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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Farfalla... Farfalla... , di Aldo Nicolaj (1920-2004) – di recente in scena al Teatrosophia (Roma, 17-20.11.2022) - è un testo del 1967, che da anni sta in cartellone ovunque all’estero, ed in Russia quasi tutti gli anni. Ma il destino degli autori in Italia è curioso, e ha a che fare con la morte. Ci sono gli ignorati o osteggiati da vivi, che la morte fa lievitare, e ci sono quelli famosi da vivi, che la morte cancella. Un fenomeno comprensibile, ma da noi macroscopico. Diciamo una poca attenzione a coltivare e promuovere il proprio patrimonio, specie nell’ambito della drammaturgia.
I testi di Nicolaj sono testi sapienti, che sulla base della commedia brillante innestano ombre e brividi, tra denuncia sociale, affondi psicologici, e lievi derive tra surreale ed assurdo. E a loro modo graffianti, e oggetto all’epoca anche di ostilità e censura, come fu il caso per esempio di Il soldato Piccicò, censurato per offese all’esercito italiano.
E si potrebbe dire – epoca beata, in cui la gente andava a teatro abbastanza da far sì che si potesse reputare scandaloso e pericoloso un testo. Oggi lo scandalo, se esiste, si è trasferito sui social, e talora in TV. Raramente nell’arte, diventata in tal senso quasi irrilevante.
Ma veniamo a Farfalla.
Da bruco a farfalla? la farfalla come anima ed estetica contro le brutture della realtà, il corpo, la vecchiaia, la miseria, la violenza? La farfalla come sogno?
Di più.
La farfalla come delirio difensivo, patologico, come tragica e patetica negazione della ferita del reale.
Edda, la protagonista, è una donna vecchia e sola, apparentemente al tramonto di una esistenza piena e vivace, fondata su bellezza e seduzione. Vive in una casa elegante e signorile, e rovescia in modo ossessivo capriccioso nevrotico e terribilmente ripetitivo – su un domestico, Foca (qui maschio gay – originariamente donna), intriso di àtona irritata tolleranza e sopportazione – i ricordi del tempo che fu, la sua spocchia padronale da parvenu, insieme a lampi di fragilità ricattatoria.
Si vanta di aver sempre tradito gli uomini che la corteggiavano, ricchi e belli, ma che disprezzava, e da cui si voleva autonoma. Ma l’orecchio del servo sembra dubitoso, e il primo cenno di delirio è la continua fantasia di lei che qualcuno verrà a cena (En attendant Godot?), brutalmente smentita dal servo.
Dunque, intanto, negazione del tramonto e della solitudine. Poi, vittimismo. Non dorme. Ma il servo implacabile smentisce. Dorme, e russa.
Fin qui siamo ancora nel comico, quasi nella macchietta patetica. E Nicolaj gestisce il comico fino al climax della gag isterica. Arriva infatti un giovane, che apparentemente vuol solo vendere una spazzola elettrica che gli è avanzata, e lei si scatena in balletti di vezzoso corteggiamento e maltrattamento. Prima lo accudisce, costringendolo imbarazzato ad un pediluvio caldo per rinfrancarsi dal gelo. Poi lo accusa di essere forse un ladro. Poi lo convince a vivere da lei, per farle compagnia, mentre contestualmente nell’altra stanza muore un vecchio, che si rivela essere non il padre, come diceva, ma un precedente compagno d’ascolto. Il compagno ideale, dato che sordo.
Il macchiettismo è qui a vertici di gag e patetismo, con la vecchia che freme intorno al giovane, e l’attrice Masaria Colucci è splendida nell’esibire altalene di toni, mosse e mossette, e vertigini di mutamenti facciali, in degna competizione con la storica interpretazione di Paola Borboni.
Poi, mentre il pubblico si aspetta altre vertigini comiche, tutto si capovolge. Si passa ad un simil Ibsen, alle crocefissioni del dramma famigliare.
