Abbiamo 690 visitatori online
Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.
Fogli e Parole d'Arte
non ha scopo di lucro, non propone alcuna pubblicità e ha come unico interesse la diffusione della cultura.
Pertanto, le immagini pubblicate si attengono all'articolo 70, comma 1bis della legge sul diritto d’autore, dove si afferma che è possibile la "libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro".
- Nuova informativa sui cookie -
Sono stato a lungo indeciso se recensire o meno ‘Glory Wall’ (regia di Leonardo Manzano – Teatro il Vascello, Roma ottobre 2020). Lo spettacolo ha vinto il ‘Premio della giuria internazionale’ - Biennale di Venezia 2020. E forse proprio per questo inizialmente mi ha deluso, anche se ripensandoci va tenuta anche in conto la giovane età del regista nonché autore (28 anni). Ma come poi preciserò, ha risentito in negativo dell’effetto ‘alone’ di un altro spettacolo ‘concettuale’ che di poco lo ha preceduto sulle scene romane, ‘La Plaza’, del gruppo El Conde de Torrefiel.
Ripensandoci, il bilancio è controverso. Meriti e limiti. Primo limite, aver contraddetto una regola cardine del teatro: non si va mai a scendere. Lo ‘show’ invece comincia con una serie di fuochi d’artificio, e di buone trovate, e pian piano scende, sia perché si ripete, sia per uno scadere talora nel banale. Ma un altro limite è l’indecisione sul registro di fondo: dark, tragico, ironico, light-pop, satirico, tristemente sgomento, critico-politico e di pensiero ? Di tutto un po’.
Architrave dello spettacolo è il muro, che invade e ostruisce il boccascena, dove solo una piccola striscia di palcoscenico (da avanspettacolo) rimane a separare il ‘rappresentato’ dal pubblico. Il discorso – perché prevalentemente di discorso si parla, anche se innervato man mano di micro azioni sceniche – si articola su due livelli: un flusso di scritte che appaiono sul muro (cadenzate da un retrorumore di tasti da macchina da scrivere), e un interloquire frequente di una voce femminile, di commento controcanto e provocazione, ma che anche impartisce anche al pubblico istruzioni su azioni da compiere, secondo un vieto stilema avanguardistico di rottura della quarta parete.
Di cosa si parla ? Lo spettacolo parte da una committenza: fare uno spettacolo sulla censura. Quindi si parla e disparla di censura, per poi inscenare un carosello di epifanie – il cimitero dei grandi censurati – ora con scritte e citazioni, ora con azioni. Censurati grandi e piccini ; De Sade, Pasolini, Giordano Bruno, ma anche, in chiave ironico pop, Al Bano, di cui si inscena un infelice karaoke della canzone ‘Felicità’, per altro intrinsecamente critico, essendo ovvio il sottotesto del mercimonio e della impossibilità di tale concetto nella società tardo capitalistico mediatica, dove appunto la censura diventa subliminale, strutturale, nell’apparente assenza della medesima e di ogni confine.
Il tutto si chiude, a calare, con uno slittamento troppo pedagogico e simbolico, con l’intervista ad un pene-autore, che emerge da un buco del muro, dove purtroppo l’autore insiste a spiegarci cosa ha voluto fare.

Ma passiamo ad altro … Il muro.
Cominciamo col dire che l’assunto dello spettacolo è l’impossibilità logica di uno spettacolo sulla censura. Ma forse potremmo dire di uno spettacolo tout court, oggi. Il muro presentifica dunque la barriera, la silente prigionia logica ?
Un ‘muro di Berlino’ inabbattibile ? La censura impedisce di arrivare agli altri come lo fa il muro ? Ma qui il muro diventa la ‘pelle’ su cui si scrive l’inscrivibile, da cui escono ‘braccia serpente’, rosse, come dai buchi neri di una tela lacerata di Burri, come dai buchi dei ‘glory holes’ peni anonimi, strumenti di pena di una anonima comunicazione neanche pornografica, derealizzata ed alienata. Dove anche il peccato è ridicolo, ‘penoso e sordido’.
Così è il rapporto tra pubblico e comunicazione teatrale ? - ‘Is there anybody out there !? scandirebbe l’angoscia nel film ‘The wall’, dove il muro si gigantifica a serpente orroroso e solitudine lancinante. A castrazione universale.
Sarebbe un’idea interessante, e ce ne sono i semi. Ma tragedia e angoscia si annacquano in vaudeville. Non ci sono né silenzio e tormento, né urlo.
Resta la inziale trovata linguistico concettuale del ‘nonsense, vagamente surreal magrittiano.
“ Uno spettacolo sulla censura lo censurano / Quindi non è sulla censura / è uno spettacolo censurato / Avete assistito allo spettacolo sulla censura / Lo spettacolo che avete visto non lo avete visto / L’unico modo di fare uno spettacolo sulla censura è non farlo / Auto censura “
Sembra una parafrasi del celebre quadro di Magritte, raffigurante una pipa sotto cui campeggia la scritta, ‘Questa non è una pipa’. Foucault - non a caso micidiale critico delle armi sottili del potere – ci ha scritto un intero saggio. E d’altra parte risuona in antico il paradosso cretese su menzogna e verità.
Insomma l’arma del potere è la falsa rappresentabilità: tutto mostrare perché niente appaia.

Un inizio concettuale buono, ma anche qui.. presto esaurito, senza reale crescita. Anzi ripetuto e snervato. Ben diverso è quello che fa il gruppo ‘La Plaza’, del gruppo ‘El Conde de Torrefiel’, in ‘La Plaza’. Prima silenzio e immobilità che negano l’azione. Poi quadri scenici dove l’immagine si derealizza rispetto al discorso (anche lì scritto in alto) con sfalsamenti di senso, e angoscioso gelo semantico. Oppure Rezza, che il nonsenso lo fa crescere con comicità psicotica ed elettrica, epilettica, per ritmo e azioni sceniche, e con frenetici ossessivi della ripetizione e della dizione accelerata.
Già Artaud attaccava la ‘rappresentazione’ a favore dell’essere, dell’esplosione in scena. Qui si attaccano teoricamente rappresentazione e dicibilità. Ma nulla esplode, né si raggela.
E a proposito di Rezza, certo qualcosa di suo in questo spettacolo trapela. Rezza, in un costruttivismo post kantoriano, usa gli attrezzi scenici come ostacoli vitali per stimolare e al contempo decostruire il ‘corpo-in-scena-attore’.
Ed in particolare più di un suo spettacolo usa una specie di ‘muro bucato’ per fare fuoriuscire brandelli di io-corpo attoriale, straniato in genere comicamente, ma con isterici sviluppi nevrotico-tragici. Insomma. Si può capire, e anche accettare, il premio della biennale. Potenzialità e doti nello spettacolo ci sono. Ma il tutto è affastellato in un troppo e troppo poco, e molto ancora da lavorare.
Naturalmente il pubblico si è divertito, non mancando intelligenza e vitalità.
E non sono mancati gli applausi. In parte anche meritati.
Scheda tecnica
Glory Wall, di Leonardo Manzan e Rocco Placidi,
regia Leonardo Manzan,
con Leonardo Manzan, Rocco Placidi, Paola Giannini e Giulia Mancini,
scenografie Giuseppe Stellato, light designer Paride Donatelli, sound designer Filippo Lilli
produzione La Fabbrica dell’Attore -Teatro Vascello, Elledieffe