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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Chi è chi, cosa è cosa ?

 

 

TRAILER
https://www.dailymotion.com/video/x81ldjo

Un trio da non perdere di vista quello Metalli-Toscanelli-Petrosino, che con il loro espressionismo lirico, pittorico, gestuale hanno messo in scena di recente (Occhio al cuore, Teatro Lo Spazio, Roma, 28-30 maggio 2021) un impressivo psicodramma del profondo, rielaborando il famoso racconto di E.A.Poe, Un cuore rivelatore.

Già vincitore del concorso per corti dell’estate scorsa, la pièce si dilata ora compiutamente, offrendo numerose armoniche alla già intricata tela, ma riuscendo con sapienza a non disperdere intensità e ritmo, che rimangono in un equilibrato crescendo.

Il testo di Metalli parte in modo letterale dal testo di Poe – dalla sua tragica tensione – ma con una intelligente opera di montaggio. Così facendo, oltre che ampliare il gradiente di suspence, l’autore lo dilata nelle sue ambivalenze psichiatriche. Si va dall’Edipo, alle terrificanti madri castratrici meridionali, all’omosessualità latente, al travestitismo (in quest’ultimo caso con lievi sfumature sentimental politiche).

Per chi non lo ricordasse, in Poe un uomo ammazza il vecchio con cui vive, che ama, ma il cui occhio chiaro da avvoltoio lo ossessiona. Al giungere della polizia nega sia successo niente. Ma tutto cede quando sente il cuore pulsante del vecchio sotto il pavimento, dove facendolo a pezzi lo ha nascosto.

Qui, come vedremo, non è la polizia a raccogliere la confessione, ma è un autosvelamento che svaria tra la spinta di un senso di colpa ineludibile, alla Delitto e castigo (Dostoevskij), ed il tormento allucinatorio psichiatrico di una madre-occhio che non vuol dileguare. Un rivissuto allucinatorio, forse in un ospedale psichiatrico, dato che il protagonista si sveglia con una bianca camicia di forza, e con un lamento da neonato imprigionato nelle fasce – tutti elementi concreti che Petrosino sfrutta magistralmente per far esplodere il suo sgomento da innocente ‘umiliato e offeso’, sempre per andare a Dostoevskij.

Ma perché parlo d’espressionismo lirico. Il termine espressionismo ovviamente allude all’incandescenza espressiva delle emozioni, spinte allo stato puro – con buona pace di alcuni risvolti di realismo borgataro pasoliniano che qualcuno ha voluto ravvisare, e che pur presenti, sono riassorbiti, anche per contrasto, nella violenza espressionistica.

Così il registro romanesco di Petrosino (l’assassino-vittima). Così la sua purezza ingenua da innocente proletario, da ‘ragazzo di vita’. Il tutto risucchiato nella cupa tregenda del puparo diabolico (il metamorfico Toscanelli), con i suoi accenti di beffarda napoletanità da Gatta cenerentola (cfr De Simone).

Espressionismo lirico pittorico gestuale. Sì.

Intanto la regia dei colori. Colori puri, in penombre delittuose caravaggesche, in diapson di fosforescenze talora, nel buio. Rosso, nero, bianco: sangue e passione, morte e mistero, innocenza e afasia.

E lirico – oltre che perché struggente lo scontro delle emozioni, ed il registro bambino-adolescente dell’assassino – per l’uso voluto (come architrave e leitmotiv) di brani d’opera dal Macbeth di Verdi (del resto Metalli si è laureato sui libretti d’opera). Brani del Macbeth, come intermezzi cantati da Toscanelli, intessono ironicamente – come alleggerimento satanico ed allusivo (il regicidio) – tutta la scena tra macellaio e apprendista, di cui poi parleremo.

Ma sapiente e melò è anche la scelta delle altre due musiche, quelle di stacco tra i tre quadri scenici – Orfeo Chamán (di Christina Pluhar), Lithuanian Lullaby (di Veronika Povilioniene) – a loro modo pure allusive. Si pensi per es per la prima al tema della tragica avventura agli inferi della coppia Orfeo-Euridice.

