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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

La poesia: denuda ferisce, forse salva

Andato in scena nell’autunno 2016, all’interno della rassegna ‘Tramedautore’ (Piccolo Teato, MI), e poi a marzo 2017, al Teatro Foce di Lugano, mi ero perso questa performance del duo Machia/Sinisi. Ma tra i vantaggi secondari delle temperie covid c’è anche l’uso che si va diffondendo del teatro in streaming, ed in genere della recensione in differita. E ben venga. Parlo del duo Machia/Sinisi perché - benché il giovane autore, poco più che trentenne, sia di base il drammaturgo della compagnia Lombardi -Tiezzi (con la quale ha debuttato come autore con “La grande passeggiata” - 2012) - quella tra lui e Machia è stata una specie di adozione, una adozione che ha che fare con l’idea di teatro che Machia porta avanti con convinzione. Un teatro che - bypassando la catechesi delle avanguardie del ‘900 (regia – gruppo – improvvisazione – testo scenico – teatro immagine – performance) – torni a mettere al centro il drammaturgo ed il suo testo, come generatori primi dello spettacolo. E’ un problema che segnalavo tempo fa in un mio articolo anch’io (Le ragioni dell'altro teatro e l'alterità dimezzata - Concertino – 1992), anche se più che propugnare un ritorno al testo tout court, denunciavo l’ingenuità frequente del ‘sottotesto’ che presiedeva agli spettacoli dove dominante era un linguaggio ‘altro’, auspicando un matrimonio tra le punte più avanzate dei due corni (testo e testo scenico), rivivificando la tradizione interrottasi con l’acme dell’assurdo.

Ma tornando a Machia. Una centralità della parola, e della parola ‘precisa’. E intorno a questa parola dunque Machia lavora a scolpire il vuoto, un contenitore scenico di geometrico e muto nitore, che esalti ed amplifichi al nudità della parola nella presenza dell’attore che la incarna. Parola e presenza. Perché certo l’unica cosa a cui il teatro non può abdicare come proprio specifico, è la sacralità del manifestarsi della presenza, con la sua instante provocazione.

Ma di che tipo di testi si parla? Machia ha lavorato più volte su Jon Fosse - ‘Sogno d’autunno’ (2011), ‘Caldo’ (2017) – dove il filone dell’assurdo si coniuga ad una sottile religiosità intrinseca. E Sinisi? Lui ha lavorato molto su riscritture -Jekyll (2015),Medea (2016), Agamennone (2016), Cabaret D’Annunzio (2017) – e la prima cosa che mi è venuto di pensare leggendo/vedendo questo testo, apparentemente originale, è di trovarmi di fronte ad una variante di ‘Delitto e castigo’, di Dostoevskij. Certo di quello trascrive la stessa disperata ansia impossibile di salvazione purificazione, lo stesso sconfinare dell’ideale nella violenza, con corollario di retromarce. Vedremo … Ma i testi di Sinisi affrontano anche un’altra scommessa. Hanno come registro precipuo il tentativo della parola poetica: scrive in versi, su una linea certo debitrice a Testori. Incrocia dunque una ricorrente spinta ‘lirica’ (perché per materia e stile non sono i ‘blank verse’ di Shakespeare) ad un sottofondo che sta tra religiosità e assurdo (e in ciò forse la parentele con le regie di Machia a Fosse).

Ma è una scommessa ardua, dove la stasi è sempre in agguato, tra lunghi monologhi, dialoghi talora pedagogici, ed in generale una carenza di azione.

Lo dicono in molti: “Il linguaggio [..] colto, cerebrale, [..] propenso sacrificare l’immediatezza della comunicazione a vantaggio di un’assoluta perfezione della costruzione letteraria e narrativa” (Pacioni, 2019, su ‘Jekyll) ; “La forma dialogica non basta a fare drammaturgia. Non avviene niente. Non c’è azione, tutto è detto, tutto è raccontato” (Lucidi, 2016, su ‘Agamennone’); “Un testo massimalista [..]fra male e bene [..]una parola innamorata di se stessa (Maria Grazia Gregori, 2016 – su ‘Natura morta con attori’); “La drammaturgia da limare / alcune pedanterie di testo” (Porcheddu, 2017 su Cabaret D’Annunzio); “La densità filosofica del dialogo e la trasformazione del dire in un poetare rendono ciò che accade una pura espressione linguistica, adatta più alla lettura che al palco di un teatro (Biuso, 2016 su 'Natura morta con attori').

