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il 23 ottobre 2007.
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Vincitore nel 2019 del festival di inCorti - e fermo per covid - è tornato in scena all’Artemia (Roma 13-15.5.2022) PadrEterno di Antonio Mocciola.
Padre eterno… Al padre non si sfugge? Il dio irraggiungibile? Giove fulmitonante? Abramo che sacrifica il figlio? Dio padre che sacrifica Cristo in croce?
Vedremo. Mocciola non è nuovo alla tematica padre figlio in chiave di frustrata sudditanza. Ma qui più che un testo suo ci troviamo di fronte ad una rielaborazione di Kafka (la famosa e straziante Lettera al padre), e non è subito facile districare quale sia la parte sua. Qualcuno ha citato in proposito la sindrome di Stoccolma. Ma qui non si tratta di eros per il carceriere, bensì del disperato tentativo di amare il padre per farsene amare ed accettarsi. Questa è la nota che Mocciola mette in evidenza nel testo del praghese: rabbia e umiliazione che coprono e deformano tensione affettiva e tenerezza, in una disperata altalenante danza al massacro. Entrambi sono a loro modo duri, ma teneri e protettivi con l’altro quando non visti. Sono l’uno lo specchio dell’altro, ed entrambi a loro modo figli, perché nel figlio in croce il padre crocefigge se stesso.
Il testo di Mocciola aderisce alla lettera a quello kafkiano, enucleandone gli aneddoti salienti (che l’attore monologante snocciola in scena, tra un agito e l’altro, con grande pathos narrativo). Ma sono gli agiti, che dando voce ai punti di crisi e dubbio del testo di Kafka, mettono in scena l’altra verità. Il figlio scodinzola intorno al padre come un cane fedele, per farsi amare? E tutto lo spettacolo parte da questa metafora iniziale. Il figlio qui diventa letteralmente cane al guinzaglio. Nudo in mutande, su cuccia rosa, con collare rosa (una velata deviazione ad una fragilità omosessuale?), così il figlio apre la scena, scatenandosi in convulse gestualità canine e guaiti (dove l’attore si mostra magistrale).


Come dicevo, il dio irraggiungibile, e la genuflessione annichilente. Ma mentre nella lettera kafkiana il padre è raccontato, qui è in scena. E che padre è? Certo arcaico, abituato a voler bene temprando alla durezza (sovviene il Malpelo verghiano che per amore maltratta l’amichetto). Ma benché brusco esteriormente, subito dolente per la fragilità del figlio, magro, insicuro, scheletrico, tubercolotico. E si noti che Mocciola ha rinunciato alla prima versione del testo che modernizzando lo voleva ribelle alieno, punk e tatuato. Ha scelto di tornare sulla fragilità. Il padre non vuole vedere la vergogna fisica del figlio a mostrarsi nudo (dal dottore, al mare). Ma in realtà quella vergogna del figlio di non corrispondergli è la sua vergogna narcisistica di padre. Un padre lavoratore, tutto d’un pezzo, ma che crolla addormentato la sera, e che poi parlerà del lutto per due altri figli morti (ed il figlio dunque crocefisso ad esserne impossibile sostituto?). Un padre che non sa dire il lutto, e che soffre a sentirlo nelle parole del figlio. Figlio forte nella debolezza, padre debole nella forza, e che in una geniale trovata scenica il regista farà accostare ad accarezzare la nuca del figlio che scrive a macchina. Un padre giudice per il figlio, che nel proprio racconto, Il verdetto, lo dipinge spettatore della sua morte (una simbolica esecuzione.. il coltello paterno di Abramo?).
Un padre però che, più che non vedere il figlio, non ha le parole e i gesti.
Kafka ha scritto Il processo, si sa, ma Carotenuto ha ben messo in evidenza come sia in realtà il processato ad essere incapace di vivere. Due incapaci di vivere. E così quando il padre dorme il figlio gli si avvicina, e lo accudisce. Poi però, gli ruba le scarpe che il padre gli aveva negato. Identificazione, risarcimento? Certo il padre resta formalmente un padre divino, un padre padrone, insofferente, duro, che schiocca la frusta, che stronca le irrealistiche velleità artistiche da scrittore del figlio. Giove scaglia fulmini. Ma gli si ritorcono contro. Lo inaridiscono in una sofferenza afasica.
E’ questo che mi pare trasparire dall’unico pezzo del testo non kafkiano, dove il padre racconta del melo inariditosi sotto cui giocavano i figli, e che poi un fulmine incenerirà.
La vita lo ha incenerito, ed è lui in fondo ad essere al guinzaglio del figlio, per poter dire amore e dolore.
E così alla fine, prima di uscire di scena, è il figlio a mettere il collare da cane al padre. Fuori scena lo chiama, e il padre forse risponde… Si avvicina alla macchina da scrivere, e legge i fogli del figlio. Il cerchio si è chiuso.
La regia è semplice, icastica. Pochi oggetti di scena, lievi musiche di sottofondo, su cui le statuine del dolore girano come in un mesto carillon il loro eterno ritorno, in un alternarsi di luce piena e penombra sapientemente sfumati, di scontri frontali e silenzi, dove la parte più difficile – perché meno eclatante – è quella retta con professionalità dalla figura del padre: rigido, esplosivo, accasciato, sottilmente sgomento.
Un testo di solitudini dove a lui tocca la solitudine finale, silente.
Poi il rumore degli applausi.
Scheda tecnica
PadrEterno, scritto da Antonio Mocciola. Regia di Tommaso Arnaldi. Aiuto regia Martina Corsi.
Con Francesco Giannotti e Andrea Casanova Moroni. Scenografia, costumi e locandina: Dorotea Ottaviani