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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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“Le parole / balbettano di noi. / Chiome / sentinelle / sillabe / di un disperso amore”.
Così dice Marcello Sambati - o meglio, una voce, nel buio, nel quasi nulla, nel sospiro del vento. Una phoné direbbe Carmelo Bene, una voce del disessere.
Così sono spesso i poemi teatrati di Sambati, poemi fisici e colature di parola nel vuoto pieno di una dolente eterna metamorfosi.
Non si può, petrarchescamente, che ascoltare in rime sparse il suono, il vano sogno. E cosa di meglio per coniugare l’irraggiungibilità etrusca, il mito sorridente della sfinge di questa civiltà perduta, con l’irraggiungibilità di Euridice, e della vita e dell’amore – cosa di meglio di quell’arte sciamanica della metamorfosi che è rappresentata dal Butō, estatica e dolente creazione giapponese degli anni ’50, che coniuga espressionismo europeo, ieraticità del teatro orientale e performance come epifania dell’essere-disessere ?
Perché quella a cui abbiamo assistito è sicuramente, tra le altre cose, una splendida performance di Butō, ad opera di Alessandra Cristiani, da anni impegnata in questa disciplina, e studiosa della tradizione del Butō Bianco in Masaki Iwana.
Ma sullo specifico torneremo.
Anticipiamo solo che la performance (a Roma, 3 settembre del 2022) – proposta e organizzata da Officine della culture, e svoltasi nei meravigliosi giardini del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia – cinti da lunari portici semi illuminati – portava il titolo Euridice non può tornare, e si ispirava all’omonimo testo di Sambati Euridice non può tornare. poema coreografico della dimenticanza.
“Le parole / balbettano di noi”. Dunque Orfeo fallisce dal riportare dalla morte Euridice non per l’ultima debolezza di voltarsi, ma per una debolezza intrinseca della parola poetica ?
Sembra riecheggiare la tesi platonica (Simposio, Fedro) secondo cui l’arte incantatoria del poeta sarebbe di natura persuasoria e non veramente conoscitiva, come solo l’eros può essere. Il vero eroe d’amore sarebbe per amore morto, senza voler violentare le soglie della morte.
Il vero amore è conoscenza della morte e della metamorfosi. La hybris incantatoria di Orfeo non può dunque che ricevere non la vera Euridice, ma il suo phasma, la sua larva.
Certo. La vita. Amore e morte. Metamorfosi. Euridice non può tornare.
O ancora, con altre parole di Sambati,
Siamo il sale che resta / di due piccole onde
E ancora
La strada / che da te si allontana / a te /
conduce / E’ un lento fiorire / il morire
Una cosa che però va detta è che da come abbiamo iniziato potrebbe sembrare che siano – nonostante la loro dichiarata impotenza – le parole a condurre. Ma non è così. Nel buio, a lungo, solo l’epifania della performance, lenta, magica, sfinimento e tensione, tra silenzi del gesto e accompagnamenti musicali, di musica concreta, musica rumore, musica vento, musica borborigmo, per poi levarsi a lamento intenso d’organo e poi di violino, in un tensivo apicale e mesto simil-Bach, nello stile di Erbarme dich, mein Gott, nella Passione secondo S. Matteo.


Per parafrasare il testo, Euridice - come da larva a crisalide, a farfalla e phasma – fiorisce in morte e dipartita, su una lunga striscia a terra, che traluce alla sferza di alcune luci, e segna il suo percorso, dall’emiciclo del pubblico, seduto sui gradini, all’arco di uscita.
A lungo solo lei. Poi nell’ombra, fantasma tra fantasmi, in piedi davanti al pubblico, e su lei che si allontana – lui (Sambati) – a sgranare, mesto, iper-pausato, il verbo.
Non è dichiarata una regia. Come nella musica da camera voce musica e corpo (M. Sambati, C. Moneta, A. Cristiani) agiscono per accordo differito e parallelo. Lei è sola. Lei è lei. Lui non è più. Eppure i suoi palpiti, il suo torcersi nel gesso, a terra, il suo carezzarsi, inarcarsi fino ad ergersi, il suo tirarsi i capelli a fiorire, e spargere gesso al vento, come una candela che non vuole spegnersi; il suo lento allontanarsi.
Tutto ciò anticipa e segue e incarna in tensione e nostalgia la mancanza sofferta che quelle parole celebrano, in una sinfonia degli addii.
Le parole si incarnano, e in una splendida metamorfosi di regia, si incarnano in un silenzio che è corpo del silenzio e dell’abisso dell’addio.
Lei è mutamente splendida, è urlo del silenzio, voce del fantasma del corpo, regina di riluttante dissolvenza. Usa al massimo il rallentatore del Butō, le sue fantasmagorie di biancori.
E il pubblico, percosso, attonito, silente al nunzio sta. Poi applaude.
Scheda tecnica
Euridice non può tornare, ispirato al testo di Marcello Sambati Euridice non può tornare. poema coreografico della dimenticanza.
Voce e testo Marcello Sambati, sonorità Claudio Moneta e Marcello Sambati, danza Alessandra Cristiani