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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Nella splendida cornice dell’Appia antica, nella chiesa sconsacrata di San Nicola, di fronte al mausoleo di Cecilia Metella, si è aperto il 18 giugno il Festival Mito, un’idea dei direttori artistici, Alessandro Machia e Fabrizio Federici. Per tutto giugno sull’Appia, il festival poi si sposterà a luglio al teatro Faber di Frascati. Il festival inanella una serie di belle riscritture della tragedia classica e del mito, con testi e interpreti d’eccezione. Ad inaugurarlo è stato un testo di Luciano Violante, Clitennestra, un lungo monologo magistralmente interpretato da Viola Graziosi, figlia d’arte, e interprete di grande spessore, passione, energia.
Il testo di Violante è sicuramente dalla parte di Clitennestra – oserei dire femministicamente dalla sua parte. Una Clitennestra più dolente e soggettiva di quella apocalittica che mise in scena Vincenzo Pirrotta nel 2016, ma certo non incline ai compromessi, e che rivendica – tra ironia, stanchezza e scatenamento – le ragioni del sentimento, per poi convolare, post mortem, ad una surreale battaglia col destino.
Violante è stato un giudice impegnato, e come presidente della camera un fautore della riconciliazione nazionale. Così – nell’intervista con Marta Occhipinti – parla per Clitennestra ancora di riconciliazione del singolo con la società, e dello iato, sul piano evolutivo della morale, tra legge e comportamento. Ma soprattutto dice di aver preso di Clitennestra ‘la sua solitudine’, una solitudine che diventa ribellione. Ancora, parla della necessità che le donne escano dalla sorellanza – contrastando quindi la consuetudine sociale della sopportazione e sudditanza (e quindi, in metafora, il destino), confrontandosi con gli uomini, in una sfida alla pari. E questo in effetti fa nel testo Clitennestra. Difende la solitudine del proprio ruolo di madre e moglie tradita, rievocando con flash progressivi le violenze – quelle sì colpevoli – degli uomini. Agamennone, padre sanguinario per potere (immola la figlia), e puttaniere seriale. E pluriomicida. Già per avere lei le aveva ucciso il marito, e in precedenza aveva ucciso i figli del fratello Tieste, a sua volta violentatore della propria figlia, da cui avrà Egisto, assieme a Clitennestra futuro assassino di Agamennone. Intanto – diciamolo – la novità moderna del testo è questo aspetto narrativo: non azione, ma azione rivissuta, riflessione e tribunale della coscienza. Nessun testo tragico precedente aveva mai inscenato un’istruttoria che risalisse ai precedenti mitici, ai lontani antefatti. E se il destino di Clitennestra, una volta morta per mano di Oreste, sarà qui quello di una condanna post mortem (dovrà tornare in vita, serva e vagabonda, per dieci anni, e dunque l’inferno è la vita della donna anonima e preda degli uomini); se questo è il suo destino, a questo si ribella autoassolvendosi. L’unico testo tragico che inscena una assoluzione in questa vicenda è il terzo della trilogia eschilea Orestea, Le eumenidi.

Ma l’assolto è Oreste. Si riconferma così l’universo maschile: se non le ragioni del marito, almeno quelle del figlio. La donna è madre e moglie, non persona. Invece qui c’è uno iato tra dei destino e persona. Se gli dei la condannano, Clitennestra prima si autoassolve nel racconto, giudice di se stessa (la morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me), e poi si ribella alla sentenza, non tornando nell’Ade, scaduti i dieci anni. Anzi – con un immaginario e irreale salto temporale – si unisce ad Akab (il maschio alternativo) nella lotta al destino (Moby Dick), recitando così
Non voglio un destino svogliatamente confezionato da qualche
dio perso nella confusione dei cieli
Sembrerebbe uno svarione culturale, essendo per i Greci il destino una entità sovrapersonale, a cui gli dei stessi soggiacciono. Ma lo si può accettare se si reinterpretano dei e destino come la ‘voce sociale’ che incatena, la voce di una società collettiva e maschilista, patriarcale. Del resto in ciò siamo in linea con la tragedia greca, che pur facendo vincere sempre il destino, è la scena per antonomasia dell’eroico e tragico ribellarsi al medesimo.
