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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Dal tragico alla sua scomposizione e demistificazione

 



Con Euripide il tramonto del mito, del divino, del tragico raggiunge il suo apice, come solo poteva accadere nella stagione dei sofisti, e al cospetto del tramonto della Atene periclea nella guerra con Sparta. Se il fato ed il divino travolgono nel sangue, in Eschilo, già con Sofocle, quasi coetaneo di Euripide, il potere è oggetto di critica, come autocoscienza nel ciclo edipico, come voce esterna in Antigone, portatrice della pietas e dell’umano. Se Protagora vedeva nell’uomo la misura di tutte le cose, e poi Socrate capovolgeva l’ipotesi relativistica implicita nella rivendicazione di una assunzione di responsabilità morale individuale, il campionario umano che compare nella Ifigenia in Aulide euripidea potremmo dire che riduce gli uomini a ‘misurini’ di tutte le cose, in un’orgia di contraddizioni e fughe dalla responsabilità che termina nel delirio e nell’assurdo di un carnevale del divino come pretesto per sdoganare istinti di potere, velleità personali, piccole polemiche famigliari, falsi sentimentalismi. Come dice bene Alessandro Machia, nelle note di regia a questa messa in opera del testo euripideo, “Siamo alle soglie della commedia borghese”.

Euripide infatti rovescia in critica analitica l’assunto tragico dell’Orestea eschilea. E si può assumere che non ci sarà la coda di sangue della vendetta materna,  e poi di Oreste. Clitennestra alla fine sarà contenta di un ruolo in un destino glorioso, cedendo ad una figlia che la spodesta in chiave edipica.

Euripide infatti ne smonta l’antefatto, che per ricordarlo brevemente, è il seguente. Il veggente Calcante predice che, per avere venti favorevoli e adatti a spingere verso Troia la flotta greca che si era radunata in Aulide, Agamennone avrebbe dovuto sacrificare sua figlia Ifigenia in modo da placare l'ira di Artemide che da Agamennone stesso era stata offesa. Agamennone fa venire Clitennestra e la figlia senza svelare lo scopo, ma accampando il pretesto di un matrimonio tra la figlia e l’eroe Achille.

Questo dà inizio ad una serie di tormentoni in tutti i protagonisti. Ma alla fine il sacrificio avverrà, perché Ifigenia decide di immolarsi alla richiesta della folla dei soldati, che alla somma del divino e della ragion di stato aderiscono come un branco di invasati, coartando al passo tutti i protagonisti.

La folla – come è nelle dinamiche di massa (così ben analizzate dopo il fascismo) – in realtà vuole la propria grandezza, per esorcizzare la propria debolezza. La grandezza della Grecia che non può tollerare l’offesa dei barbari (il ratto di Elena).



Così un banale fatto di corna si trasforma in umiliazione della nazione, e Ifigenia da capro espiatorio in luminoso totem della redenzione, per espellere la ferita come corpo estraneo alla perfezione, e reinserire la grecità nel divino.

Un testo antico e moderno dunque, che non poteva non attrarre Alessandro Machia, che della centralità del testo e della sua ermeneutica è da tempo intelligente e fervente fautore. E che ama i testi di confine e di crisi, dal Goldoni della Trilogia della villeggiatura, a Jon Fosse, con la sua drammaturgia del silenzio e della dissolvenza.

Quello andato in scena allo Spazio teatro Faber (30 dicembre 2021 – Frascati) non è ancora proprio lo spettacolo d’arrivo, ma un primo ibrido (in forma di ‘studio’), cioè una lettura teatralizzata, dove gli attori sono in scena, ma (salvo le ragazze del coro) leggono prevalentemente il testo dal copione. Una cosa che lungi dal facilitare crea la difficoltà di giostrarsi tra due livelli da integrare: l’attore in azione, dentro alle cose, ed il lettore.

Ed il risultato è uno splendido artefatto ‘da camera’, con tutta la dignità di uno spettacolo a sé.

E si vedono tutti gli stilemi delle regie di Machia: geometria, relazionalità, uso calibrato ed icastico di pochi colori, nel vuoto. Ci si muove così in un orchestrato di coppie e trii relazionali attorno ad una pedana di un bianco fulgente, appena pendente, e  lievemente prospettica e di sghembo, e centralizzata un po’ a sinistra, per lasciare un vuoto di penombra a destra, dove si muove il va e vieni dei protagonisti ‘dark’ (Agamennone e Achille), contrapposti in parallelo agli antagonisti perdenti, Menelao, Clitennestra, e in parte Ifigenia stessa. Stretti in uno spazio angusto Clitennestra e Menelao. Progressivamente sforante e centralizzata Ifigenia, la sola che veste il bianco innocente e poi divino della pedana, assieme alla figura danzante con corna di cervo che con la sua danza, sul retro, mimerà la metamorfosi di lei nella epifania del divino.

