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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Lo spettacolo della compagnia ‘Effetto Morgana’, ‘Alfredino, l’Italia in fondo al pozzo’ riporta alla luce in modo paradigmatico un fatto di molti anni fa.
40 anni fa la TV italiana inaugurava in modo tragico il voyeurismo emotivo come stupro della cronaca in chiave ‘audience’.
Un bambino – Alfredino – cadeva per sbaglio in un pozzo, e tutta l’Italia assistette per giorni, in presa diretta, al fallimentare tentativo di salvarlo.
Unico fiore civile, su questa tomba, fu che grazie a questo nacque e prese vigorosamente corpo il servizio della ‘Protezione civile’, una delle poche istituzioni funzionanti nel bel paese delle tante parole e della costante inefficienza, se si esclude a tratti il bagliore della sacrificale magistratura antimafia, e della legislazione connessa. Un fiore nel mondo, come la legge Basaglia sui manicomi, ma continuamente sotto attacco, tra smontaggi e depotenziamento. La ‘Protezione civile‘ invece resiste.
Dunque, uno spettacolo emotivo e politico, al quale tuttavia sono andato con una iniziale forte diffidenza, temendo derive sentimentali e opportunisticamente celebrative (odio le ricorrenze, tanto più se sospettate di ‘uso vendita’ dell’arte).
In realtà però lo spettacolo, ripreso ora, risale al 2017, quando fu premiato al ‘Doit festival’ di Roma, come miglior spettacolo e migliore drammaturgia.
Il ripresentarlo quindi, da parte dello ‘Spazio Teatro Faber’ (Frascati), è solo meritoria operazione politico artistica. Una operazione che ben si innesta sulle intenzioni di questo spazio, da tempo sul territori come scuola di danza, musica e teatro, ma che ora si lancia come laboratorio territoriale multifunzionale, che sia di produzione teatrale, ma anche di dialogo con tutte le forze in campo, teatrali, drammaturgiche e di pubblico.
Uno spazio peraltro splendido, di grandi dimensioni, e rimodellato architettonicamente e nell’apparato tecnico dal direttore, Fabrizio Federici, ballerino e coreografo, ma anche architetto, e che con la collaborazione della Compagnia Zerkalo, di Alessandro Machia, intende farlo diventare un crocevia di tutte le arti, e tra Italia ed Europa, con particolare attenzione ad una ricentralizzazione di drammaturgia e testo.
E proprio il testo è il primo merito di questo spettacolo. Un testo scritto dall’attore, che poi magistralmente lo incarna, ma che già nella scrittura si fa implicitamente regia, soprattutto per le raffinate doti di montaggio, che esaltano svolte e stupori, pur nella dominante di una severa ‘parola nuda’, emotiva ma trattenuta, laconica e crudelmente incisiva. Una cronaca emotiva soggettiva, che depotenzia il voyeurismo, restituendo silenzio e tragedia, sguardo muto, e che tra le righe lascia colare ben dosati acidi critici, ma anche pietà equilibrio e tolleranza.
Un testo ‘civile’ nei modi, e di impegno civile.
Ora vedremo.
Ma va detto, con onore a Serena Piazza, che la regia implicita testuale non tarpa affatto le ali alla regista di fatto, che anzi ne fa trampolino per una sobria ma calzante galleria di idee sceniche, icastiche e visivamente incisive.
La scena è vasta. Nuota nel buio.
Il buio dell’oblio? Il buio del dolore?
Poi, con minimi spot di luce Banfo appare, qua e là. Ora seduto, ora in piedi. Quando è in piedi, in avanscena, conduce i pezzi più aggressivi, martellanti, doloranti, dal punto di vista di un cronista altamente soggettivo, uno che c’era, o dal punto di vista di un coetaneo allora del bambino, che visse lo choc e ora immagina-ricorda, identificandosi. Seduto, qua e là, incarna altri, con varie tonalità: dimesso, comico, grottesco, lancinante e nudo.
Per esempio ad un certo punto pende triste e solitaria da lungo filo una lampadina, e lui, diventato la madre, si fa colare dalla mano-clessidra della sabbia, il dolore-tempo, che silenziosamente cola via, come la vita, senza parole possibili, lontano dallo stupro della cronaca.

