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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Una voce stanca, querula, microfonata, strascicata, stanca, e via via crescente e affabulatoria – nella semioscurità – esce da un baule rovesciato e aperto, a terra, in avanscena, da un uomo in tuta bianca (Fausto Cabra, nel ruolo di Ralph Peng).
A destra uno schermo tv, al suo livello, ed in alto a destra, gigante, un altro.
Sullo sfondo un tendaggio a strisce di plastica bianca separa da un retroscena, per ora in ombra.
Ralph è nascituro, e almanacca sul proprio nome e sulla sua futura nascita, mentre di sottofondo si sentono vocii di folla e di notiziari.
Comincia così Peng, lo spettacolo su testo di Marius von Mayenburg, andato in scena al teatro Vascello (Roma, 24 settembre – 10 ottobre 2021), per la regia di Giacomo Bisordi.
Gli altri attori in scena – tutti bravi e mediamente professionali – ruotano intorno al ruolo mattatoriale e surreale di Cabra/Ralph, alternando il registro comico al tragico isterico, con l’eccezione cupa e seriosa di Giuseppe Sartori, ‘l’operatore TV’, il vero comprimario in mezzo a tanti pupazzi. E, in chiave mediatica, il metaregista in scena, un Kantor grande fratello. E’ lui, insieme a Cabra/Ralph, a muovere gli altri come marionette, solo a tratti ribelli, ma più spesso querule comparse di uno show capriccioso, dittatoriale e grottesco: così si agitano in scena i due miseri genitori, il vicino e la vicina, la ginecologa e la babysitter, un amico d’infanzia.
Qual è la storia?
Ralph, dai genitori, è atteso – e poi sempre riconosciuto – come il figlio meraviglioso, l’incarnazione del loro narcisismo delegato. Un sentimento continuamente dubitante, contraddetto dalla realtà – interrompe la loro sessualità, maltratta i loro ritmi vitali, è crudele, non sa fare niente – ma che risorge imperterrito, ribadito in modo psicotico e difensivo, anche se più dalla madre che dal padre, pedagogico a parole, ridicolamente ecologista e salutista, politicamente corretto.
Ma il narcisismo richiede un pubblico e la celebrità, e la celebrità è potere. Così non esiste privato, e tutto (compresa la nascita) è filmato da un operatore TV, l’altro dittatore, che dove la realtà resiste e non è sufficientemente sensazionale ed emotiva, manipola e inventa. Vedremo però che se lo show e la crudeltà mediatica sembrano governare il delirio moderno, la realtà alla fine giganteggia e violenta i media, dopo averli usati come trampolino per giganteggiare in modo irrealistico.
Vince Ralph, che alla fine anche molesta sessualmente – con la mano tra le gambe – l’avvilito e muto operatore TV.
Ma riprendiamo dall’inizio.
Ralph – seguito dagli 1 ai 5 anni – si rivela subito un capriccioso bambino onnipotente, strozzando al nascere (con il cordone ombelicale) la sorellina gemella. E continua ad imperversare con atti di capricciosa crudeltà, sulle donne, sui compagni d’infanzia, sulla babysitter, sul maestro di violino, che accieca con un colpo d’archetto.
E’ caricaturalmente scorretto, volgare, maschilista, capriccioso, prepotente, molestatore sessuale. E dove trova ostacoli, dittatoriale attraverso il ricatto del lamento tragico infantile.
Ma per tenersi buona la madre è anche sornionamente edipico, arrivando a montare e mettere in scena un concorso di bellezza truccato, tra la madre e la giovane babysitter per cui il padre sbava.
Alla fine arriva apparentemente – con disperazione della madre – vendetta e giustizia. La ginecologa, in chiave fanatico femminista, gli spara, uccidendolo.
Ma non è così.


Il suo fantasma risorge, e conciona in pubblico, con profonda voce dark macbethiana. Come a dire che il male non si arresta eliminando un suo attore.
E ora le donne ribelli a stupro e ideologia (la vicina, la babysitter, la ginecologa) andranno uccise.
Non si sfugge al sistema!
Quali sono quindi i bersagli critico comici dello spettacolo (e del testo dell’autore)?
Certo il meccanismo narcisistico del potere e la complicità dei media nella società dello spettacolo. Ed il maschilismo.
In realtà, direi, il centro appare l’idiozia malata narcisistica della famiglia, da questo sistema falso democratico plasmata. Ed è chiaro verso la fine, quando il comico vira al serio, ed il figlio chiede al padre – davvero – di fermarlo. “Dammi uno schiaffo!” Il padre fatica enormemente. Ma sta per farlo. Lo ferma però l’urlo della madre, e ripiega sul pedagogismo razionale, a cui Ralph risponde facilmente: “Quale ragione?”
