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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Bestie in croce e meccanismi del consenso

 

 

Quando è la bestia ad avere paura, è una favola sbagliata.

Questa frase, che conclude la splendida performance di Alessandro Bevilacqua e Mauro Toscanelli, sembra un rovesciamento di La bella e la bestia, ma non è precisamente così.

Qualcosa di simile e qualcosa di diverso in questa riesumazione di fatti di regime e di linciaggio con la quale Alessandro Calamunci Manitta riattualizza la triste parabola di Gino Girolimoni, vittima sacrificale del ventennio fascista (Una favola sbagliata, Roma, 6-9 ottobre 2022), già agli onori dell'arte nel film di Damiano Damiani Girolimoni, il mostro di Roma (1972).

Identici, nella favola e nella realtà, i processi di mostrificazione che, chiunque li promuova, si fondano comunque sulle dinamiche delle masse, cioè sul profondo bisogno di queste di esorcizzare le proprie paura tramite il meccanismo del capro espiatorio. La bestia è l'incarnazione del demonio, e nei riti satanici le vittime sono i bambini. Vi è poi però qui un duplice intreccio: l'ordine pubblico deve garantire da due pericoli; la violenza, la perversione. E la perversione ha come sua massima espressione nella violazione del simbolo dell'innocenza.

Cosa quindi di più terrificante di un pedofilo che viola e uccide bambine?

La favola in questo è diversa, pur agitando anch'essa di base meccanismi sessuofobici. La presunta vittima infatti è una giovane donna, in grado quindi di fronteggiare il mostro con l'amore, ma anche di aprire al lieto fine sacro del matrimonio. Con la pedofilia non c'è lieto fine possibile né possibile accettazione, se non nella negazione del fatto.

E la negazione del fatto avvenne, a breve giro, dopo pochi mesi di carcere dell'accusato, con scagionamento al processo. Ma non si produsse il lieto fine, perché qui, tra favola e dinamiche di massa si incunea la logica del regime, il vero mostro, che fa dell'accusato un Cristo in croce di un supplizio senza fine. Perché la stampa fu tacitata, e il commissario che dimostrò l'innocenza di Gino, Giuseppe Dosi, fu prima allontanato da Roma, poi incarcerato, infine addirittura chiuso in manicomio per 17 mesi.

Le masse dovevano essere distratte dal delitto Matteotti, e d'altra parte il regime doveva dimostrare la sua capacità di garantire protezione ai cittadini. Figuriamoci se Mussolini poteva accettare addirittura che la stampa evidenziasse un errore giudiziario.

Ma come si colloca la frase finale? Gino, ridotto al barbonaggio, non ha paura della gente o del regime. Non prova nemmeno rabbia; piuttosto stupore. E' un innocente dostoevskiano, umiliato, offeso, dolente. Solo.

Il commissario redentore è diventato suo amico. L'unico che lo va a trovare, lo nutre, tenta di dargli voglia di vivere. Ma nella malinconia e nello stupore di Gino per il caso che ha travolto la sua vita di benestante fotografo si insinua un veleno, che non lo fa dormire, una fobia generatrice di incubi. E' la bambina nei suoi incubi a diventare un mostro persecutorio, che tenta di sedurlo, generando il terrore che tutto si ripeta. Alla solitudine e all'emarginazione, con un solo amico, Gino potrebbe reggere. Ma a questo no, e nel finale si lascia morire, come una bestia braccata. Ora la vittima è la bestia, e questa è una favola sbagliata. 

Dinamiche di massa. Ragioni del regime. Dunque una accusa al ventennio? Certo, e militante, dato l'evento elettorale recente. Ma è solo questione di regimi? Non è il fantasma della pedofilia di per sé spesso isterico? Ma soprattutto, la stampa ha bisogno del regime per comportarsi così? O non è che dal '900 in poi il regime è intrinsecamente mediatico, e la stampa violenta per meccanismi consumistici? Certo la questione è politica, e negli anni settanta – dove la critica al capitalismo consumistico e alla repressione sessuale erano dominanti – non a caso, e con ben altra incisività, sempre nel 1972 usciva anche Sbatti il mostro in prima pagina (Marco Bellocchio), che nel titolo centralizza più che il fatto il meccanismo.

Ma veniamo al testo, alla regia, agli attori.

Il testo di Calamunci prende come base le memorie di Giuseppe Dosi (Il mostro e il detective,1973), e ne fa il coprotagonista: il narratore e la coscienza. Ma soprattutto esalta poeticamente la figura della vittima, facendone un semplice, un popolano romanesco. E l'attore eccelle nel tono dimesso dell'eloquio, nella semplicità e nello stupore bambinesco, dolente, smarrito. Comincia in scena nella sua quotidianità di barbone, e pian piano emergono i fatti, un po' in un parlare ad un invisibile altro barbone, un po' nel dialogo con il commissario, che lo viene a trovare. Poi per montaggio crescono le rivelazioni, fino a quella sul calvario del commissario stesso.

Toscanelli tuttavia – il commissario – che racconta come tale il suo fregolismo trasformista nelle indagini, funge in realtà da cerniera trasformistica per tutto lo spettacolo, con una bella idea registica, forse dettata anche dalla economia di mezzi. Impersona infatti non solo il commissario (il bene), ma anche, e magistralmente, il male. Prime di tutto in modo minacciosamente iconico simbolico. All'inizio, a metà e alla fine, quando nel buio Gino dorme sotto il cartone, reso rosso sangue dalle luci, si aggira claudicante e vampirico in veste nera (il prete che era il vero colpevole, ma mai condannato), girando intorno alla vittima ma forse preda satanica, trascinando una sacca, e alzando poi la croce come in un rito macabro. E Toscanelli è un artista del gestuale. Ma poi esplode in modo grottesco, sadico, ironico quando dalla platea interpreta un ex amico di Gino, ora latore delle ragioni del regime, che gli spiattella in faccia in un crescendo tra il persecutorio e lo sfottente, intercalato da sataniche risate. Un'immagine gogoliana (L'ispettore generale, 1836).


Infine, sempre a proposito di gestualità, e sospetto sia invenzione dell'attore, per appoggiare la staticità del racconto del suo dolore a un movimento, in un momento strappa e sparge (segno violento dell'inutilità) le pagine del suo quaderno di appunti; in un altro momento fa navigare una barchetta di carta nell'aria, come a dire l'evanescenza del sogno bambino dell'innocenza (sovviene la barchetta nella pozzanghera alla fine del Battello ebbro di Rimbaud).

Interessanti e calzanti anche le musiche che segnano le dissolvenze sceniche, sempre forti e battenti, e dove il testo rincorre i contenuti di scena. Comincia con la musica elettronica ossessiva dei Mode Selector, Let your Love Grow, che comincia dicendo “Io ti seguirò e tu seguirai me / Mistero dei miei tessuti / Agiterò la tua lealtà nel gelo”. Poi, a siglare la disperazione di Gino, dopo la persecuzione gogoliana, ecco Still Smiling, di Teho Teardo, che recita “ancora qui / riconto quei giorni bui / ricordo le circostanze / anche se mi porta via il sonno / ricordo quei giorni bui / gli errori di calcolo e la fine di certi amori”.

E altre ancora.

Insomma, una narrazione semplice, lineare, una cronaca, ma un ben gestito atto di dolore e coscienza politica. E il pubblico reagisce caloroso.

 

Scheda tecnica
Una favola sbagliata
Testo e regia Alessandro Calamunci Manitta
Con Alessandro Bevilacqua e Mauro Toscanelli
Foto di scena Chiara Egle Trento

 

 

 

 

 

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