Oppure grottesco, seduto con passamontagna nero, e mano guantata nera, fa parlare la mano stile puppet show. Due terroristi che dialogano-delirano immaginando la tragedia in atto come depistaggio per stornare l’attenzione da fatti politici.

Oppure. Due surreali giochi di ombre ingigantite, sulla parete di fondo. Magico e straniante. Nel primo caso solo ombre dei cartoon (Mazzinga è il leimotiv.. il cartoon che poteva vedere amare Alfredino), che filosofeggiano sulla morte come mero fatto statistico. Un modo di annullare la coscienza e la necessità della memoria (Alfredino un numero) ... o un modo per segnalare quanto la tragedia sia regola nel mondo, e colpa politica?
Nel secondo caso l’ombra sulla parete (ricordando in ciò certe geniali idee del film ‘The wall’)

giganteggia come riflesso controluce di Banfo di schiena, e nella deformazione incarna in modo strabiliante la silhouette del presidente Pertini, che fa una pessima figura. Si lamenta infatti, irosamente vivace, di essere finito al centro di un avvenimento mediatico di cui gli era stata garantita la riuscita felice, e quindi un buon riverbero propagandistico su di lui.
Queste alcune delle idee registiche. Ma torniamo a Banfo. Al montaggio e alla sua presenza scenica.
Di fondo il modello potrebbe essere quello del ‘teatro racconto/teatro inchiesta’ di Marco Paolini, dove l’esempio principe resta ‘Il racconto del Vajont’ (1993).
Anche Banfi opera per progressivi affondi lo smontaggio di tutte le imperizie, gli errori, le sordità, le false aspettative.
In sostanza l’errore maggiore l’aver un pozzo laterale (perdendo tempo), e con mezzi inappropriati.
Contemporaneamente però – forse più di Paolini – sa far vibrare corde emotive in crescendo, come se si fosse lì. Ed in particolare quando calano con la corda un giovane per tentare di afferrare la mano del bambino.
La differenza in Banfi infatti è che la cronaca non è un monolite discorsivo lineare in crescendo – da un esterno giudicante. Tutti sono giudicati e tutti assolti, nella loro debolezza umana, e nella mesta fatalità dell’accaduto.
E lui si decentra continuamente, con un va e vieni, nelle emozioni dei protagonisti: l’opinione pubblica, la madre, i terroristi, il cronista, il giovane calato con la corda, e disperato nel fallire. Ed addirittura riesce a dar vita ad un immaginario Alfredino cresciuto, in motorino con l’amata, per amplificare il vuoto a perdere del suo non esserci. Un non esserci in carne ed ossa, non statistico.
Così lo spettatore è continuamente spaesato. Applaude ciò che pensa culminante finale, e si ritrova a proseguire, altrove, in un non si sa dove. Sempre più a fondo, arricchendo il calice del dolore.
E Banfo non solo architetta questo montaggio poetico – politonale, multifocale – ma è caleidoscopico nei registri tonali, sempre nuovo, imprevisto, misurato e intenso, e con microabilità gestuali, nude e semplici.
E anche al pubblico – percosso e attonito – è dato alfine di applaudire il vero finale. Con molto calore.
Scheda tecnica
Alfredino, l'Italia in fondo al pozzo
Regia di Serena Piazza
Testo di Fabio Banfo
Con Fabio Banfo
produzione Centro Teatrale MaMiMò, compagnia “Effetto Morgana”.
Visto domenica 13 giugno 2021 presso lo SPAZIO TEATRO FABER di Frascati