Lui si dichiara suo figlio, e lei nega. Il figlio però (un Bevilacqua abile sia nella goffagine del timido imbarazzo sia nella metamorfosi della rabbia) non le lascia scampo. La costringe a ricordare, con particolari e foto. L’ha avuto non con miliardari o principi, ma con un umile e squattrinato falegname, di cui lei ricorda con orrore miserie e sentimentalismo. Così lo ha abbandonato in un orfanotrofio, e non lo rimpiange. Il figlio allora si fa crudele. Non solo il padre – ritrovato a 16 anni – ha amato solo lei, e in punto di morte lo ha mandato lì. Ma dalle foto di gioventù lei non risulta 'sta gran bellezza. Solo normale. E non solo i suoi gioielli sono falsi e non principeschi. Tutto lo è. Forse si prostituiva, è stata in prigione, e col vecchio morto conviveva non per compagnia, ma per la casa (di lui), accettando anche di farsi picchiare.
Lei è distrutta ? Per un attimo. E lo scaccia. Ma il suo è un meccanismo psicotico, e il delirio si ricostruisce, a patto di inglobare l’incidente. Così, sola, seduta sul divano, fantastica dello splendido neonato tanto amato, della sua splendida culla, un figlio adorato che se ne è andato solo alla morte del padre, un Marajà.
Il delirio non è più qui un blando artificio senile contro la solitudine. Una mattana da vecchietta al tramonto. La macchietta assurge a persona. Il delirio si fa tragico. Tragica e totale negazione della propria intera esistenza come questione di sopravvivenza e di argine alla disperazione.
Non c’è composizione possibile. Ogni tragedia personale gira su se stessa.
Quella di lei, del figlio, del padre-falegname e del suo amore inutile.
E le farfalle? Che c’entrano?

Sono l’antitesi degli uomini, da cui è stata brutalizzata nel sogno di uscire dalla miseria. Parla spesso degli uomini come la rovina del mondo.
Ma ad un certo punto dice che hanno rovinato la natura. Prima la sua casa era piena di farfalle, dice, di fronte allo sguardo schifato e negatorio del servo.
E il servo?
E’ il factotum dell’assurdo – come nella Lezione di Ionesco.
Il guardiano della clinica del quotidiano, ma anche con sottili derive inquietanti e sadiche, secondo il paradigma dei capovolgimenti insiti nella dialettica servo-padrone.
Del resto, per paradossale che possa sembrare, potremmo persino pensare al servo come ad un regista in scena – un muto deus ex machina, come in certo Kantor. Datosi anche che l’attore che magistralmente lo interpreta, Toscanelli, è qui anche nella realtà il regista.
Toscanelli gioca abilmente la sua figura nel bastione dell’immobilità impenetrabile. Un dio muto? Un testimone accusatorio? Il burattinaio della sua vittima? Prova pietà? Non è dato sapere. E’ ambiguo fino alla fine. Ma ha dei lampi. E’ attratto dal giovane, visto come un intruso, ma anche da spiare nudo nella doccia, col suo consenso. Un duello che mette in scena rompendo ben due volte l’immobilità.
Prima in una danza-duello erotico intorno al tavolo da stiro. Un’altra volta ballando romanticamente con la scopa mentre la vecchia cinguetta i suoi senili corteggiamenti.
E alla fine rompe definitivamente il silenzio proponendosi come padrone-ascoltatore, a patto di ereditare la casa. Lei acconsente, e lui le versa molte, troppe, gocce nel bicchiere. Dorma! Un anticipo di omicidio a scopo di lucro? O servirà pietoso, e attenderà? Non è dato sapere.
Del resto il risentimento non deve mancargli. Quando lei lo porta a parlare del suo amore per un pastore, e poi della morte di questo, mentre lui ne parla lei non ascolta, ma parla d’altro, di sé e della casa, guardando il muro.
Tra loro il rapporto è un muro. Lei è perfida e disperata. E glielo ha insegnato. Lo ha reso perfido e di marmo.
Così, tra il deliro di lei e l’ombra di lui che incombe, cala l’ombra sul pubblico, aprendo a sentieri di pensiero.
Da rompere con l’applauso.
Scheda tecnica
Farfalla… Farfalla… di Aldo Nicolaj, regia e adattamento di Mauro Toscanelli.
Con Masaria Colucci, Alessandro Bevilacqua, Mauro Toscanelli.
Scenografie di Enrico Quadrozzi, M. Toscanelli, produzione Melanchòlia.
Teatrosophia, via della Vetrina 7, Roma: 17-20 novembre 2022.