Ma lo stesso Biuso parla anche di “dialogo serrato, tragico, feroce”, e Felerico (2018 su Ritratto di Dora M.’) parla di “testo intenso e denso”.
Un arduo dilemma. E’ il testo che ha delle difficoltà?
O è la messinscena che trova intoppi? O è la disabitudine del pubblico a un teatro del genere?
Ma prima vediamo. Di cosa parla o sembra parlare il testo?

Un giovane contatta su internet una giovane prostituta. Si vedono. Fanno sesso. Ma c’è altro. Hanno nascoste aspettative (e qui emerge il tema verità/menzogna – fede/delusione ). Scoprono di essersi già visti in passato, a Venezia, in occasione di una manifestazione (e qui partono filosofemi sul senso dell’ideale e della violenza). Lei allora stava leggendo la Bibbia, ma di nascosto. Entrambi nel ripensare ad allora si sentono estranei a quel mondo. Intruppati. Ma lui alza il tiro. Intrupparsi lo liberava dal dovere di essere libero. E qui – non per insistere – ma sento riecheggiare Dostoevskij. Quello dei ‘Karamazov’, per il dialogo del Cristo con l’Inquisitore. E quello dei ‘Demoni’, per la questione del senso della violenza.

 



Poi il ritorno al presente. Lui – pur aggressivo, ironico, pessimista – sembra chiedere a lei la scommessa della sincerità radicale e dell’amore. Ma lei sembra non credergli. Poi però si manifesta una verità – che si preannuncia in apertura, e ritorna quasi in chiusura. La voce della radio parla di un ‘serial killer di poeti’. E lui ha sangue sulla camicia.

Allora lei cede – come Sonia con Raskolnikov – e accoglie pietosa e amorosa la confessione del suo dolore. Era il poeta a volere che lo uccidesse. E per lui farlo era uccidere l’intollerabile messaggio della poesia. La sua richiesta.

E giustamente Machia fa scattare l’aria bachiana ‘Erbarme dich, mein Gott’ (passione secondo S.Matteo). Abbi pietà di me, Signore.

Ma sentiamo alcune delle parole finali …

E all’improvviso il poeta magro e ossuto pallido come un Cristo senza Dio con una dolcezza, crudele e violenta, una dolcezza intollerabile, mi dice: “Ti do mezzo milione se mi ammazzi” [..]

[..] li ho scannati, perché certi gridi mi ricordano troppo la mia assenza dal mondo, [..] mondo, e questo è intollerabile [..] “Noi siamo morti perché non sappiamo più chi siamo. Non gli altri che camminano ! Siamo noi i morti che diciamo di odiare. Il nostro nome lo abbiamo dimenticato e non c’è anima viva che lo ricordi ancora. [..] mi chiede: “Tu sai di qualcuno che sappia una strada con cui percorrere la notte sino all’aurora illesi?” E solo allora l’ho colpii, forte. Non era più possibile andare avanti. Mugolava.. aveva ancora quel grido negli occhi, quella domanda di una dolcezza e di una tenerezza che non è di questo mondo. E allora ho dovuto pestargli con tutte due le dita quegli occhi maledetti, per slacciarli dai miei - O non avrei vissuto più.

L’ideale è morto. Nostalgia di un ’68 che non torna, e che forse era falso. Niente più politica-poetica (la fantasia al potere), ma solo coscienti disperati morti viventi nel vuoto, nel cosciente vuoto di identità.