E’ la famiglia la cellula di riproduzione del sistema narcisistico, abdicando il ruolo di confine valoriale. E sono le madri a creare maschi dispotici in cui inverarsi al di là della minorità femminile millenaria.
Lo spettacolo è vivace, e Cabra troneggia mattatoriale, con padronanza assoluta della voce e virtuosismo politonale. Ed è bravo pure gestualmente, anche se spesso con movenze – forse burlescamente volute – da Arlecchino.
C’è tuttavia discontinuità di tono.
Bene il regime di fondo, tra avanspettacolo, trash tarantiniano e grottesco espressionistico alla Jarry (Ralph è un Ubu Roi infante).
Talvolta però le gag sono insistite, e talora recitate in modo un po’ televisivo (come il match di pugilato col vicino).
Stona poi decisamente il tono serio predicatorio della ginecologa sul male del mondo, che sarebbe il maschio, con derive irricevibili e retoriche, non so se da attribuire all’autore o alla ratio del personaggio. Si propone infatti come panacea la castrazione chimica, per diminuire il testosterone nel mondo.
Ma forse è voluto il suo patetismo da fanatica giustizialista. Serve da trampolino, per contrasto, al giganteggiare del discorso della madre e di lui. Di lui soprattutto, che dicendo cose terribili in realtà diagnostica lucidamente le cause del male nella frustrazione universale del popolo gregge.
Così, dopo che la madre fa portare via la ginecologa criminale, affidandola allo stupro del vicino maschilista, appare come una meteora il basso profondo del recitativo conclusivo di lui.. microfonato, cavernoso, baritonale, lento, pausato, dolente e impietoso, sussurrato e sospiroso, talora robotico.
“Pensavate di esservi liberati di me. No!.. Ho un buco in testa. Da sempre. Ci si può vedere attraverso, da una parte all’altra. Se sto dritto davanti alla luna, la sua luce risplende dal centro della mia fronte.. Percorre un canale ombroso, lacerato, nel mio cervello, da un proiettile. Un tetro passaggio che si fa largo fra tutti i miei pensieri e piani oscuri, e che adesso, alla luce lunare, scintilla come tesori dorati fra le mani dei tombaroli, nel sepolcro di un faraone.
E’ ora quindi di mantenere le mie promesse elettorali. Le donne in cantina devono sparire. E il tempo, sui suoi ticchettanti tacchi a spillo, è passato.
Renderò di nuovo grande questa casa. Tutte le persone che se ne stanno qui, coi loro riprovevoli sentimenti, l’invidia strisciante per il successo di altri falliti come loro, l’odio bruciante verso tutto ciò che non capiscono, le frustrazioni ammuffite per la vita mancata, il sesso mancato, la felicità mancata.. Tutti loro hanno bisogno di una voce.. E questa voce sono io.. Hanno bisogno di qualcuno che finalmente dica loro di chi è la colpa della loro miseria. Se no alla fine quando escono da questo spettacolo - e nelle loro testa bacate non hanno altro che domande, e non una sola risposta.. poi magari decidono di vivere in modo diverso, e all’improvviso smettono di comperare tutte quelle cose di cui non hanno bisogno, ma che devono comperare. Oppure si convincono di dover dar fuoco a un centro commerciale, o a Montecitorio.. O a se stessi davanti a Montecitorio.
E sarebbe un vero peccato. Devono dare fuoco a quello di cui si può fare a meno.. Qualcuno che comunque non è uno di noi. Le donne in cantina devono sparire. Non farebbe differenza. Non mancherebbero a nessuno.
Ma farebbe bene se bruciassero. Riscalderebbero il gelo che abbiamo dentro ... tutti noi ... tutti noi! Tutti … noi ... Tre ... Due ... uno ... PENG”
Un pezzo magistrale, dove Cabra si capovolge da clown in gigante tragico, in sulfurea apparizione della voce. E il pubblico, dopo tanti crepapelle di risate, e dopo il contentino moraleggiante della ginecologa, muto, attonito, riceve il colpo, e dopo breve pausa, vira ad applauso oceanico. E direi dovuto.
Scheda tecnica
Peng, testo di Marius von Mayenburg, regia Giacomo Bisordi, traduzione Clelia Notarbartolo,
con
Fausto Cabra (Ralph/Peng, il figlio), Gianluigi Fogacci (il padre), Giuseppe Sartori (l’uomo TV), Francesco Giordano (il maestro, il vicino), Sara Borsarelli (la moglie), Anna C. Colombo (vicina, babysitter, ginecologa).
Partecipazione video di Manuela Kustermann.