Abbiamo 644 visitatori online
Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.
Fogli e Parole d'Arte
non ha scopo di lucro, non propone alcuna pubblicità e ha come unico interesse la diffusione della cultura.
Pertanto, le immagini pubblicate si attengono all'articolo 70, comma 1bis della legge sul diritto d’autore, dove si afferma che è possibile la "libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro".
- Nuova informativa sui cookie -

Il testo andato in scena al TeatroLoSpazio (Roma, 26-29.5.2022) Io ed Elena di Donatella Busini, è un testo ben costruito sugli specchi di una doppia patologia – madre e figlia – la figlia la paziente designata, come direbbero i sistemico-relazionali, e la madre forse la vera malata. Solo il finale risulta apparentemente forzato, riuscendo la figlia a far ricoverare con sé la madre nella stessa clinica da cui lei entra ed esce. Un assurdo in termini post basagliani. E tuttavia qualcosa che permette di avanzare altre ipotesi.
La storia è una semplice storia a tre. La madre, abbandonata dal suo primo amore, Robert, da cui ha una figlia, vive con questa, Elena, che entra ed esce dalla clinica psichiatrica. Il terzo personaggio, muto ma ben presente è l’amica immaginaria della figlia – Blanche – con cui Elena tesse il suo fitto sdoppiamento e dialogo ‘psicotico’. La madre ama la figlia ma la sente come un peso, addossandole la colpa della sua vita a smorire, da reclusa. Sta invecchiando, si sente sola, e si agita cercando uomini ormai in chat, andando incontro a ripetuti disastri. Bellezza decaduta, grande attrice fregata dalla maternità? Così sembra far intendere lei. Ma chissà se non solo sogno compensatorio, come quello di Elena/Blanche?
La figlia, da parte sua, alterna moine da eterna bambina non accettata a momenti di maternage e prediche verso la madre. Si sente rifiutata, inadeguata a questa madre mitizzata e depressa. Esplode in rabbie, poi la coccola, poi rifluisce in disperati mesti monologhi con ‘Blanche’. Ma sostanzialmente la vuole tutta per sé: alla madre non servono uomini per proteggerla; basta lei. E così sarà quando, dopo una serie di incontri e scontri la fa collassare in un pianto di dipendenza: ”Non essere dura con me!”

Ma sono veramente in tre? Chi è davvero Blanche? Certo è la protagonista di Un tram che si chiama desiderio (Tennessee Williams, 1947), o meglio, forse, per Elena, del film trattone da Kazan nel 1951. Almeno così sembrerebbe nell’idea di regia che ad un certo punto la incarna in una locandina d’epoca appesa ad una colonna, che ritrae Vivien Leigh.
Tuttavia, se la Blanche di Williams, come Elena, finirà internata, la radice delle sue crisi assomiglia piuttosto a quella della madre di Elena, Giovanna. Come lei Blanche ha perso il suo grande amore. Certo, in quel caso vedova, mentre qui abbandonata, anche se poi, quando recita per la figlia parla di una recente morte del suo amante, Robert, e inscena un dialogo con lui al funerale. Ma poi … E’ morto? O è un prendere coscienza che è morto per lei, e lei a lui e al mondo?
E allora, se Blanche è la madre, la Blanche che Elena come unica cosa riesce a possedere, non è questa Blanche la madre fantasticata come unica vera amica? E lo sdoppiamento uno sdoppiamento tra la madre/figlia malata ed una madre amica che capisce e accoglie?
A questo punto l’internamento della madre ad opera sua non è realismo, ma simbolicamente il disvelamento di come la madre sia la sua Blanche, di cui ora, nella verità psicotica, non ha più bisogno. Progresso? Regresso definitivo? Certo capovolgimento. Ora non è Blanche il suo pilastro, ma lei il pilastro della Blanche/madre, a cui delegare la malattia.
E alla fine i tre sono i tre volti di un unico dolente delirio.
Ma andiamo in scena.
Intanto c’è da dire che la struttura particolare del teatro, in tal senso ben sfruttata dai due co-registi, favorisce lo sdoppiamento narrativo. Esiste infatti un palco laterale da loro adibito alla scena della clinica, e che obbliga il pubblico a torsioni tensioni dinamiche nel seguire gli svolgimenti. E lì ha principio il tutto, quando su una cassapanca Elena (Bruno Petrosino) adagia con cura e tenerezza un telo bianco di pizzo finemente tessuto. Cassapanca bara, sedile, letto? Luogo sacro violento intimo? Il bianco del resto è una delle cifre ricorrenti dello spettacolo, come purezza, castità, silenzio, rito, ma anche come assenza di vita, ospedale, sudario. Bianco il letto di casa, nella scena centrale, che reduplica la cassapanca della clinica. Bianca la tavola imbandita verso la fine, con scodelle bianche ed una torta tutta bianca. Bianca le teste di manichino porta parrucca che ingombrano scaffalature di fondo scena, come in una casa teatro (teatro, cioè finzione?), camerino delle metamorfosi da cocotte della madre. E come è bianca la testa di Blanche che Elena continuamente stringe abbraccia coccola. Bianco come i sepolcri imbiancati di una dolente ipocrisia, come le morti bianche, come quella vedova bianca che è la madre. Bianco/Blanche! Lo spettacolo dovrebbe chiamarsi Blanche.