Ma veniamo al montaggio.

Se Poe è ripreso quasi alla lettera nel terzo quadro, quello finale – anche se alla polizia si sostituisce una madre, e il tutto culmina con un rivissuto sadico-erotico – il momento in cui in Poe l’assassino fa a pezzi il cadavere è genialmente trasposto nel primo quadro, apparentemente un realistico affresco del rapporto tra un macellaio ed un suo sfigato apprendista.

I due si aggirano tra drappi appesi di un abbagliante sfolgorante rosso, che va ben oltre il mimo dei quarti di bue. Alludono a incandescenza, e quindi in prospettiva al delitto, anche se tutto è raggelato. Il maestro insiste così tanto infatti sulla ‘cella frigorifera’, che non si può non pensare all’obitorio. Il maestro è esigente – troppo – come se lo stesse spingendo e addestrando al delitto. Dunque – benché maschio – una Lady Macbeth, come potremmo vedere in controluce poi nella efferata madre-madonna finale. E infatti canticchia arie del Macbeth. E l’apprendista chiede quando ‘potrà tagliare’. “Ma bisogna essere precisi ! ” E il loro dialogo è un crescendo di doppi sensi

Sto ripulendo la scena del crimine... ci crederesti ?! [.. ] Bizzarro questo appellativo. Eppure in fondo... si tratta di un crimine... almeno così credevo, poi ci si abitua. A tutto. [.. ] quella che preferisco è un'illuminazione completa... da obitorio... [.. ] (canta, da Macbeth) “Notte desiata, orrida veli la man colpir” [.. ], il sangue ti imbratterà le mani. Devi fare molta attenzione alle mani. Molta... Attenzione... Altrimenti... (Butta il coltello. Canta, odorandosi le mani)... di sangue umano sa qui sempre...

[.. ] Ma, mai distrarsi. Non si può più tornare indietro. Non si torna mai indietro dopo un taglio... sbagliato. Hai capito? [.. ] e i conti nun me tornano... lì dentro ce sta sempre quarche pezzo in più... [.. ] Il filetto di vitellone, quindi, è una delle parti più pregiate della carne bovina. Uomo: E l'omini ? Pure loro c'hanno i taji differenti ? er quarto!

[.. ] Pe dì'... de quello stronzo de mi padre che se n'è annato via senza pijasse carico de me, de lei e de mi zio, er fratello de mi madre,... se, putacaso, lo faccio a pezzi, no?! [.. ] quando tagli non devi avere acredine [.. ] (cantando, da macbeth)

(Cantando)...non t'accusi il tuo terror... [.. ]


Dunque la macelleria occulta di Poe – sotto il pavimento – da finale si trasforma in ouverture del dramma.

Ouverture – alleggerimento – finale tragico.

La scena centrale – dove Toscanelli si muove seduto su uno sgabello a rotelle, è di disarmante bianca nudità. E’ un travestito che si sta vestendo per uscire, ma ancora nel bianco intimo di canotta e mutandoni, sui quali campeggia il canestro che andrà a reggere una gonna. E’ goffo e dignitoso, e malinconicamente parlano di destino (la prostituzione), autoaccettazione, e dell’amore che non fu.

Ma il Petrosino apprendista macellaio dice di volerle bene. L’abbraccia teneramente.

Questa scena dell’amore impossibile per una figura buona, qui fragile e denudata (sempre abile Toscanelli nelle metamorfosi di tono e stile), anticipa, a ben vedere, la super ambivalente scena finale, quando l’omicidio dello zio-padre-madre avviene a cavalcioni di una madre-madonna denudatasi, fattasi inerme zio in mutande. E l’assassinio è il culmine di un coito omosessuale di Petrosino, penetrato a cavalcioni dello zio.

Un circolo vizioso e sofferto – tra repressione sadismo ossessione – dove il puparo madre-padre (e quant’altro si voglia) è persecutore, ma anche artefice della propria esecuzione, vittima stupita. Come Lady Macbeth, prima pupara e poi suicida.

