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il 23 ottobre 2007.
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Dei tre tragici, Eschilo è il più arcaico, forse anche il più solenne. Il conflitto tra dèi e uomini è al centro di tutto il teatro classico, ma Prometeo incatenato mette in scena solo divinità. Il dramma eschileo, unico superstite della trilogia di cui probabilmente faceva parte, si incentra sul rifiuto ostinato del Titano di pentirsi per aver trafugato il fuoco agli déi e per averlo donato agli uomini. Zeus lo punisce incatenandolo ad una rupe dove è destinato a subire le più atroci torture per l'eternità. La forza e la caparbietà con la quale si oppone alla volontà di Zeus fanno di lui un anarchico ante-litteram che si vanta di aver regalato agli uomini lo strumento per difendere la loro libertà.
L'adattamento e la traduzione di Patrick Rossi Gastaldi trasformano la tragedia in un dramma borghese. Sulle prime dispiace, ma poi si entra nello spirito della vicenda del Titano fortemente umanizzato, come lo sono tutte le altre divinità che lo circondano. Merito della scorrevole ed efficace traduzione e anche dei tagli interni che cancellano ripetizioni, alcuni stasimi e i nomi di dèi non presenti in scena. Quasi integri i monologhi di Prometeo, interpretato da un intenso Edoardo Siravo che più che lamentare la sua sorte, difende a tutti i costi l'importanza della luce della conoscenza che ha dato agli uomini.


Presentato in prima assoluta al Festival Internazionale Teatro Romano@Volterra, lo spettacolo non si avvale di scenografie anche perché non ne ha bisogno se inscenato in un teatro antico. Poi ci sono i bellissimi e azzeccati costumi di Annalisa Di Piero che, di fatto, sostituiscono o ricreano la scenografia. La lunga tunica grigia di Prometeo è un tutt'uno con la roccia alla quale è incatenato, immagine che rafforza visivamente l'idea del supplizio eterno del Titano. Del coro rimane soltanto un' Ondina con indosso un abito azzurro caratterizzato da un lunghissimo strascico di tulle, che mentre l'attrice gira intorno a Prometeo, si srotola tutt'intorno alla roccia.
Gli altri personaggi sono interpretati da giovani attori che a tratti recitano un po' troppo sopra le righe desacralizzando ulteriormente la tragedia. L'Oceano di Ruben Rigillo a tratti rasenta il comico forse per volontà del regista che dinamizza lo spettacolo alleggerendo, se così si può dire, i vari colpi di scena che nel testo modello non intaccano la solenne staticità della tragedia. Silvia Siravo nella parte di Io e Alessandro D'Ambrosi in quella di Hermes rivelano a tratti alcune acerbità che tuttavia non nuocciono più di tanto alla visione d'insieme. Gabriella Casali nei panni di Ondina soppesa i toni e la gestualità come conviene alla sua parte. Io, trasformata in giovenca da Era per aver giaciuto con il capriccioso Zeus, viene interpretata con voluta leggerezza dalla Siravo, che si lamenta un po' istericamente della sua condanna a vagare per il mondo senza sosta.
Più che altro, Io appare come una ragazza disorientata che non riesce a trasmettere a chiare note il peso del suo tormento e della follia che la annienta. Hermes pretende di carpire il segreto di Prometeo con troppa foga. L'umanizzazione delle divinità, del resto, potrebbe rientrare nell'idea registica di eliminare la visceralità e la solennità epica della tragedia di Eschilo. Lo spettacolo si rivolge alla società di oggi che forse neanche sa cosa sia l'èpos. Portare in scena la tragedia senza banalizzarla un po' è quasi impossibile e lo spettacolo ha miti pretese. Si accontenta di rappresentare la fragilità umana che forse non merita il sacrificio di Prometeo. Mette in risalto l'eterno scontro tra il potere e coloro che devono subirlo. E lo fa con dignità.
Scheda tecnica
Prometeo, da Eschilo. Adattamento di Patrick Rossi Gastaldi.
Scene e costumi: Annalisa Di Piero. Luci: Patrick Rossi Gastaldi.
Con Edoardo Siravo, Ruben Rigillo, Silvia Siravo, Gabriella Casali, Alessandro D'Ambrosi.
Regia di Patrick Rossi Gastaldi.
Produzione: Laros.
Visto in prima nazionale al Teatro Romano di Volterra il 7 agosto 2020.