Ma anche bianco come luogo di proiezione ed ombre, di sogni, come diventa un telo/parete in fondo a destra, dietro cui la doccia di Elena diventerà una danza di ombre, una danza di sogno e piacere.
E bianco come nudità e fragilità, in mezzo alla menzogna delle parrucche colorate del disperato debito all’apparenza. Infatti i due attori si sono coraggiosamente rasati a zero. Ma Elena (Petrosino) compare subito nella verità, cioè rasato, vestendo una tunica bianca senza maniche. E’ magro, fragile, quasi ossuto, quasi più come un fantasma dei lager che un malato psichatrico. Giovanna invece (Mauro Toscanelli) sfolgora di colori e rumorosità, alti e bassi, fino alla fine. Solo allora Elena riesce a strappargli i capelli, denudandolo di ogni difesa. Un pezzaccio di grande effetto.
Toscanelli/Giovanna ha sì avuto momenti di debolezza in scena, ripetute crisi. Ma sempre – per così dire – rumorose, da alcolista. Ora invece dobbiamo torcere il collo di lato, per soffrire con lui la fatica del suo collo, come di un decapitato. Giace infatti sulla cassapanca della clinica, cullato da Elena. Ma la testa sporge nel vuoto, senza potersi reggere, e lo sforzo certo lo aiuta a calarsi nella allucinazione immobile e dolente, dove esibisce uno sguardo vetrificato, splendido per intensità, stupefatto e stupefacente. E nella percezione dura un infinito. Che dire ancora?
I momenti sono tanti. Entrambi sono super versatili nell’alternanza di registro – vocale e gestuale. Toscanelli alterna civetteria tronfia, borbotii, insofferenza. Ciondola, si gonfia, si erige, barcolla in improvvise frane del corpo, zoppicando, sgonfiandosi, tremando. Petrosino guaisce moine bambine alla madre, si inginocchia, l’abbraccia, sempre più in basso, fragile, avvinghiato. Confabula dolce negli a parte con la testa di Blanche. Poi improvvisamente urla rabbioso alla madre, si butta a terra violentemente, spacca tutto. A tratti è gelido portatore di verità, con arida voce maschile. Ma devo dire che una scena mi ha colpito in particolare. Dopo una forte crisi di violenza di Elena, e la pace, la madre lo mette a dormire, sulla cassapanca, posizionata col lato breve al pubblico. Lei poi parla sola allo specchio, ma lui non dorme. Si leva come un’eco muta, scultorea, come accusatorio silenzio parallelo. Siede pietrificato sul bordo, e guarda fisso verso il pubblico, nel vuoto, mani tra le gambe.
Sembra la statua di un faraone, il faraone della rabbia, che esploderà poi in capricci quando la madre arriva con la torta (finalmente la promessa festa), una festa a cui è impossibile credere.
Buono ovviamente l’uso delle luci, tra buio, luce piena e sottolineature locali, e bella la scelta delle musiche, che fanno un po’ da stacco, un po’ da evidenziatori in parallelo. E dopo lo sguardo vitreo – ovviamente – lunghi e meritati applausi. E loro commossi si abbracciano … Finalmente possono amarsi.
Scheda tecnica
Io ed Elena, di Donatella Busini
Diretto e interpretato da Mauro Toscanelli e Bruno Petrosino