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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.

Fogli e Parole d'Arte

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Spettacoli sulle scene e sugli schermi

Plaza, del gruppo ‘ El conde de Torrefiel'.

 

Distruzione della percezione costruzione della coscienza

 

Lancinantemente disturbante. Teso nella stasi. Cerebrotico, iperestetico, politico. E perciò altamente interessante, perché se toglie azione e dramatis personae, agisce intensamente nel muovere nello spettatore azioni di orizzontamento interpretativo, per salvarsi dal flusso di de-realizzazione, per mantenere il pavimento sotto i piedi.

Tutto agisce immobile, nel germinare di domande. Agisce con tecnica paradossale, stimolando l’opposto del dichiarato, nello spettatore, e nello slittamento tra significanti, tra lingua linguaggio immagini.

Questo e altro è ‘Plaza’, lo spettacolo-performance del collettivo catalano El Conde de Torrefiel, su testo di Pablo Gisbert (Roma, Teatro Argentina, 12-13.9.2020, Short Theatre Festival). Molto ‘teatro-immagine’, e 20 performer in scena.

Tra le varie cose, ho detto ‘politico’, ma anche qui bisogna distinguere due livelli.

Uno di superficie – talora anche sentimentale, ingenuo, distopico – come da dichiarazioni pubbliche del gruppo.

Il seme di questo lavoro 2015/2016 / attacchi terroristi di Parigi, Bruxelles e Barcellona che marcarono fortemente il nostro rapporto con lo spazio pubblico e gli altri. Fiori accumulati sulle piazze atto rituale e sociale, poetico [ … ] la sensazione di solitudine [ … ] l’attenzione sul futuro concepito come una dimensione sconosciuta e imprevedibile. [ … ] La vita pubblica della città (la piazza), intesa come luogo di convivenza, nella quale convergono e collidono una molteplicità di espressioni e modi di stare al mondo” 

Un altro livello - più filosoficamente e strutturalmente politico – riguarda l’attacco alle abitudini comportamentali e percettive, cioè alla ‘criminale’ struttura di fondo della passività sociale. Ecco che allora, sempre il gruppo, parla di

percezione dello spazio e del tempo” e di “tensioni tra memoria e immaginazione che ci rendono unici al mondo, creano a loro volta un conflitto perpetuo tra il desiderio e la paura di superare le imperfezioni di ciò che è sconosciuto, inspiegato e, in particolare, deforme. La possibilità di immaginare un futuro inspiegabile si trasforma allora in una privilegiata condizione di perfezione: un luogo in cui i nemici sono sconfitti, un paradiso raggiungibile solo con la morte

Ma vediamo nel dettaglio cosa succede (o ‘non succede’) in scena.

Quando si alza il sipario la scena risulta vuota. Una scatola nera. E a terra una marea di candeline e fiori, che verso il fondo si inarcano come un tumulo funerario/altare.

Di sottofondo una blanda musica ripetitiva, ossessiva. Non ci sono persone, e il pubblico attende. Ma l’attesa si fa infinita, insopportabile, tra tensione irritazione aspettative.

Sarà solo questo ? Poi la tensione cala un po’. Compaiono scritte su uno schermo, in italiano e inglese. Ci dicono che i fiori sulla piazza sono come un altare, che questo spettacolo sta avvenendo in 365 città.

Dunque un senso di comunione ? Il teatro come un rito che ci unisce tutti?

Quale sacrale lutto ci unisce, o quale agorà democratica nella celebrazione ?

Certo … L’umanità unita nel qui e ora.

Ma le scritte provocano dissacrano vanno per paradossi.

Puoi uscire dopo un po’ – Cedere il biglietto – Ricorderai questa come un’esperienza unica – Puoi guardare in TV uccidere un neonato, ma non ti perdonerebbero di perdere il tempo così – Ho chiamato tutto quello che facevo ‘vita’ – Ma ho solo riprodotto ciò che volevano da me – Ho perso tempo – Il teatro del futuro sarà la rappresentazione del nulla”

E’ la linea di sempre del gruppo: de-realizzare il teatro come ‘rappresentazione’, per riportarlo artaudianamente ad ‘evento vissuto’ (anche se senza le sue ipoteticehe esplosioni energetiche da ‘corpo sacro’, ma raggelando secondo una tecnica performativa post pop, un po’ alla Bob Wilson) – Mettere in questione la funzione dell’arte, e provocare sulla passività.

E’ una illusione quella di essere ‘insieme’ … Gli umani sono monadi nel nulla, manipolate dal sistema che li riproduce, nel deserto della coscienza.

Il pubblico, come da precettistica avanguardistica, non può essere spettatore. Ma non è la scena ad invaderlo con corpi in platea – come nel ‘birignao’ terzo teatrista – né le scritte sono univocamente didascaliche, come nel brechtismo.

Lo spettatore deve attivarsi perché ‘spaesato’. Gli deve mancare la terra sotto i piedi.

