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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Denso magmatico urlato sospirato dolente corale. Con Destinazione non umana (Roma, Teatro India 22-27.2.2022) una gelida folata di vento investe il pubblico, insieme ad ondate ritmiche di carnalità urlata, demenza, competizione, sghignazzo disperato da osteria.
Teatro della crudeltà, corpo senza organi? Certo. Corpi e anime squartati, asserviti, gettati.
Teatro dell’assurdo? Senza dubbio. Un mondo carcere e oscuri dei. La condizione umana per definizione ‘disumana’, al servizio di un dio sadico.
Ma questo dio è forse l’uomo stesso?
Sì, perché le vittime – stando ad un primo livello letterale del testo – sono cavalli da corsa che, quando consumati o caduti, diventano cavalli da tiro o da circo (si pensi a Lucignolo in ‘Pinocchio’), e poi da macello. Dunque crudeltà antinaturale e consumistica del feroce capitalismo umano. Una denuncia ecologista.
Ma non sono questi cavalli come gli uomini nel capitalismo selvaggio? Non sono i cavalli esterrefatti di fronte ai racconti di Gulliver (Gulliver travels). Dunque i cavalli sono gli uomini sfruttati dagli uomini. Sono i detenuti che la società scarta (e si noti che qui gli attori sono ex detenuti).
Ma poi …
Come non pensare a La fattoria degli animali di Orwell, come metafora del totalitarismo, dove tra l’altro la vittima cristica dello sfruttamento menzognero è proprio il cavallo da tiro – Gondrano – che porta le pietre per la costruzione del mulino.
Infine – ormai poco ricordato – sovviene il titolo di un famoso romanzo di Kurt Vonnegut, Mattatoio N5, che la metafora del macello equino applica alle vicende di un lager tedesco.
Ma non basta.
Tra le righe del testo la condizione dei reietti e deietti sembra adombrare qua e là sia il cronicario per vecchi (l’anticamera della morte) sia l’universo delle cliniche psichiatriche, alternativa sovietica ai gulag, e spesso in occidente serbatoio di scarico di marginali o disturbatori, non sempre psichiatrici.
Forse persino troppa carne al fuoco, verrebbe da dire …
Ma la scena e il testo reggono bene, perché l’onda di delirio fonde in una massa unica tutti questi fili, senza che importi distinguerli. Li si riceve brucianti, tutti insieme, come uno schiaffo in volto.
E catene pendono dal soffitto, come tendaggio che circoscrive l’avanscena, dove nelle tenebre stanno schierate – come navi della triste avventura – una serie di vasche rettangolari, contenenti i protagonisti. Vasche da macello? Bare scoperchiate? Letti d’ospedale? Due spiccano più avanti, ai lati. Vuote.


Uno è morto. Uno è scomparso. Lo sapremo poi, per gradi, ma l’immagine muta anticipa col suo silenzio l’agnizione progressiva di quella ‘destinazione non umana‘ (morte e macello) che riguarda tutti, ma che molti nel gruppo negano, e alcuni esorcizzano, beffardi.
La morte all’inizio tace – è pura presenza – mentre irrompe il rumore della protesta. Tutti urlano e polemizzano sarcastici, in romanesco, la lingua che esprime nello spettacolo la durezza maschia (mentre il napoletano nelle donne incarnerà sfottò e melanconia).
“Vuoi favorì? … anabolizzanti ... progesterone ... testosterone ... Maschi e cazzoni … La massa muscolare te se ngrossa! maledetti ... te distruggono er core .. te rendono aggressivo … Ma non c’è da preoccuparsi ... dall’altra parte ci stanno i sedativi ... I calmanti ... ce so certi ... per carmà l’ansia ... infatti te rallentano ... l’anfetamina ... in polvere! addirittura liquida ... polmoni cocaina anfetamina ... e poi!! Te danno le cose che te servono per non sentì r dolore ... antiinfiammatori antidolorifici analgesici ... Chi se ne frega se te scoppia na vena se te parte r core!!”
Ma presto, benché subito irrisa con abbassamento materico, la morte viene nominata.
Un abbassamento contraddetto dalla cornice scenica mutata. Ora i vecchi sono in pigiama e canottiera – come in un ospedale – e continuo è lo scampanio prodotto dal loro tirare le catene pendenti dal soffitto. Sembrano chiamare infermieri che non vengono. Ma potrebbero esser anche le campane di allarme di una chiesa. Per chi suona la campana? ... si potrebbe dire con Hemingway.
Ma nessuno viene perché – come urla uno – sono abbandonati come fratelli di Pollicino.
Chiamano, nominano, irridono …
“E’ morto!! Ma quello è morto!! ( gridato ) ... ooh, c’era del cibo qui, cazzo! ... aoh ... è tutto zozzo de merda ... oh, me sentite? Puzzo de morto! C’è puzzo de carogna. Svotamolo sto abbeveratoio! forza ... ooh ... ma la finite ... tanto non ci sentono. Ma la puzza de merda vedi come la sentono!”
I fratelli di Pollicino erano sette. Noi siamo cinque.