L’ultimo quadro, che così si concluderà, si apre con la svestizione e ritravestimento di Toscanelli a scena aperta. Genialmente avvolto a tutto corpo in rosso, come una matrioska, ora diventa una sarcastica straripante madre meridionale, immobile, a latere.

Mentre l’assassino-figlio – stretto dalla camicia di forza – ripercorre il trauma del delitto, con sospiroso strascicamento romanesco e stralunamento dubitante, 
la madre (una saponificatrice, castratrice, forse complice abusante) lo incalza, 
tra litanie buffamente iperveloci, squittii, occhi al cielo, e lampi e risate satanici.

Tutta volto e voce (grande idea registica), una maschera nel buio. Tutta occhi.

Un controcanto folgorante al figlio, un Petrosino ipergestuale ed espressivo, cristico, che lentamente emerge seminudo, biancore nell’ombra, (prima con la camicia di forza, poi coi soli boxer bianchi), a denudare progressivamente l’anima dolente e perplessa.

Ma altra cosa bella dello spettacolo - complice una struttura a due palchi del teatro – e che già avveniva nel corto, grazie al buio in scena, al contrasto di colori e al contrasto in parallelo dei due registri recitativi … Un’altra qualità, è la polifonia dinamica. Non padroneggi l’intero.. puoi solo guardare a fasi alterne l’uno o l’altro. Non padroneggi, come Petrosino non può padroneggiare in un intero le sue parti scisse. Un continuo campo di tensione ipnotico

Nella nuova versione, a ciò si aggiunge a più riprese l’accendersi di una scena laterale, dove un Petrosino dell’amor ferito si dondola su una altalena …

L’infanzia ? L’altalena degli stati d’animo ? Il dondolarsi delle stereotipie consolatorie dei disabili e degli psicotici ? E in un caso davanti a lui, una grande palla sfera bianca.. La luna, un pallone, l’occhio persecutore ?

E canta la canzone dell’amor offeso, dell’abbandono

C’è un uomo che muore in questa città 
piano piano si spegne e nemmeno lo sa 
c’è un amore che muore in questa città 
come un fiore sbiadito colore non ha 
la gente passa e va

Petrosino lo fa genialmente con tono strascicato, tra il parlato e il gridato, una specie di ‘Bar della rabbia’, alla Mannarino, ma dolentemente stralunato. Come un pazzo che canta, e nessuno lo ascolta, in un manicomio

Troppe figure e troppe contraddizioni perché sia la realtà.

E’ in manicomio ? Delira? Ripercorre il tormento di parti e identificazioni interiori, più o meno persecutorie (l’occhio persecutorio che tutto vede - l’Edipo, il super-io, la madre castratrice). E la propria impossibile identità sessuale. Non la può agire. Deve implodere nella follia.

Il delitto è accaduto ? E’ solo nella sua fantasia ?

Quien sabe..

Certo la madre è lo zio.

E’ la coppia terrifica dei genitori, nell’arcaico sogno della ‘scena primaria’ ? Sono le due teste di un abuso famigliare?

A ma ! / i mortacci tua! / maledetta sei te! / Non è zio! / Sei te! / Tu, e quella risata che mi perseguita.. / Io t’ammazzo, t’ammazzo! / Il vecchio era morto.. / zio era morto / Mia madre era morta / Non lo so manco più io chi ho ammazzato / Magari so morto io / Mica lo so se era mio zio.. mia madre.. / o se ero io / pazienza! / mi ero liberato di quell’occhio!


Un testo ricco, denso, ambiguo, che interroga. Una recitazione densa, ‘lunare’.

E il pubblico, come un pugile suonato, inizialmente tace. Poi esplode.

 

Scheda tecnica

Occhio al cuore di Emiliano Metalli Regia di Mauro Toscanelli, con Mauro Toscanelli e Bruno Petrosino

 

 

 

 

 

 

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