E la pedana bianca dunque? Una lama abbagliante, che fa da cesura e ferita. Separa i due fronti e fa da passerella al coro tragico (in rosso). Bianco e rosso: innocenza e ferita.



Quanto alla interpretazione del senso intrinseco del testo, Machia è abile nella gestione ad evidenziare una polifonia convergente. Nessuno è comprimario, ma tutti protagonisti di una sottile cialtroneria della falsa coscienza – folla compresa – anche se invisibile e solo evocata. Ed il sacrificio è solo il pretesto, il reagente per evidenziare la sofferta umana pochezza. Sofferta, sì, perché la falsa coscienza e la cialtroneria, nella loro inconsapevolezza, non escludono la sofferenza soggettiva. La rendono solo una patetica mascherata per l’occhio esterno. Ma l’uomo, nella sua piccolezza, continua a divincolarsi in un ‘para-tragico’. Perché è umano, troppo umano, e preda delle sue false passioni, come il malato immaginario. Tragicomico.

Assistiamo così da parte di Agamennone – uno splendido Tidona, che modula tutto in microgestualità e volto, e con una sapiente gimcana di toni – assistiamo ad una patetica e surreale altalena di dubbi. Soffre davvero ad immolare la figlia, e vuole convincere tutti del suo dolore, persino la figlia. E si ribella alle polemiche di Menelao, accusandolo di avere dato l’avvio a questo putiferio del destino, per una banale questione di corna. Doveva invece essere felice di essersi liberato di una poco di buono, e cercare nuove nozze. Tuttavia poi si sente il richiamo della sirena del potere, che ciclicamente riemerge, travestita nell’inesorabilità della missione affidatagli dagli dei e dalla nazione.

Clitennestra a sua volta recita il dolore della madre, ma si vede dominare in realtà l’insofferenza per il ruolo subordinato di moglie. Così che quando Ifigenia la scavalca, aderendo a padre dei missione, non può che aderire, e sentirsi anche lei investita dell’onore del divino. Infatti il sacrificio pare essere stato aggirato. Un cervo è comparso, insanguinato, e Ifigenia è scomparsa.

L’imbroglio del divino è il passepartout a cui tutti si aggrappano, e Machia giustamente forza la mano.

Il messaggero degli dei appare senza volto, avvolto in una teoria di veli bianchi che si dissolvono come un grande fiore di petali mossi dal vento, bianco nel buio calante. Ma la voce è quella della figlia. Dunque è viva? E’ in cielo?

Un po’ come l’angelo che ferma la lama su Isacco. Un premio alla fedeltà, all’ideologia? Dei crudeli e benefici?

Una buona scusa, come quelle del farisaico Achille – ben interpretato da Roberto Turchetta come un uomo da niente. Tutto meno che l’eroe isterico dell’Odissea. Offeso sì del non essere stato consultato … Ma bisogna ragionare.. Vedrà se può fare l’eroe, salvarla.. garantisce alla madre.

Ma vista la mala parata dell’opposizione delirante della folla batte presto in ritirata.

Un po’ sottotono – ma il personaggio lo è anche nel testo – l’interpretazione di Menelao.



In generale comunque Machia privilegia alla gestualità corporea il sentimento vocale, scegliendo per i corpi statuarietà e separatezza. Questo è particolarmente amplificato nel coro, che ciclicamente irrompe statuario – le braccia pendenti – e rompe le querimonie domestiche con una dizione stentorea.

In mezzo – a metà tra i due stili (nel corpo e nella voce) – irrompe e rompe gli schemi, fiammeggiante, Ifigenia (Carolina Vecchia), una bravissima giovane attrice di leva del laboratorio di Alessandra Falucchi, alle prime armi, ma assai promettente.

Uno studio di scena magistrale, insomma, di cui si attende il seguito, ma già degno degli applausi, che non sono mancati, generosi.

 

 

Scheda tecnica

Ifigenia in Aulide, di Euripide
Regia e adattamento: Alessandro Machia. Assistente alla regia: Giovanni Cipolletta. Costumi: Sara Bianchi. Scene: Katia Titolo. Movimenti coreografici: Fabrizio Federici. 

Con
Andrea Tidona,Alessandra Fallucchi, Roberto Turchetta, Massimiliano Pazzaglia, Carolina Vecchia, Giovanni Cipolletta, Alba Metushi, Lorenza Molina, Beatrice Valentini, Martina Venturi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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