Felicità raggiunta, si cammina / per te sul fil di lama / Agli occhi sei barlume che vacilla, / al piede, teso ghiaccio che s'incrina; / e dunque non ti tocchi chi più t'ama

diceva Montale. Non si può mentire la verità, la sete d’amore assoluto identità, ma neanche reggere la ‘richiesta d’essere’ dell’allucinata tenerezza della poesia

Il tema non è nuovo. Anzi sottilmente banale e noto. E dunque una via pericolosa, su cui ci vuol coraggio ad addentrarsi. Ma è indubbiamente il sentire di una generazione orfana di fuoco. Ed è vero. Sinisi sa essere ‘intenso e denso’, correndo ferocemente il rischio della parola poetica (con alti e bassi) – Statico? Sì.. All’inizio il testo ansima, e ciò si riflette nella recitazione dei due attori (Alessandro Averone, Federica Sandrini), che oscilla tra il predicatorio-pedagogico e improvvisi salti sconnessi ad un gridato rabbioso e isterico.

Ma poi – anche grazie ad un sapiente lavoro di limatura del testo da Urtext a copione – il testo riesce a decollare, tra lunghi e intensi monologhi, e dialoghi ora precisi e ‘serrati’ (per usare le parole di Biuso), abbreviati all’essenziale, e che prendono lo slancio lirico, tragico feroce – teneramente disperato – dal fiume allucinato, poetico e stranito, dei monologhi. E allora la recitazione dei due interpreti fa un salto enorme di qualità. Si fa più attenta e interiore, pausata, e senza scompensi nel gridato.

Merito del testo? Della regia? Difficile dire … Ma, a proposito della regia …

In altra sede Pogosnich aveva parlato per Machia di ‘minimalismo’. Certo. Ma io preferirei parlare di ‘essenzialismo’ amplificatorio.

Là – dove la regia era su un testo di Fosse (‘Caldo’) – a marcare l’atemporalità di fondo era stato usato un bianco totalizzante e avvolgente.

Qui Machia sceglie il nero. Vorrei direi il nero della caverna di Platone, dove idoli proiettano ombre distorte. O il nero tenebra delle pulsioni irrisolte, il nero avvolgente del loro dilagare. E pochi oggetti in scena, scarni appoggi direzionali nel dover prevalere del vuoto. Perché questo è il dolore del vuoto. E la stasi è anche il dolore della stasi.

Gli attori sono usati ‘geometricamente’, con sapiente dosaggio della prossemica e della mimica. Inizialmente enti separati, e che spesso parlano ‘in parallelo’, senza guardarsi, o guardando a terra, con la postura dell’umiliazione e del dubbio. Poi, col procedere della crisis del testo, sempre più vicini e coinvolti, sia con colluttazioni fisiche che con scontro-incontro di sguardi. Un avvicinarsi che – dopo il culmine della fusione nella pietà, il cui acme è sancito dalle note bachiane – non può che concludersi con un bruciante ‘corale’, di speranza e dubbio. Così – con un improvviso mutamento di registro scenico dato da un violento controluce abbagliante verso il pubblico, ottenuto con dei fari raso terra, posti alle spalle dei due, compitanti in ginocchio, fronte al pubblico – queste sono le ultime parole consegnate al pubblico:

LUI Se la salvezza verrà verrà di sera / In una notte come questa o tante altre / e sarà
come riconoscere un volto atteso nella folla / che a giugno riempie le strade nei
crepuscoli / estivi e non sarà faticoso, anzi sarà facile dire: “Eccoti”, / e riconoscersi
veri in un silenzio / pieno di gioia e nell’ansia di una precipitosa corsa verso l’alba.

LEI A un prezzo troppo basso, / eppure a tanto caro sangue. / Sperare: che ci raggiunga
il momento della visita – e permanga. / È una vittoria, questa?

 Il pubblico tace … Poi applausi.

 

Scheda tecnica

Natura morta con attori, di Fabrizio Sinisi, con Alessandro Averone, Federica Sandriniregia Alessandro Machìa. 
Assistente alla regia Elisa Caminada, scene Michela Bevilacqua, costumi Sara Bianchi. 
Produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi in collaborazione con AC Zerkalo Teatro

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