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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
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La festa dei morti è il sottotitolo dell'ultima creazione di Emma Dante che esplora il sottile confine che separa la vita dalla morte. Memoria e immaginazione sono gli strumenti necessari per travalicare quel confine che ci separa dalla terra dalla quale nessun viaggiatore è mai tornato. Ma i ricordi vanno praticati solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi. La citazione da I quaderni di Malte Laurids Brigge di Rainer Maria Rilke è posta dalla Dante in epigrafe alle note di regia, per comunicare agli spettatori che la festa del 2 novembre non può bastare a far rivivere i morti dentro di noi. L'introiezione avviene attraverso l'amore, un profondo senso di mancanza e, nel suo caso, attraverso l'arte.
La scena è una stanza che non c'è. Il vuoto è assoluto come l'oscurità che lentamente degrada in luci dorate. Ci abita in solitudine il Vecchio 'nzenziglio e spetacchiato che prepara il pupo di zucchero, fatto con acqua, farina e zucchero. Un pupazzo che poi dovrebbe essere dipinto con colori vivaci. Ma la pasta non lievita e il vecchio è sconsolato perché la notte tra il 1 e il 2 novembre passa veloce e l'esca pe li pesci de lo cielo probabilmente non sarà pronta.
Secondo la tradizione del Sud, il pupo rappresenta le anime dei defunti e viene consumato per farli abitare nel corpo in una simbolica patrofagia. Ma i defunti sono già nella scena dei suoi ricordi e saranno loro ad aiutarlo a decorare il pupo. Per un giorno la sua casa sarà piena di vita.
Nel buio si sente un suono di campanelle e il biascicare di litanie appena sussurrate. Alle sue spalle appaiono le tre sorelle Rosa, Primula e Viola, morte di tifo prima di potersi sposare. A volte cadono a terra e si contorcono in spasmi convulsivi, ma il più delle volte cantano e danzano leggere nell'aria, trasmettendo un senso di gioia, di giovinezza e di libertà.

Compare anche sua madre di origine francese, abbandonata da giovane dal marito, uomo di mare sempre in viaggio. E' molto probabile che abbia un' amante in ogni porto ma lei continua ad aspettarlo inutilmente. Più brutale e sanguigna la relazione di zia Rita e zio Antonio, che ammazza la moglie di botte per poi lasciarsi andare alla passione squallidamente carnale che li unisce.
Nelle memorie dei familiari c'è posto anche per Pedro, un questuante spagnolo che sogna di diventare torero e che fa la corte a Viola, e Pasqualino un orfano cresciuto in casa dalla madre amorosa come un figlio naturale.
Si assiste a una fantasticheria mortuaria energica e vitale. La infinita varietà gestuale dei bravissimi attori è studiata nei minimi particolari e l'accumulo a volte frenetico delle scene è sostenuto da improvvisazioni e interazioni. Il linguaggio corporeo è usato in modo che i personaggi che brulicano nella memoria del Vecchio, appaiano a volte come figure bidimensionali, pure immagini. Un effetto sorprendente che trasforma visivamente quei corpi in ricordi.
I personaggi parlano il napoletano de Lo cunto de li cunti di Basile, dal quale la Dante trae ispirazione, come era stato anche per La scortecata. Ma il loro eloquio recupera deformazioni siciliane in un impasto linguistico poetico e popolare allo stesso tempo.
Notevoli i brani del Sud, come Luna nova di Salvatore di Giacomo e Mario Costa, cantata da Viola o Mi votu e mi rivotu della grandissima Rosa Balistreri, parafrasata dal Vecchio.

La fantasmagoria è accompagnata da musiche tradizionali suonate dal vivo dagli attori. Nacchere, sonagli, tamburelli e perfino una Caccavella (tamburo a frizione).
La festa dei morti raggiunge il suo apice con l'esposizione in direzione del pubblico del pupo di zucchero, decorato dai morti viventi. Gli ingredienti non sono tutti quelli usati da Betta per costruirsi un uomo di suo gusto in Pinto Smalto di Basile, ma l'effetto è ugualmente di grosso impatto e trasforma il pubblico in ecclesia che assiste a un rito profano.
Ma la festa deve finire e gli interpreti escono di scena in fila, senza far rumore, trascinandosi sulle spalle un sacco che contiene le loro spoglie mortali.
In scena appare una cancellata di cimitero dove il Vecchio si reca per accendere un lumino ai suoi morti che hanno appeso alla cancellata i pupi che li rappresentano. Sono mummie in avanzato stato di decomposizione costruite dallo scultore siciliano Cesare Inzerillo,
L'effetto è sconcertante anche perché l'immagine contrasta fortemente con quanto visto poco prima sulla scena. I morti veri sono così, prima che diventino polvere. Dipende dagli umani la loro possibilità di rivivere nella memoria e nell'arte. Viene in mente Kantor, ma lo spettacolo è la summa espressiva del teatro di Emma Dante.
Scheda tecnica
Pupo di Zucchero. La festa dei morti, liberamente ispirato a Lo cunto de li cunti di Gianbattista Basile. Testo e regia di Emma Dante. Costumi: Emma Dante. Assistente ai costumi: Italia Carroccio. Sculture: Cesare Inzerillo. Luci: Cristian Zucaro.
Con: Carmine Maringola (il Vecchio), Nancy Trabona (Rosa), Maria Sgro (Viola), Federica Greco (Primula), Sandro Maria Campagna (Pedro), Giuseppe Lino (Papà), Stephanie Taillander (Mammina), Tiebeu Marc-Henry Ghadout (Pasqualino), Nartina Caracappa (zia Rita), Valter SarziSartori (zio Antonio).
Assistente di produzione: Daniela Gusmano. Coordinamento e distribuzione: Aldo Miguel Grompone, Roma. Foto di Ivan Nocera. Produzione Sud Costa Occidentale in coproduzione con teatro di Napoli-Teatro Nazionale, Scène Nationale Chãteauvallon-Liberté, ExtraPôle Provence-Alps-Cõte d'Azur, Teatro Biondo di Palermo, La Criée Théãtre de Marseille, Festival d'Avignon, Anthéa Antipolis Théãtre d'Antibes, Carnezzeria, e con il sostegno dei Fondi di integrazione per i giovani artisti teatrali della DRAC PACA e della Regione Sud.
Prima nazionale, luglio 2021 al Pompeii Theatrum Mundi.
Visto al Teatro Argentina di Roma il 21 ottobre 2022.