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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Quando ancora non c’erano né rockstar né cinema a bruciare i divi nel fuoco della fragilità isterica, c’era il mondo della danza, che in sé racchiude l’attimo fuggente di una carriera breve ed il pericolo anche fisico della performance. Il ballerino gioca sull’abisso. Non può sbagliare, perché non c’è spazio per l’improvvisazione, e allenamento talento e giovinezza sono un doping isterico (solo nello sport l’equivalente), dove il corpo è tutto.
In tal senso il celebre e mitico Nijinski, la cui carriera si brucia come una meteora tra il 1909 e il 1916, è stato la prima vittima di uno star system ai suoi albori, preceduto di poco dal processo e dall’incarcerazione di Oscar Wilde (1895-97). In quei pochi anni, sotto la guida del suo impresario e amante, Diaghilev, con la compagnia Ballet russes, crea la coreografia e danza alcuni capolavori, tra cui i più famosi L’aprés midi d’un faune (Mallarmé/Debussy) e Petrouska (Stravinsky). Crea uno stile radicalmente nuovo, espressionistico, bidimensionale, a scatti, e talora scandalizza il pubblico, come quando mima un atto sessuale in scena.
Ma la pressione performativa unita a quella sentimentale lo faranno piombare nella schizofrenia paranoica (sente le voci di dio), e finirà nel 1919 ricoverato in clinica. Come poi il suo quasi coetaneo, Artaud, nel 1936. Artaud e il teatro della crudeltà, e per Nijinski, la crudeltà del teatro.
Ma c’è altro a collaborare all’implosione.

Come Wilde, Nijinski - Vaclav - porta il peso dell’omosessualità, una omosessualità crocefissa e masochistica, alla quale tentava forse di sfuggire con il matrimonio con la contessa ungherese e compagna di ballo Romola de Pulszky, dalla quale avrà anche una figlia, ma che lo deve condividere con Diaghilev, in un tormentato circo della crudeltà. Entrambi i due amori di Vaclav ne sono succubi nell’ammirazione sconfinata per la sua arte. Ma se la contessa avrà la figlia (Kyra), Diaghilev ne possiede l’anima, e tutti e tre roteano nel tormento, un inferno che è il soggetto di Il buffone di dio (Roma, Teatro Elettra, 10-12.6.2022) dove Antonio Mocciola monta con sapienza e ardore quanto ricavato dalla biografia e dai diari del ballerino.
Siamo nel 1914, e Romola è incinta, e preme per far partire con lei Vaclav, contrapponendo l’amore all’arte. Protesta l’ardore con cui lo ha seguito, e chiede conferma dell’amore. Vaclav la venera, infantilmente, ma delira sul tormento dell’arte (sentendosi in ciò da lei incompreso), e non sa staccarsi da Diaghilev, che a sua volta oscilla tra slanci passionali ed un istinto ‘proprietario’, da impresario e mentore.
Ma che rapporto è il suo con Vaclav? Un rapporto perverso, tra fascinazione a plagio, e nato quasi all’insegna della pedofilia. Infatti, abbagliato da un Vaclav undicenne, ne diventa amante ed educatore, alla greca. Lo vuole nell’arte, ma ancor più nudo, per sé, e se cade a baciargli i piedi, balenano sovente momenti di sadismo.
“Ti ricordi, Maestro, quando mi facevi stare nudo nella neve? Dicevi che il mio biancore si sposava con quello della neve. E non sentivo freddo, perché tu mi accarezzavi. Ed era un altro tipo di brivido. Erano carezze vere, carezze di cuoio. Le sentivo arrivare, anche se non le vedevo. Perché ero di spalle, perché ero bendato. Quando cadevo, nella neve, lo sentivo bene il profumo del sangue. E se cacciavo la lingua, se me ne davi il permesso, ne sentivo anche il sapore.”
Carezze di cuoio. Bendato sulla neve. Sangue.
Lo frustava? Lo sottometteva? Sì, ma in questa sottomissione lo forgiava. L’arte di Nijinski è ‘per lui’. E’ corpo suo, sua proiezione.
“Io non voglio baci maestro [sono] un agnello sacrificale. Mi devi dare tu le indicazioni, quanto devo ballare, e per chi. Io non voglio essere. Lo capisci, questo? Non voglio essere”


Insomma, sono tutti legati da corde invisibili, che più si agitano e più li stringono in una morsa soffocante. E sulle corde sembra voler giocare la regia. La scena - che si apre con un melanconico pezzo per violoncello di Adam Hurst – è semplice. Al centro, arretrata, una piccola pedana con una sedia, dietro cui pendono corde a tendina. E sempre una cortina di corde delimita la scena a destra e sinistra, a marcare due soglie. E gli attori si alternano, soli, in coppia, a tre, compitando il loro dramma. Francesco Giannotti (Diaghilev) - talora nudo talora no, prevalentemente sprezzante o silenzioso, ora burbero ora adorante – fa bene il tormentato maschio dominante, e agli inizi usa una corda per avvolgere e strangolare d’amore Vaclav. Andrea Cancelliere (Vaclav), prevalentemente in giacca e cravatta, talora col vestito da ballo, alla fine nudo e disperato, si agita e soffre, e alterna urlati rabbiosi allucinati disperati a smancerie da zuccheroso fragile bambino. Forse troppo bambino a volte, direi, anche se ci sta nella personalità dipendente di Vaclav, che pure immagino più intenso e perverso. Nelle posture spesso è un po’ statico, e anche quando volteggia talora rigido. Ma talvolta questo è funzionale a inscenare una sua specie di paralisi interiore, tanto che ogni tanto mima un barcollare senza equilibrio.
Clara d’Afflitto Morlino (Romola) regge bene, svariando tra l’interiorità narrativa di certi monologhi e lo scontro sofferto con il suo amore. Belle tra l’altro alcune trovate sceniche. Sia all’inizio, dove il suo primo monologo è un parlare con delle mani che indossano scarpe da ballerina, sia in altri momenti dove getta petali di rosa rossa, o da una borsa a terra stracci di ‘sangue’. Forse però talora l’insieme risulta un po’ statico, e la trovata delle corde non è sfruttata per creare dinamiche corporee, ma salvo all’inizio, rimane più una cornice simbolica.
Alla fine tuttavia il dramma muove anche la scena. Diaghilev provoca Vaclav a spogliarsi, per vedere se si ferisce, o se mente ed è felice (e dunque lo ha tradito), e la sofferta gestualità di Vaclav nudo carponi dilaga. Diaghilev se ne va, e lei veste Vaclav ormai atono in ginocchio, con il camicione bianco degli ospedali psichiatrici. Poi il buio, e Vaclav, col cero in mano si illumina il volto, nella triste cerimonia sacra della sua morte al mondo.
E gli applausi non mancano.
Scheda tecnica
Il buffone di dio, testo di Antonio Mocciola, regia di Diego Sommaripa,
con: Andrea Cancelliere, Francesco Giannotti, Clara d’Afflitto Morlino.
Movimenti scenici di Ilenia Valentino, drammaturgia musicale di Gianluigi Capasso.
Teatro Elettra, Roma 10 – 12 giugno 2022