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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Gelide lame e gorghi di follia

 


Una scena ‘wilsoniana’, di algido biancore geometrico. Immobilità. 
Due pannelli laterali di bianco fulgente inquadrano e restringono la scena, dove sullo sfondo di gigante schermo cinematografico, per ora opaco, risalta in primo piano un parallelepipedo, bianco, su cui distesa giace quella che apparentemente è una salma, coperta da bianco lenzuolo, come un sudario. Nitore funerario neoclassico e gelo delle passioni: un’atmosfera che ricorda il monumento funebre a Maria Cristina d'Austria di Canova, a Vienna.

Morte e paralisi delle pulsioni e delle passioni. Istinto di morte contro istinto di vita. Morte interiore, controllo, estetica come gelo.
Così si apre, dalla coda, e quella coda sviluppando e amplificando, Psycho (Roma, Off Off – 14-16 gennaio 2022), in cui Giovanni Franci (scrivendo il testo e firmando la regia) rielabora il famoso film di Hitchcock.

Avevamo detto, bianco fulgente e immobilità. 
Poi si fa buio in scena, e sullo schermo si accende la penombra di una foresta con la pioggia. Scorrono scritte, alludendo al delitto, all’auto nello stagno. Di nuovo luce. Tutto bianco, anche lo schermo.
L’attore (Giuseppe Claudio Insalaco) si leva nudo dal lenzuolo, in piedi sul catafalco, schiena al pubblico. Introduce eros e perversione nella morte, con la sua bellezza quasi troppo invadente, e chiaramente anticipando il sottofondo di ambivalenza. E’ in controluce, col basso continuo di una musica triste. Si avvicina allo schermo, su cui carezza un volto gigante. Poi si siede, fronte pubblico, mentre il volto dissolve con una solarizzazione. A destra, in controluce, come un’ombra, siede una donna (Alessandra Muccioli).

Lui, lentamente, indossa calze femminili. Lei comincia a parlare di lui, che gioca una partita a scacchi con se stesso. 
Ma prima di proseguire ricordiamo la trama dell’originale, per chiarire da dove parte l’amplificazione.


L’attore in scena è il Norman Bates del film, pluriomicida psicotico. Una donna in crisi amorosa arriva al suo hotel, turbandolo sensualmente. Dall’omicidio di lei partirà un’indagine, che rivelerà che lui, dopo aver ucciso madre e patrigno per gelosia edipica, mummifica la madre, e la reincarna. Ora è lei gelosa di lui, e reincarnandola uccide le donne che lo tentano. 
Omosessualità latente?  Madre castratrice? 
Il film si conclude con un breve excursus psichiatrico che ne svela i meccanismi.

E da lì comincia la nostra pièce. Dunque la donna a lato che parla è una psichiatra, e il duello di cui parla è quello tra Norman e la madre con cui si identifica. La madre lo fagociterà, o tornerà ad essere se stesso? La psichiatra lo stimola – raccontando e provocando – a rivivere il trauma, mentre lui avanza al pubblico con una gamba rigida, e una lunga collana che arriva all’inguine.
E qui è la prima crepa …
Non è solo la vecchia madre (zoppa). E’ anche femmina. La sessualità repressa emerge invertita.

Il corpo dice – al rallentatore, con lieve tono danzante e rituale (Insalaco viene dalla danza) – ciò che la voce nega.
Insalaco infatti usa abilmente – nella prima parte, della resistenza alla cura – una voce bassa, flautata, rallentata, neutra (tra rabbia, ironia, distanza).
E’ la gelida madre che parla del ragazzaccio, apparentemente sorda alle parole della psichiatra. Con vari trucchi – tra interrogatorio e parole del passato – viene raccontato tutto.

Poi lo show ha un salto.
Ora è la psichiatra ad indentificarsi con la madre, incarnandola. Urla, “Il marcio era nelle mura di casa”. E ancora, “Io non sono mai morta”.
Uno stratagemma psichiatrico per scioccare il paziente, ma forse un po’ brusco e non preparato nello spettacolo. All’inizio stona, e l’urlato dell’attrice risulta fuori luogo, non convincente. Ma poi entra. Riporta il paziente  al rapporto con la donna uccisa, pur essa ora incarnata dalla psichiatra. E qui Insalaco è bravissimo nella metamorfosi. Ora è timido, introverso, iperemotivo, a microscatti e sussulti.


Amoreggiano .. Poi, schermo, bosco, e lui con la parrucca. E’ stato di nuovo delitto? Ma c’è lei, di lato, al tavolino, a scrivere alla sorella. Lei ha modificato la storia, per guarirlo? La donna non se n’è andata né è stata uccisa? Amore possibile?
Il finale è aperto e ambiguo. Termina circolarmente. Lui è seduto di schiena. Una schiena i cui guizzi muscolari illuminati creano un nudo michelangiolesco. Poi allarga le gambe, lentamente, osceno, e infila le calze. Poi si volta. Indossa una sottoveste e la collana. Si siede. Sorride.
Ha ucciso anche la psichiatra? La ama omosessualmente? Cura impossibile?
Insomma, .. una buona riscrittura psichiatrica, che apre lampi e cala veli.

E sullo sfondo ogni tanto deliri surreali sullo schermo, incubi silenti in bianco abbagliante. L’essere si dissolve, l’identità perde consistenza, in una serie di sdoppiamenti a doppio fondo.

 

Scheda tecnica

Psycho, liberamente ispirato al cinema di Alfred Hitchcock e all’omonimo romanzo di Robert Bloch.
Testo e regia Giovanni Franci. 
Con Giuseppe Claudio Insalaco e Alessandra Muccioli.
Foto di scena Marco Aquilanti, elaborazioni digitali Nuvole Rapide Produzioni.
Fondamenta Teatro e Teatri

 

 

 

 

 

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