Dunque solitudine – fuori del coro – della persona, e rivendicazione qui della donna della libertà di esserlo al pari del maschio. Non moglie, non madre. Persona. E se Clitennestra soffre invocando la figlia assente, rinuncia alla ricongiunzione materna nell’aldilà, così come irride alla boria dell’altro figlio (Oreste), definito uno stupido.
Siamo sulla linea di Antigone.
Ma veniamo alla messinscena. All’inizio il palco è vuoto. A sinistra una parete di cubi marroni, che nel corso dello spettacolo si accenderà di continue proiezioni di paesaggi che – insieme al sottofondo quasi ininterrotto di musica per orchestra – scandirà equivalenze degli stati d’animo che via via si susseguono nella narrazione e nel rivissuto. A destra, tutto in verde palude, una scrivania, una cassapanca, e dietro una libreria. Il luogo del racconto. Improvvisamente - dal nulla – si alza invisibile la voce microfonata di lei, e solo in seguito ci si accorge che arriva da in mezzo alla platea, alle spalle, dove lei avanza camminando fino a salire sul palco.
Per tutta la prima parte dello spettacolo – la parte dell’umiliazione rivissuta e della rabbia repressa – lei veste in modo moderno, e lievemente degradato. Una veste-sottoveste bianca corta, che spunta appena sotto la giacca nera. I capelli tenuti da una bandana, e sotto, sulle lunghe gambe scoperte, calze a rete sfilacciate. Rabbia e polemica punk? Comunque funzionale alla metamorfosi del suo aspetto nel trionfo della vendetta.
Il racconto comincia dall’offesa e dal dolore dell’inganno delle false nozze, culminato nel sacrificio della figlia. E giustamente, essendo questo la causa principale della ‘colpevole vendetta’. Nel rivivere la gioia nell’inganno, e lo sgomento al rivelarsi dell’atrocità Viola Graziosi svaria con profondo virtuosismo su tutta la gamma possibile del vocale, per ritmo e intonazione, ipnotizzando, e riempiendo lo spazio, mentre una notte di luna e nubi accompagna funerea nella proiezione di sinistra.
Alterna calma ironica ed accelerati straniati, cantilene sospese ed esplosioni di furore e disperazione. E pause, e sprofondamenti nel luttuoso. Ed il gestuale vi si fonde, raddoppiando, e talora facendo da trampolino nel corpo alla voce. Così, per esempio, quando grida la gioia dell’imminente vendetta, declama urlato e rigido, a braccia tese in alto, lungamente immobile e tesa. E quando parlando sarcastica di Agamennone come di un violento e puttaniere (anche per difendere lei e il suo amore per Egisto)
Perché voi uomini siete topi e cinghiali! […] Io amavo Egisto.
Lui (Agamennone) si limitava a penetrare giovani corpi.
lo fa seduta sul tavolo, a gambe oscenamente divaricate, come a mostrare il sesso. E molti altri ancora sono i quadri che si disegnano sapientemente, nel trascorre degli stati d’animo. Cammina lenta verso il pubblico in una luce rossa, guardandolo accusatoria, nella premonizione del sacrificio della figlia, e cammina lentamente verso il fondo scena, nella luce blu del lutto, la sua ombra ingigantita e duplicata alle pareti, quando il sacrificio è compiuto. Ed è orgastica ed estatica quando si sveste e riveste e trucca, accoccolata sulla cassapanca, per emergere con il fulgido abito bianco da regina della vendetta, pronta a prepararla con l’inganno della moglie felice del ritorno, e seduttiva. Ed è scatenata quando frustando la terra con un foulard rosso, mima la frenesia del delitto, l’infierire su Agamennone.
Forse solo un po’ troppo sopra le righe invece la parte con Akab, dove ora mima con voce maschile il profetismo invasato di lui, ora gli grida disperata di aspettarlo. Forse anche perché questa risulta la parte più artificiosa del testo. Ma nulla può cancellare la sinfonia di passioni corpo e voce che fin qui si era svolta, e il pubblico reagisce con entusiasmo a questa colata lavica.
Scheda tecnica
Clitennestra, di Luciano Violante, con Viola Graziosi