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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
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Una scena nuda al cui centro sta una cabina, cerniera scenica tra dentro e fuori, passato e presente … e tra livelli narrativi. Ruota, si ferma, mostra, inghiotte partorisce personaggi, come un utero. Un utero della memoria. Come una rassegnata dissolvenza. Difficile dire quanto sia solo opera dello scenografo, Filippo Lucidi, o anche idea del regista e drammaturgo, Danilo Caiano. All’inizio una musica pulsante, cardiaca, nel buio, e la cabina mostra un lato neutro, chiuso. Così ha inizio Frammenti queer (Roma, Centro Culturale Artemia, 25-27 febbraio 2022), antologia di normali abusi e sofferte iniziazioni, un comico ma non troppo romanzo di formazione, che vede narrarsi a specchio – alternandosi e incrociandosi – una giovane donna e un giovane uomo. Entrano ed escono dalla cabina, e fanno crescere il loro racconto, tra comiche, languori, rabbie dolori, intervallati dalla cesura di un microfonato presentatore televisivo e amplificati deliri di pubblico, come a dire che il privato è violentato e banalizzato a show televisivo.
Lei (Gisella Cesari) gioca le sue narrazioni e le alternanze di umore più su un registro tra comico trash e rabbie sado-fumettistiche, lavorando su ritmi ed excursus della vocalità. Lui (Bruno Petrosino) è più sul gestuale attonito (correlativo della fiacchezza disperata), ma in generale articola un crescere dei suoi registri vocali che va progressivamente dal disperato stupore ad un climax di tristezza angosciata, il cui leitmotiv è la ricorrente menzione di un vuoto interiore incolmabile. Solitudine ed anestesia che entrambi esorcizzano tentando di sentire attraverso sesso e violenza. Ma lui è la parte più cosciente, ed alla fine lo passa a lei, forse quando lui già lo domina. Si conclude infatti con lei che dice,”Sento una cosa al petto”, e lui che risponde,”Il vuoto. Vedrai che passerà”.



Ma torniamo all’inizio.
La cabina ruota. Ora mostra un lato bucato. In alto a destra una finestrella a rombo. Poco sotto, a sinistra, un piccolo oblò. Ai piedi un quadrato. Ne esce luce, e si vedono i volti di loro due, con passamontagna nero, da rapinatori.
Escono. Si mettono frontali, e mimano cose, a braccia aperte. Poi verso il pubblico, a viso scoperto. Quindi lei ritorna nella cabina, come speaker, e dice che racconterà una storia d’amore da cui si potrebbe trarre un film … Il titolo, dice, potrebbe essere Mettimelo nel culo, ma fai piano.
Lei è così. Fa la hard, per esorcizzare. Racconta di quando a scuola la reputavano una troia, e le prime esperienze coi maschi, dove si sentiva distante. Ma il suo vero racconto è quello di un amore intenso e lesbico, con una stupida razzista maltrattante. Una dipendenza forte di cui riesce a liberarsi a fatica, denunciandola. Tra le righe – alluso all’inizio, e poi sviluppato comicamente – emerge il motivo del suo stato di degrado. Veniva abusata in famiglia, da bambina. Il climax comico è una vera rivelazione, dove l’attrice eccelle. Sogna di tagliare il cazzo all’abusante, che Petrosino è incaricato da lei di incarnare. Ma si rivela indecisa e imbranata, e quando quello scappa a pantaloni calati, lo accoltella al sedere. Esilarante è il mimo che ne fa Petrosino, a gambe chiuse e seminudo, accartocciato nella cabina, mentre mugola … uhuu ... di dolore.
E’ poi la volta di Petrosino di raccontare e ricordare … quando provocava i compagni mettendo loro le mani tra le gambe, per ricever pugni e godere del sapore del sangue. Quando uno invece si rivela un amante, ma lui lo spinge lo stesso a picchiarlo. E poi quando solo in casa – padre morto e madre depressa – lenisce l’anestesia della solitudine già d’infanzia, guardando un horror. E’un modo di lenire eccitandosi.
Ma il film lo terrorizza, e di fronte alla madre che non lo accoglie devasta la casa, fino a che lei, camminando sui cocci, lo consola.
Petrosino è qui magistrale nelle variazioni di tono e postura ... concludendo raggomitolato e piangente a terra, di lato.
Lei e lui. Sono amici? Storie parallele che si fanno eco, e si incontrano solo in scena?
Non importa.
Si fanno da reciproco controcanto.
Lui il dolore e l’ombra, lei la rabbia beffarda, per confluire in una coscienza solidale, strumenti accordati di una sonata da camera e da cabaret. Un testo semplice, ma ben congegnato nel montaggio, e nella gradazione emotiva, e portato ad intensità da due perfetti interpreti.
E il pubblico aderisce.
Scheda tecnica
Frammenti Queer di Sinnombre Teatro.
Scritto e diretto da Danilo Caiano, con Gisella Cesari e Bruno Petrosino.
Scenografia di Filippo Lucidi.
Prodotto da Angela Infante e Centro Culturale Artemia