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il 23 ottobre 2007.
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Un Edipo di meno … Questo il titolo del testo di Desirée Massaroni, andato in scena all’Argot (Roma, 14.4.2022), sotto forma di lettura scenica (integrale), per ora, ma già in questa forma con i crismi di un vero spettacolo, sia pure in abbozzo. Potrebbe suonare persino ironico.
Lo abbiamo fatto fuori ‘sto Edipo. Uno di meno. Sado-ironico? Ironico sofferto? Il duo che lo inscena - un esperto e versatile, cangiante, Marco Solari, ed una calda ma ancora un po’ legata Sarah Nicolucci – proprio tra questi due registri oscilla. O meglio. La vittima oscilla – il padre – perché l’assassina psichica aggredisce, soffre, polemizza, si agita nel dolore del vuoto, cerca di fare del vuoto identità.
Le note sono quelle di una musica che da tempo si va suonando. Il ’68, l’eterna gioventù, la latitanza dei padri e la depressione di una generazione orfana. Ma la musica si può suonare in molti modi. Variazioni sul walzer dei coltelli, sul walzer dei cervelli, sul walzer di com’eravamo belli … Alias rabbia, critica, nostalgia …
Non so se siamo all’altezza di Beethoven su Diabelli, ma il testo è intelligente, e cresce nell’inoltrarsi, quando dopo la parte destruens si avanza nel golfo del nulla verso un non so dove. E parimente in tale senso verte la curva scenica della performance, all’inizio più trattenuta, ma che poi scalda i motori.
La prima cosa che viene da chiedersi è se nel testo esista un punto di vista dominante. La Massaroni è certo nella generazione dei figli, e quindi si può pensare che il suo punto di vista prevalga. La ricerca dell’identità, un tentativo di fare esistere un padre da uccidere. Un problema che ha a che fare col tempo. L’identità è una costruzione nel tempo, è il cammino di una differenza. Ma senza padre non c’è tempo, non differenza, non crescita, non storia, non politica. Lei non ha un trampolino per l’identità perché lui è figlio, eterna giovinezza. Crono divora i figli nel senso che non li figlia, si autoannulla. Ma pure lui - il padre irredimibile amante adolescenziale della piéce – non riesce ad avere identità, fermo nel delirio di un identico senza tempo. Mentre il tempo, quello vero, si prepara a inghiottirlo. Padre figlio di se stesso, e amante figlia, madre del padre, e orfana. Un cortocircuito dell’identità.
Ma vediamo cosa dice l’autrice a tal proposito in un suo recente articolo su Pasolini - Appunti sulla funzione dell’intellettuale in Pasolini (L’age d’or, 6 marzo 2022 ).
“ […] Pasolini […] incarna nell’inconscio collettivo anche delle nuove generazioni una funzione paterna, il ruolo di un punto di riferimento oggi assente e che getta in una condizione di orfananza o di autarchia. La molteplice presenza del Padre è a sua volta vissuta in maniera ambigua da Pasolini; il padre come rottura del desiderio (il padre biologico di Pasolini), il padre come carnefice (Affabulazione), ma anche il padre ‘come’ figlio (Orgia), il padre-istituzione (il PCI, la Chiesa Cattolica), il padre-Logos (Gramsci per Pasolini e Pasolini stesso ovvero colui che dona la parola ai giovani), Pasolini come Figlio non ‘riconosciuto’, Pasolini padre e figlio assieme (Poesia in forma di rosa).
E in quest’ottica la funzione ‘paterna’ e pedagogica assunta da Pasolini si coniuga con il contemporaneo rifiuto di essa riflettendosi nella scrittura.
Da questo punto di vista Pasolini, rispetto agli studenti comunisti, incarna la Legge (il Padre) che inscrive l’azione violenta e omologatrice dei giovani all’interno di un luogo di Parola. Pasolini, pur non riconoscendosi loro padre, ne assolve il ruolo attraverso la ‘differenza’, la non fusionalità con essi. Il culto pasoliniano del passato e della tradizione rientra così in un lavoro paterno […] che è quello di preparare l’esistenza del figlioall’interno di un’eredità, di un’inscrizione simbolica contro il vuoto di cultura riscontrato e profetizzato da lui medesimo […]”


Interessante e calzante.
Il padre come rottura del desiderio, come carnefice, ma anche figlio, istituzione, Logos, Figlio non ‘riconosciuto’. Insomma, padre e figlio assieme.
E non a caso – assunto Pasolini come profeta di questa svolta-pericolo – sono sue le parole che danno svolta e azione al testo, rompendo la spirale dello specchio rotto intergenerazionale.
In scena sono Adriano (sposato e padre, ma gaudente amante di una giovane donna) e Lea, la sua amante. Lei polemizza, chiede scelte, gli chiede di essere. Lui oscilla tra ironia scantonamento e autoassolutoria auto coscienza. Fino a che lei capisce che lui è solo un idolo vuoto, trasparente. E che lei non può essere né figlia né amante di un amante e padre che non esiste. Non può partire dalla differenza. Deve partire dal nulla. Waste land, per dirla con Eliot.