Per dirla col Bob Wilson degli anni settanta, ‘I was sitting on my patio. This guy appeared. I Thought I was hallucinating’.

Lo spettatore ormai è in balìa, rassegnato.

Poi cala il sipario. Le scritte recitano: ”Lo spettacolo è finito – Esci - Parli con conoscenti”

Sarebbe geniale, forte, stressante. E ci caschi inizialmente, nonostante la memoria di foto di scena ti dica altro.

Poi il sipario si rialza, e ti abbaglia un’algida scena bianco latte, con figure ora in stop, ora in ‘slow’ motion. Una piazza ? Un aereoporto ? Qua e là capannelli di donne islamiche, e di fronte un militare col mitra.

Tornano, nel silenzio, le scritte d’accompagnamento.


Da qui fino al termine dello spettacolo ci parlano di cosa fa e pensa un ipotetico spettatore quando esce nel mondo, dopo la sua sera a teatro. Siamo dunque noi il soggetto ipotizzato e contraddetto, nello scontro tra abitudini percettive e imprevisti del mondo. Ma la terza scritta – fattuale, iconica, straniante – è data dalla scena, che lentamente ti accorgi essere un ‘altrove’ rispetto a ciò che le scritte raccontano, del tuo pensiero, delle tue azioni, delle memorie: quell’altrove che è la realtà che la tua percezione riempie di false immagini, passive, abitudinarie, ricevute.

E a marcare l’ambiguità e la crudeltà implicita di tale situazione, più volte compare, come ‘leitmotiv’, una sentenza perfida e ambivalente: “Tutto è così semplice !” (Se ti vuoi dire così ? O così è la verità, se vuoi guardare e vedere davvero ?).

La tematica di fondo è dunque, ‘politicamente’, la rimozione e l’indifferenza, in un climax di immagini atrocemente poetiche. Per esempio. Alle islamiche – sempre nella scena bianca – segue una solitaria ragazza in rosso, buttata a terra, come uno splendido fiore (l’estetica tradisce?). In realtà una stuprata, mentre passano figure indifferenti. E con uno splendido ‘montaggio delle attrazioni’ le scritte parlano di una memoria che rompe l’idillio, il falso sogno vitale. Adolescenti in spiaggia guardano tuffi da una scogliera. Poi un terribile schianto di ossa. Un tuffatore si è schiantato sulle rocce.

Ma dicevamo climax.

Il coltello viene affondato nell’ultimo quadro scenico, lungo e lento, dove il senso è anticipato, come premonizione estetica, dal tono del colore.

Ora la scena è grigia (il sospetto della tristezza ?)

Le scritte ci parlano di uno spettatore ormai al riparo dall’urto col mondo. E’ arrivato a casa – Cena. Relax – Poi si masturba davanti a un porno, dove tre uomini praticano sesso necrofilo con un cadavere. Peccato che poi l’onanista si accorga che la donna è la diva porno Linda Lovelace, ormai morta davvero. Ha goduto davvero con una defunta. Fantasia e realtà si sovrappongono sinistramente. Godere dello spettacolo della morte, come tecnica delle emozioni, come il neonato morto dei notiziari, all’inizio.

Ma la scena dice altro. Dice allo stesso tempo dolore e straniamento. Come in ‘Serafino Gubbio operatore‘. Una troupe televisiva, in scena, filma infatti l’ingresso di una lettiga ospedaliera, su cui giace, sotto un lenzuolo bianco, un morto. Il clima è chirurgico, anestetico, ma anche dolente.

Poi una donna – triste, lenta, pensosa - si avvicina, e scopre il cadavere. E’ una donna. La sovrapposizione stridente col porno dilaga.

Nella sua recensione al debutto del 2019 Enrico Pastore parla giustamente del ‘teatro della morte’ di Kantor. Qui tutto è morte infatti, deserto della coscienza, violenza del sistema, morte interiore. Ma mentre in Kantor diventava un macchinario in scena della coazione a ripetere, stridulo ed espressionista, qua la regista oscilla tra il performativo crudele alla Abramovic, ed un teatro danza immobilizzato, come in una Pina Bausch dall’ironia raggelata.

Come dicevo all’inizio, iper estetica, ma per uccidere l’estetica come tradimento del reale. E disturbante perché de-realizza lo sfogo emotivo e l’azione in tortura mentale del prendere coscienza. La tortura della lentezza, che forse è l’unico lieve difetto in cui lo spettacolo deborda. Ma uno splendido e alto debordare.

 

 

Scheda tecnica

La Plaza, di Pablo Gisbert, regia - Tanya Beyeler e Pablo Gisbert, ideazione - El Conde de Torrefiel in collaborazione con i performer.
Cast - Gloria March Chulvi, Albert Pérez Hidalgo, Mónica Almirall Batet, Nicolas Carbajal, Amaranta Velarde, David Mallols + local performers
S
tage design - El Conde de Torrefiel & Blanca Añón
Costumi - Blanca Añón & Performers, light design - Ana Rovira, sound design - Adolfo Fernández García

 

 

 

 

 

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