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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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I testi di Antonio Mocciola, drammaturgo vorace e veloce, prolifico e attento alle occasioni, sono sempre interessanti, ad una più o meno alta temperatura tra provocatorietà e psichismo. Ma mi sembra che, avendone visti diversi, alcuni siano i fili ricorrenti del suo discorso. Sicuramente vi è un lato identitario – la gaytudine – che però è solo il trampolino di lancio per una sensibilità al tormento dell’esclusione sociale, nel suo risvolto interiore e nelle coordinate della sottile persecuzione ereticale, introiettata o manifesta. Diciamo, in sostanza, un discorso politico. Altro tema, di sottofondo, è il tormento intrinseco ad ogni relazione. Ma mi pare che uno dei temi ricorrenti, in particolare, sia la ferita del rapporto padre-figlio, di cui sa scavare l’ambivalenza, con uno spostamento ultimamente sulla figura del padre, di per sé interessante. Certo il padre figura come un modello schiacciante, irraggiungibile, castratorio. Ma, da muto fantasma va sempre più prendendo voce. In Cartoline da casa mia (2019) il tormento del figlio (autoreclusosi autisticamente) è tutta memoria e dialogo con un fantasma persecutorio. In PadrEterno viceversa (maggio 2022) – che rielabora a due il monologo di Lettera al padre, di Kafka – il padre prende voce, esigente e protettivo in modo violento. Ma già qui, sia pure in scene mute, appare a sua volta tormentato, fragile stanco. La delusione alle sue aspettative si fa silente smarrimento. In Il buffone di dio (giugno 2022), sul rapporto Nijinski/Diaghilev, apparentemente è in gioco un eros manipolativo, ma non si può negare che Diaghilev sia anche una figura paterna. E così si arriva al testo andato in scena recentemente a Roma (TeatroSophia, 2-6 novembre 2022), Processo a mio figlio, dove nella cornice della repressione omofoba del ventennio fascista, si assiste al duello affettivo tra un questore e suo figlio. Non indifferente in tutto questo, dopo Cartoline da casa mia, la scomparsa totale della figura materna in tutti i testi successivi. Il problema, lacanianamente, è la legge del padre, che non risparmia nessuno dei due contendenti emotivi. Perché il fallimento dello specchio filiale respinge pure i padri nell’indefinito filiale, in un figlio che rischia di destrutturarli. E di questo qui si tratta, del duello tra legge ed affettività, che va da sé è il rimosso materno, il gorgo che mi risucchia.
La storia è semplice. Un delatore canaglia fa sapere al questore di frequentazioni omosessuali del figlio, in una viscida lettera minaccia, dove chiede di prenderne il posto come impiegato ministeriale, quel posto dove il padre aveva confinato protettivamente il figlio, troncandone il percorso universitario.

Il padre oscilla tra la riprovazione lo schifo e la delusione verso il figlio, da un lato, e la pulsione protettiva. Decide così che è meglio inviarlo al confino su un’isola, per salvarsi dallo scandalo personale, ma anche per proteggerlo da pestaggi e quant’altro.
Ma non è questo il vero centro. Prima di farlo, sottopone il figlio – obbligandolo a denudarsi, e umiliandolo – ad un interrogatorio confessione dai toni sadici, cui il figlio reagisce con una disperazione complicata da feroci attacchi d’asma. Anche qui infatti, come nel testo kafkiano, il figlio non è solo debole psichicamente e moralmente (l’omosessualità), ma anche fisicamente.
Ma proprio nel sadismo dell’interrogatorio esplode tutta l’ambivalenza paterna, la nostalgia per un figlio che dall’adolescenza lo sfugge, e verso il quale l’ansia di dialogo assume quasi le tinte di una tentazione omosessuale e voyeuristica nel padre stesso, in un momento di ubriachezza, una tentazione tra lo sguaiato lo stupratorio e il tenero. Il sadismo allora si rivela per quello che è: un disperato tentativo di far sì che il figlio gli parli di sé.
Ora, rispetto agli altri testi, il padre non è più un fantasma silente, ma carne dolente nella comune crocefissione del rapporto. E non mi si parli di omosessualità repressa nel padre. Non è questo il punto.
Detto questo, veniamo a regia scenografia coreografia.
Sì, coreografia, perché quella a cui assistiamo è una danza fisica da terzo teatro, da teatro della crudeltà. Non ci sono oggetti scenici. Solo sullo sfondo un telo biancastro a forma di cuore, barrato da una gigantesca svastica in panno nero. Gli oggetti sono i corpi degli attori, come ostacolo generativo e vibrafono delle emozioni, in un lento e crescente scatenarsi.
E va detto, per inciso, se la loro performance è in crescendo, veramente cresciuto in particolare risulta Giannotti (il padre), non da molti anni sulla scena, qui veramente sbocciato in una attorialità matura e sofferta.

Comunque, tornando al concetto di ostacolo generativo, è notorio che una buona recitazione e dizione che dir si voglia difficilmente evade il rischio di discontinuità nell’intensità, e talvolta di accademismo anche alto, se non è supportata da azioni, dal concreto banale. Meglio ancora quando l’oggetto è usato come tensore, per innescare la tensione del vissuto vocale. Ma quando non ci sono oggetti, azioni quotidiane, sono ostacolo tensione e scatenamento fisico a portare la voce dal puro recitativo al vissuto.
Ed è questo che accade.
I due partono da due muri opposti, il figlio a terra, il padre strisciando il volto sul muro, percorrendolo. Il muro è il primo suo contro sensore. Poi il figlio si espande in contorsioni a terra, in capriole, in verticali.
Più avanti si incontrano a terra, strisciando o carponi. Poi si abbattono schiene a schiena in un momento di tenerezza. E quando il padre è all’acme del ruolo di torturatore, il figlio – un intensissimo Flavio Marigliani – si contorce sotto l’incombere gigantesco della svastica, dietro cui ora sanguina il cuore, arrossato dalle luci di scena. Ulula asmatico, chiede pietà, e a tratti il volto si fissa stravolto in urla mute.
Affamati dell’altro, prigionieri di sé e dell’altro, danzano la loro triste danza cannibalica.
Forse soltanto, talvolta, il figlio è troppo sempre sull’urlo, diversamente dal padre, che esibisce una gamma più varia, tra rabbia smarrimenti stanchezza.
Regia e coreografia comunque suonano con perizia e intensità lo strumento degli attori, a cui la scenografia minimale consente la piena espansione della nudità d’anima.
Va da sé, applausi lunghi e calorosi.
Scheda tecnica
Processo a mio figlio, di Antonio Mocciola. Adattamento e regia Guido Lomoro,
con Francesco Giannotti e Flavio Marigliani.
Voce fuori campo, Bruno Petrosino. Coreografie e movimenti scenici, Maria Concetta Borgese. Disegno luci, Adalia Caroli. Scene, Enzo Piscopo.
Teatrosophia (Roma, 2-6.11.2022)