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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Esordiente al Napoli Teatro Festival 2020 è approdato a Roma (teatro Vascello 23-28.11.21) il lucido spettacolo tratto dal romanzo omonimo di Thomas Bernhard Antichi maestri. Lucido per la feroce geometrica realizzazione minimalista di Tiezzi, per lo scavo cerebro iperemotivo di Lombardi, per la rielaborazione drammaturgica di Sinisi.
Così lucido, come lucida è l’offuscata prosa di Bernhard - teatrale sempre e forse ancor più nella sua prosa – così lucido da ingannare inizialmente lo spettatore, come se la regia si facesse invisibile per ipervisibilità, restituendo solo la magistrale performance di Lombardi, che nella sua iperluce sembra mettere in ombra i due comprimari.
Ma geometria e ferocia - uniti alla partitura sottilmente musicale - ingannano. L’apparenza inganna, per parafrasare il testo teatrale omonimo dello stesso autore (Bernhard, 1983), da cui peraltro Sinisi interpola una gag – l’unica apertamente comica – che interrompe la difensiva ferocia difensiva del protagonista, evidenziandone la farsesca fragilità.
Nulla è semplice e lineare come pare, e il giganteggiare del protagonista - Lombardi (Reger) - è retto e innervato da una sottile tramatura di fili invisibili. Un’armatura che serve ad imbrigliare ed evidenziare il progressivo inabissarsi del delirio di Reger, con il suo flusso contraddittorio idiosincratico. Misantropo, antiaustriaco, aggressivo, ma in realtà alla deriva della solitudine e della nevrosi, spugna di dolore che sputa disagio pontificando. Marionetta di se stesso, senza che questo tuttavia destituisca di valore i suoi geniali acidi critici.
Ma cominciamo dalla triade luce opacità apparenza. Tiezzi – nelle note di regia del libretto di sala (Antichi maestri, edizioni L’OBLIQUO) – parla del linguaggio di Bernhard come di una ‘macchina ottica’. Dice di aver immaginato uno spettacolo sulla ‘visibilità’, e sull’analisi dei procedimenti della visione teatrale.
Ed in effetti la partenza del discorso di Reger è sul come guardare ossessivamente i cosiddetti capolavori (qui un ritratto di Tintoretto), per scoprirne debolezze e frammentarietà.


Intanto facciamo fuori la trama, prima di tornare al binomio luce opacità.
Reger, critico d’arte vedovo, torna sempre al Kunsthistorisches Museum di Vienna a contemplare il ritratto di Tintoretto di fronte al quale conobbe la moglie (elabora trauma e lutto?). E di questo rito e dell’ambiente è muto testimone il custode, Irsigler. Qui lo incontra - per intervistarlo capirlo raccontarlo - lo scrittore Atzbacher. Così, tra commenti dell’uno e mute clownesche acrobazie dell’altro, si sdipana la confessione di Reger.
Ma, dicevamo: luce e opacità.
Opacità … La scena è tutta in grigio e nero – centralizzata – e sullo sfondo, ai due lati del Tintoretto, due più due quadri virati come dei negativi fotografici, che con la loro fosforescenza evocano le gabbie in profilati metallici (tre gabbie – due minori e una ampia centrale – come in una pala d’altare) che si illumineranno, rivelandoli abbaglianti profilati al neon. E del resto, se il neon marca l’apparenza fallace e iperrealista dell’avanscena, i negativi laterali forse alludono al sottotesto che man mano andrà sviluppando altre realtà.
Una macchina nuda, gelida, feroce, fredda.
Una camera della tortura pirandelliana, per parafrasare un famoso titolo di G. Macchia ?
Comunque uno spazio di solitudine, dove annaspa nel vuoto la parola nuda, facendo eco a se stessa e al dubbio, con i ritorni reiterati e ossessivi di alcune tematiche, che man mano si smentiscono. Una circolarità dodecafonica. E Tiezzi parla di dodecafonia. Ma è una dodecafonia crudele e patetica. Espressionista. E del resto Tiezzi ha scelto i valzer viennesi rielaborati dai tre maestri di Darmstadt.
E che dire del testo? Bernhard è un genio dostoevskiano dell’ossessività, un uomo del sottosuolo scatenato. Un maestro del dolore e della contraddizione. Ma da bravo mitteleuropeo, agli abissi dostoevskiani unisce una dolente autoironia, forse perché parla sempre di sé, e fatica quindi a quell’oggettività che Dostoevskij può avere verso il personaggio.
Vi è così una vertigine barocca di contrari.
L’opera d’arte è tutto e niente. La sola ragione di vivere, e opera di venduti al potere. Pericolosa tensione alla perfezione che invece deve dissolversi in frammenti per stare dietro all’incompiuto vitale, al fluire diveniente ( Pirandello? L’anello che non tiene di montaliana memoria?)
E poi, giù, contro i viennesi, unica tirata dove non si contraddice mai. Ignoranti, presuntuosi, sporchi, rozzi. E non lo dice, ma lo sappiamo, nazisti che non hanno mai fatto i conti con le proprie colpe.
E come non vedere nella polemica sulla perfezione una satira dell’idea di superiorità e potere insita nel nazismo?
Ma il vero cuore pulsante del testo è la solitudine.
L’arte della vita era la moglie, e lui senza è inabile alla vita, aggrappato quindi nevroticamente a rituali: tra lutto vedovile e persecutoria memoria di genitori gelidi.
Ed ecco allora insinuarsi la clownerie autocritica, lo scarafaggio in scena, il critico destituito di senso. Clownerie patetico nevrotica, che trova il culmine nella gag tratta dall’altro suo testo. Continua a preoccuparsi del suo vestito nuovo, per andare ai ricevimenti (a cui nega di voler andare).
I pantaloni gli sembrano da accorciare. Chiede conferma ad Atzbacher, che dice di no. Ma è come se non lo sentisse (Reger non si sa relazionare), e ripete come un robot domande e asserzioni, all’infinito, con crescendo comico.
“Sono da accorciare ?.. Sì, sono lunghi. Vanno accorciati”
E in tutto questo Lombardi è superlativo. Giganteggia, politonale, con una sottile fragilità posturale, scandendo con variazioni ritmiche le parole nude, ma soprattutto trovando una originale querimoniosa cantilena borbottante, con tratti ascensionali in acuto, e sapienti comiche pause di perplessità auto sconfermanti.
Un perfetto concerto tragicomico, tra il muto del custode, e il tono medio e saggio dello scrittore intervistatore.
Scheda tecnica
Antichi maestri, dall'omonimo romanzo di Thomas Bernhard, traduzione di Anna Ruchat, drammaturgia di Fabrizio Sinisi, regia di Federico Tiezzi.
Con Sandro Lombardi (Reger ), Martino D’Amico (Atzbacher), Alessandro Burzotta (Irsigler).
Assistente regista Giovanni Scandella, musiche The model dei Kraftwerk, Nina Hagen, Valzer di Johann Strauss nelle trascrizioni di Schoenberg, Berg, Webern, scene e costumi Gregorio Zurla, luci Gianni Pollini, fonico Alessandro Di Fraia, video Nicola Bellucci, direzione tecnica Tommaso Checcucci, produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi.
Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale con la collaborazione di Napoli Teatro Festival Italia
Tournée
-16 dicembre 2021 / Carrara (MS) | Sala Garibaldi
-17 dicembre 2021 / San Casciano (FI) | Teatro Niccolini