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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Oscar Wilde … Mi ha sempre colpito come a scuola ed in generale lo si presenti come uno dei più importanti rappresentanti dell’estetismo, dell’arte per l’arte. Dove l’implicito sarebbe quello della superiorità dell’arte sulla realtà, e del bello sulla morale.
Un equivoco che si fonda sul Wilde degli aforismi e del dandysmo, come se la maschera sociale che amava indossare potesse coincidere con la sua realtà profonda.
Certo aveva un carattere capriccioso e altero. Amava stupire, e praticare coraggiosamente la perversione contro ogni regola. Ma si badi bene ... la perversione nel senso di ciò che allora tale era reputato.
Semplicemente, quasi pasolinianamente rifiutava di non viversi la sua omosessualità. Era promiscuo? Anche ... Ma anche intensamente innamorato dell’amore, che perseguì fino all’autodissoluzione e alla morte, col suo Lord Alfred Douglas (“Bosie"), prima e dopo il processo che lo portò al carcere e all’emarginazione.
Dunque, al di là del teatro sociale, un temperamento anarcoide e tragico, e tragiche sono entrambe le sue opere più famose, Il ritratto di Dorian Gray (1890) e Salomè (1891). Due tragedie dell’egoismo e dell’amore, due tragedie sull’impossibilità dell’assoluto.
Dorian inciampa nella maledizione di Narciso, fino a perdersi nicianamente nell’onnipotenza delittuosa del seduttore. Ma muore d’orrore. Un incrocio tra Narciso e lo Stavrogin dei Demoni di Dostoevskij.
E Salomè. Apparentemente viziata e annoiata (vera controfigura di Wilde), è figlia di primo letto della perversione di Erodiade – ora in seconde nozze con Erode, fratello del primo marito, ma famosa per la sua incontinenza erotica, qui stigmatizzata dalle parole terribili di Jokanan (Giovanni Battista). Non solo.
E’ l’oggetto costante delle viscide avances incestuose del patrigno, sotto lo sguardo inviperito e gelosamente isterico di Erodiade.
Ma in realtà – dietro un delirio di onnipotenza e perversione (per cedere e ballare per il re chiederà la testa di Jokanan su un vassoio) – in realtà la sua è la tragedia di un amore impossibile di cui non conosce la grammatica.
E’ abbagliata dalla forza morale di Jokanan, che si fonde in un assoluto con la sua intensa e pura bellezza ... la carne bianca, i capelli corvini, le labbra come un fiore severo. Ma non conosce la grammatica dell’amore ... vuole sedurlo con l’adorazione per la sua bellezza. Passa per il rapimento estatico erotico, senza capire che se una chiave ci potrebbe essere per conquistarlo, questa passa per l’anima.
Ma Salomè non è cresciuta in un contesto in cui sia presente l’immaginazione dell’altro. La sua è famiglia di potere, perversione, prepotenza, capriccio, corruzione.
Così, se Wilde sembra compiacersi nell’arabesco della perversione, della trasgressione, in realtà l’epicentro è la disperazione di Salomè quando si sveglia alla realtà, e bacia disperata la testa di Jokanan, confessandolo come il primo e unico amore che abbia mai conosciuto.
Ma l’orrore è tale che persino Erode – burattino della paura, del potere, della lussuria – non regge, e ordina che Salomè sia uccisa.
Così il potere fagocita il mostro che ha lui stesso generato.
Un testo paradigmatico e celeberrimo, portato ora splendidamente in scena al ‘Teatro dei documenti’ (Roma 17-20 giugno 2021) dal regista Paolo Orlandelli, con un gruppo di attori altamente impressivo.
La regia è pulita e lineare nell’organizzazione dello spazio scenico, giocando su pochi macro segni, e lasciando lo spazio principale alla recitazione degli attori, nel rispetto assoluto del testo, fino alla virgola.
Sfruttando la struttura del teatro - una sala a corridoio in un sotterraneo a volte – il regista scandisce i movimenti scenici in un via vai al centro e tra i due poli estremi; tre gradini a sinistra, e a destra una balaustra dietro cui si staglia uno schermo luminoso, bianco spesso, ma progressivamente sempre più abitato dal rossore del cerchio della luna, prima piccolo, e poi crescente, come un monito di sangue.
Si tenga presente che la luna mitologicamente è Ecate, dea della morte.
Il pubblico siede ai lati, ma vicino, quasi in scena, e la scena lo aggredisce fortemente.
All’inizio – come è nel testo – i principali attori sono fantasticheria e pettegolezzo nella bocca dei militi, mentre il giovane siriano (il bellissimo e seminudo Vincenzo Galluzzo, ma forse un po’ statico) sospira romanticamente d’amore per Salomè, ammonito dai compagni sui pericoli della cosa.
E infatti – anticipiamolo – per aver ceduto alle moine di Salomè, portando in scena Jokanan, verrà ucciso, e sul suo corpo intesserà uno splendido lamento funebre amoroso (un Romeo e Giulietta omosessuale) il paggio, uno struggente Rotolo Schifone.