Qui si introduce un altro tema, la dialettica favola-realtà, che fa da leitmotiv allo spettacolo, con progressiva dolorosa divaricazione, una divaricazione che comincia con il sospetto di un paradiso perduto, così perduto da essere immemore …
“Ma com’è che conosco le favole? … Ci deve essere un motivo, anche se non ricordo ... Perché conosci le favole??!! Ma vaffanculo!!! e vaffan che me casca n’artro dente. Eh ... ce ne sono cascati pochi di denti, a forza de zuccherini! E dai,addolciscono!”
Favola realtà, illusione e verità …
Questa è la corda che tragicamente sempre più si tende, ad onde, nello spettacolo. Sapere e non voler sapere, vedere e negare. Correre la corsa disperata della vita in un carcere predefinito, dove l’inganno si riproduce continuamente, come uno zuccherino avvelenato, fino a cedere in sempre più mesti e disperati monologhi tragici, di nostalgia e maledizione incredula. Dove il corale si dissolve per lasciare spazio all’individuo.
Continuare a correre la gara per il piacere di un pubblico sadico, nutriti da false speranze di gloria, e con all’orizzonte il macello. Giocattoli nelle mani di una bambina che ci illude. Il destino? Il mondo? Come vedremo, una bambina assente, come assenza è la legge del desiderio per Lacan.


E a questo proposito sovviene come metafora anche lo Zoo di vetro di Tennessee Williams, dove il mondo di cristallo del padre come fuorclusione dal desiderio della giovane zitella si infrange quando va in pezzi un cavallino di cristallo – guarda caso – un incorno per la precisione, perdendo il suo corno (unicorno - si ricordi - simbolo di castità e del Cristo).
E sarà un caso che il campione delle corse che morirà in gara (andando in ‘frantumi’) – vittima sacrificale dell’ansia cieca di gloria – si chiami proprio Cristallo? Forse .. ma resta suggestivo.
Fuorclusione. Assenza del padre e della legge. La vita come meccanismo leopardianamente vitalistico e crudele (natura matrigna). Promesse d’amore e corse a vuoto. Merda sangue sudore morte. E carne al mercato. Un mercato gestito da imbonitrici donne …
“ah ah ah ... Benvenuti al mercato della carne! eccoci tutti qua a sfilare sul rullo! ... testa cuore pelle e sangue … e ossa ... e anche la merdaaa ... i nostri corpi ... le nostre storie ... le nostre vite ... qua vendiamo tutto … anche gli avanzi ... signori qui non abbiamo solo il purosangue ... vendiamo anche gli ultimi ... quelli che scivolano ... i cavalli feriti non vanno abbattuti senza guadagno ... Finiscono al circo a prendersi gli applausi ... ed infine ad essere macellati ... li devi riciclare ... Tu gli spari bum bum ... pellaccia dura, che ci puoi fare cinte scarpe ... ( EBREI? ) ... se non li mandi al consumo ... La fesa ... il girello. Ma vuole mettere il sapore delle animelle? Delle frattaglie? Chi non ne vorrebbe assaggiare almeno un pezzettino?
La trippa ... Che dice? Il bambino? Questo animale lo lasciamo ancora vivo … da portare all’ingrasso ... tutto bono … il fegato il cuore ... pure da bollire ... Glieli affettiamo qua signora ... col sangue ancora vivo.
E’ meglio finire presto che avere paura ... morire subito che correre sulla pista.
Padre assente e donne a profusione.
Le donne compaiono a più riprese ... invocate, maledette, burattinaie, partorienti, ipotetiche divinità. Non esiste un dio garante. La donna coincide con il caso e con la vita. La dura legge della vita: partorire mangiare morire.
Così se Agata rappresenta una illusione di amore e pietà, Nina rappresenta la dea bambina – invocata e assente – una bambina sadica, che dà zuccherini, illude, condanna. La sua voce microfonata e infantile compare nel finale, quando fa da cronista alla corsa-giocattolo della morte. E sempre lei (bianco vestita angelo della morte) – mentre l’amante di Agata urla “No, lei no. Agata no !“ – appende Agata alle catene, una Agata vestita rosso sangue. E la dondola crocefissa, come ultimo giocattolo.
Così – tra urla sudore progressiva coscienza – si scivola ad un crescente numero di monologhi dei disperati (tutti bravissimi) che – in controcanto ai gridati corali delle vittime e delle carnefici da mercato, e con toni morbidi e rochi di dolente coscienza nostalgia e rinuncia – chiedono e rifuggono la morte, in sussulti di speranza.
Dicevo, uno spettacolo magmatico. A onde. Il pubblico è attonito. L’applauso lungo.
Scheda tecnica
Destinazione non umana, spettacolo della Compagnia Fort Apache Cinema Teatro. Scritto e diretto da Valentina Esposito
con Fabio Albanese, Alessandro Bernardini, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Massimo Di Stefano, Michele Fantilli, Emma Grossi, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto, Edoardo Timmi
Costumi Mari Caselli, ideazione scenografica Valentina Esposito, scenografia Edoardo Timmi, musiche Luca Novelli, luci Alessio Pascale, fonico Luigi Di Martino, fotografo di scena Jo Fenz, organizzazione Ilaria Marconi, Giorgia Pellegrini, Martina Storani.