Adriano - “mi sento un ragazzo! […] e mi sento così ridicolo […] mi tirate tutti per la giacca! Tu! Mia moglie! I miei figli! […] che non lavorano, che sono sempre arrabbiati con me! Ma io ho fatto di tutto per loro! […] Dove ho sbagliato come padre? […] volevo un futuro per loro…
Lea: Beh io … io ti chiedo solamente un presente.
Sembra cosciente, autocritico. Ma poi …
Adriano - “sono vecchio, E anche tanto stanco… Perché ho voluto una famiglia? Perché tutti vogliono ciò che contestano… <criticare> È il solo modo per averlo... il nostro fu un assalto al cielo… il sogno della rivoluzione! […] Il ’68 ha inventato i giovani […] i vecchi ci volevano vecchi come loro, e noi ci siamo liberati…
La Storia ci ha inventato giovani per sempre […] siamo giovani a vita! […] Vivo sognando. O sogno per vivere. Quindi lotto sempre”
Non può che automitizzarsi, perché la condanna del tempo è irreversibile, e lo sa. Lui è vecchio, e stanco. Il figlio, Walter si droga e non sa desiderare, e la figlia, Tiziana, vive per amare la madre da proteggere.
E i suoi modelli non sono più carne viva, ma statue.
Man mano che l’identità di lui si dissolve, cresce la voce di lei. Lea lo incalza. Prima lo attacca. Rivoluzionario senza rivoluzione. Marito e amante senza scegliere. Ragazzo vecchio diventato il potere, senza voler esserlo. E la moglie e i figli? Sue ombre. Poi passa al lamento. Orfana di maestri, parte di una generazione che vuole amare come si amano i genitori. ( Ma quali genitori? Fantasmi. Un edipo impossibile) E poi lei non vuole essere la madre dei suoi coetanei né uccidere i padri. Vuole estinguere la colpa di essere viva (avere un senso?). Vorrebbe essere amata. Dimenticare. Ma capisce che lui non è né padre né maestro. Non ha identità e non lo ama più. Ed ecco la certificazione del vuoto da cui ripartire, un vuoto sofferto, come si profila nelle parole profetiche di Pasolini, che con una bella idea scenica di Palladini (che gli presta la voce) escono da un telefono, mentre al buio l’ombra di lei, derealizzata e sofferta, con la cornetta in mano, si proietta gigante sulla parete a lato.
“Siete gli eredi, / il grande buco nero / che si è aperto tra generazioni / siete il lutto, il rimosso, il non detto, / siete lo specchio del Potere. / Siete il corpo senza desiderio / siete la nuova mistica, / siete il gesto senza il Verbo. / Morite per la morte di Dio / come Julian / morite per la morte / Figli colpevoli come i vostri padri / amandoli e non amandoli /ah generazione sfortunata! / piangete la vostra cecità / voi figli del possesso voi figli della distruzione / Ah generazione infelice! / che piange i padri non Padri / che piangete i Maestri / padri e figli che piangete me / è tutto perduto per voi / che avete perduto tutto / perché nulla sapete. / Ahche cercano la verità! / Io sono la vostra coscienza / perché voi giovani siete sempre il mio amore / l’amore di tutta la vita. / Se sono vostro Padre, se sono il vostro Maestro, / seguitemi / Io sono sempre qui con voi non sono mai andato via, / se ora mi vedi, vivi / io sono sempre qui con voi / se ora mi vedete, vivete.
Nell’epilogo – dopo la morte di Adriano investito da un auto – il dialogo è tra lei e il figlio di lui, Walter. Lui rappresenta la fede nella possibilità del rinascere del desiderio. Lei oscilla tra smarrimento e una nuova filosofia: pensarsi come tema e non come persone.
Ma intanto – altra bella idea scenica di Palladini – il mondo va alla deriva, e le guerre ci circondano. E loro, in un buio fosforescente di luce rossa se ne vanno come la coppia del Chaplin di ‘Tempi moderni’, verso un fondo oscuro. Prima sirene e rumore di bombe. Poi un dolce sfumato jazz di Luigi Cinque.
Certo. Chi può dire. Ma se il mondo lacanniano odierno della fuorclusione del padre è certo anche il mondo non più della rivoluzione e degli ideali (cioè della nevrosi), ma del delirio e del terrorismo (cioè della psicosi), quale l’orizzonte? Un cammino cieco. Un tema da cercare, dove le persone sono ombre.
Bravi gli attori, come dicevo. Solari, che dall’ironia e dalla posa statica iniziale, predicatoria, passa ad un mosso danzante e giullaresco che ben illustra l’elastico ambiguo della sua falsa coscienza fanciullesca. E la Nicolucci, un po’ stentorea, ma come il suo versante tragico impone, e intensamente vocale e gestuale, a botti di energia.
Scheda tecnica
Lettura scenica integrale da Un Edipo di meno, di DesiréeMassaroni, Teatro Argot di Roma, regia di Marco Palladini.
Con Sarah Nicolucci e Marco Solari.
Musiche di Luigi Cinque (con Fausto Mesolella)