelilli. Assistente alla regia: Tommaso Capodanno.
Con
Fausto Cabra, Francesco Sferrazza Papa, Giovanni Prosperi, Dario Caccuri, Paolo Musio, Diego Giangrasso, Pietro Faiella, Sara Putignano, Mimosa Campironi, Francesca Florio, Adriano Exacoustos, Iacopo Nestori.
Foto di scena di Carolina Pajewski, per gentile concessione dell’ufficio stampa nella persona di Amelia Realino.
Produzione: Teatro di Roma - Teatro Nazionale.
Visto il 19 novembre al Teatro Argentina di Roma dove resterà in scena fino al 4 dicembre.