Una anticipazione elegiaca del romantico leitmotiv di amore e morte che intesse l’opera, e che avrà il suo climax espressionistico in Salomè.
In realtà tuttavia poco prima, da dietro lo schermo – nuda, roca, inquietante – si leva alta e invisibile la voce maledicente di Jokanan. Un bel effetto, dove la voce diventa protagonista assoluta.
Jokanan. Il siriano. Ora tocca a Salomè. Compare così Viola Carinci, con una veste a tunica, un calice di porpora a fiorami. E come un fiore, a scatti, in piedi, a terra, si agita, annoiata, razzista, lirica, palpitando per la luna e per Jokanan.
All’inizio un po’ accademica nell’uso della voce (che si farà più vera e intensa nella scena finale) la giovane Carinci è da subito magistrale nei movimenti, che oscillano tra la sua formazione di danzatrice (volteggia) e inserti espressionistici e a controscatti, forse frutto delle successive esperienze shakespiriane e moderne (Sarah Kane e la biomeccanica).
Un fiore travolto da vento di tempesta, una regina caduta naufraga nelle onde dell’oceano, stupita e indifesa.
Portano in scena Jokanan (Bruno Petrosino). A torso nudo, con una tunica grigio ferro, le mani legate dietro a una lunga corda in mano alle guardie, come una belva feroce al guinzaglio, proteso in avanti. Due alieni che si fronteggiano, ciascuno ferendo l’altro. Lei con l’adorazione corporea, che lo fa talvolta vacillare, incrinando la voce feroce con brevi tremolii fanciulleschi. Lui travolgendola di furore, esortazioni penitenziali, maledizioni, accoltellandola di stupore per la sua impermeabilità a potere seduzione amore.
Non la guarda, ma scatta in avanti aggressivo, la maschera digrignata al cielo, ad occhi chiusi, come fosse un Cristo crocefisso da colpi di lancia, ferito nella sua metafisica.
Petrosino è un grande attore, giovane ma in continuo crescendo.
Ma qui si assiste ad una vera e propria trasfigurazione. Finora, sia pure magistralmente, è stato prevalentemente l’incarnazione della vittima stupefatta ed innocente della violenza del mondo, talora fino quasi alla regressione all’infanzia, anche quando i suoi personaggi poi viravano ad impreviste esplosioni di violenza. Era quasi una violenza suo malgrado, dalla quale poi riprecipitava nello stupore ferito.
Non in questo caso …
Pronubo il personaggio offertogli da Wilde, ora la ferita si inabissa nelle retrovie, e lui si inabissa nel furore metafisico ed incandescente – nella rabbia e nella purezza senza se e senza ma – con uno scatenamento fisico da belva ferita, che nella voce si fa possente tempesta urlata fino ai limiti del possibile vocale, su toni bassi e cavernosi, con toni raschiati che ricordano, ma in tragico, la potenza brontolante di Louis Armstrong.
Un espressionismo radicale, una fusione corpo voce anima che troverà il suo controcanto magistrale nella sinuosità multifocale di Mauro Toscanelli (Erode).
Jokanan scompare.
Ora tocca all’opera dei burattini del potere.
In scena Erode, Erodiade, Salomè.
Erodiade (Caroline Pagani) se la cava – anche se un po’ accademica – nel giocare le sue gelosie, di sponda tra Erode e Salomè.
Ma Toscanelli giganteggia.

Avvolto in una grande tunica rosso acceso, in testa un grande diadema dorato.. dieci corpi e dieci voci in uno.
Volteggia, si arresta, rincula, freme, trema di terrori metafisici, sbava lubrico per Salomè, squittisce sardonico con capricci di potere, danza con le mani, con mossette ad ali, quasi femmineo, civettuolo, talora bamboleggiante e perplesso. Poi, disperato al compito di una promessa orribile, tentando di sedurla con doni a recedere, le danza intorno con entusiasmi servili e preghiere.
Infine, disperato e laconico – di fronte ai baci alla testa di morto (offerta bianca su un fiore-vassoio nero – un macabro floreale) ordina la morte di lei.
E così si conclude con uno ‘stop motion’ a due fuochi.
A sinistra Salomè, in piedi, pietrificata crocefissa a lance multiple che la trafiggono e immobilizzano (con un fotogramma che ricorda La notte di S.Lorenzo, dei Fratelli Taviani – 1982).
La notte di S.Lorenzo / Fr.Taviani / 1982
A destra, smarrito, Erode, di fronte a una giganteggiante luna rossa, che balbetta l’avverarsi del presagio di sangue.
Silenzio. Poi applausi. Lunghi.
Scheda tecnica
Salomè, di Oscar Wilde. Regia Paolo Orlandelli
con Mauro Toscanelli – Erode, Caroline Pagani – Erodiade, Viola Carinci – Salomé, Bruno Petrosino – Jokanan, Orazio Rotolo Schifone – Paggio, Vincenzo Galluzzo – Giovane siriano, Marco Di Campli – Primo soldato, Massimiliano Mursia – Secondo soldato.
Costumi - Carla Ceravol, Coreografia - Loverta Lutrario, Ufficio stampa - Elisa Fantinel