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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Se non siamo più nell’onda degli anni ’60-’70 - dove il teatro era di gruppo, e tentava una nuova antropologia, oltre che i confini del linguaggio, tra multimedialità da un lato e distacco radicale dal cinema dall’altro (l’attore ‘nudo’ grotowskiano) – il teatro resta un problema ma anche un corpo vivo, che ci vuole interrogare, e che tuttavia ansima per la propria sopravvivenza. Se il cinema infatti deve affrontare la porta stretta dei finanziamenti e della commerciabilità, il teatro è luogo di ben altre fatiche e santità, di precariato e talora miseria. Pochi sono i canali di promozione, e la sua sopravvivenza è legata ad una attiva antropologia del pubblico. Il pubblico deve farsi tribù di luoghi e persone.
Negli ultimi anni uno dei canali di inserimento e scouting è quello dei ‘corti’, la prima vetrina per inserirsi in una stagione visibile. In tale direzione vanno il Premio per corti Dante Cappelletti, che apre ai vincitori la vetrina del Teatro India, e fornisce un congruo finanziamento per la produzione; e il Short Theatre Festival, che ogni anno a Roma si fa vetrina del meglio in Europa.
Di recente si accoda lodevolmente il Teatro Lo Spazio (via Locri 42, Roma), ora sotto la direzione artistica dell’ex primo ballerino dell’Opera di Roma, Manuel Paruccini, con il suo concorso ‘Idee nello spazio’ (19-31 luglio 2020). La cosa si svolge in tre tappe. Una prima eliminatoria per 35 corti, una semifinale con 18 selezionati, e la finale sui restanti sei. Il tutto con un sistema di voto misto: una giuria a ‘voto pesante’, ed il voto del pubblico. Oltre al riconoscimento il primo premio dà diritto a tre serate nella stagione a venire, il secondo a due, il terzo a una. Sempre con la premessa che il ‘corto’ si sviluppi in uno spettacolo lungo, se già non è una estrapolazione. Ci sono poi un premio al miglior interprete, al miglior testo, uno per lo ‘spazio giovani’, e l’assegnazione di un book fotografico professionale.
In finale quest’anno sono arrivati i seguenti ‘corti’: ‘Secondo atto’, ’Storie del genere umano’, ‘L’ospite’, ‘Occhio al cuore’, ‘Misfatto d’amore’, ‘Mary’.

Gisella Cesari
Vediamo ora però di entrare nel merito. Intanto c’è da dire che qui la giuria non è formata come nel Premio Cappelletti da tutti critici e docenti di teatro. Prevalgono operatori nel campo: attori, autori, di cinema e teatro. Un occhio diverso, ‘da dentro’, più tecnico e al contempo di parte. E la cosa ha pregi e difetti, anche se c’è da dire che un unicum positivo è che dopo ogni ‘corto’ si svolge un dibattito, con domande e suggerimenti agli autori/ interpreti, fecondo di emozioni e apprendimenti.
Ma torniamo ai rilievi. Se infatti la votazione ha dato risultati nel complesso condivisibili, due linee sono apparse qua e là, a mio parere discutibili.
Da un lato il discorso della ‘commerciabilità’. Dall’altro un occhio alla ‘cinemabilità’ eventuale del testo.
Naturalmente il mio è un parere discutibile. Ma se c’è una cosa che il teatro dovrebbe essere è ‘altro’ (famose le polemiche di Brecht sul ‘teatro digestivo’). E anche quando si verificano i giusti ‘vasi comunicanti’ tra i due mondi, può essere sì un arricchimento di esperienze, ma a patto che il linguaggio diventi ‘altro’.
In secondo luogo io credo che il pubblico vada educato - e lo si sottovaluti – e che la ‘commerciabilità’ sia sempre al ribasso.
E in tal senso, nel concorso, resta anche un rischio il voto del pubblico. Così, se pienamente condivisibili sono stati i primi due premi, ‘Occhio al cuore’ (denso, tragico, provocatorio, difficile) e ‘L’ospite’ (deliziosamente light, comico, con vene d’assurdo e nevrosi), meno si può aderire al premio a ‘Mary’, pur in presenza di grande freschezza e ritmo attoriali. Il testo esibisce due facili stereotipi da sitcom brillante, in conflitto su una donna condivisa: l’intellettuale sfigato e imbranato, e il femminaro nazional popolare, sicuro di sé, palestrato, persino psicologo compiacente ed empatico per lo sconfitto. Buonismo e facili gag. Un ‘corto’ difficile da allungare a commedia brillante, senza smorzare il ritmo, e che casomai potrebbe avere una chance contraddicendo i tratti semplici iniziali verso un agro amaro con doppi fondi. Ma per ora i presupposti non c’erano, e a mio avviso ha tolto il posto a ‘Storie del genere umano’, di Caiano, efficace insieme di ritratti umani problematici (qui una ‘scoppiata’, stuprata, ribelle), che gioca abilmente le progressioni testuali, e in regia quelle corporeo gestuali, con continue svolte, e crescita costante.
Del resto la giuria non ha potuto non riconoscerlo, assegnando a Gisella Cesari il premio come miglior attrice, nonché quello del Book.
E ora veniamo ai due condivisibili primi arrivati. ‘L’ospite’ esibisce una perfetta coppia comica ‘a incastro’. Due sorelle: una fragilina, nevrotica; l’altra dirompente, alta, semplice. Continua così la tradizione dei clown complementari: il Bianco (autoritario, severo, preciso) e l'Augusto (incapace, pasticcione e stralunato). Come poi in Stanlio (l’Augusto) e Olio. L’oggetto conflittuale che dà origine al flusso comico è un atto assurdo della ‘nevrotichina’. Hanno sequestrato un cardinale, per pagarsi col riscatto la fine dei guai. Ma lei lo ha sedotto, e lui le ha accesso dentro un ‘fuoco’, contemporaneamente mistico ed erotico. Cosa che dà la stura ad una serie di esilaranti doppi sensi. Lei però resta busterkeatonianamente decentrata, impermeabile alla logica aggressiva della sorella, che lentamente dovrà cedere. Libereranno il cardinale. Tanto è ricattabile sul peccato sessuale, e darà loro un lavoro. La nevrotichina diventa così agli occhi della sorella non più la tonta, ma ‘un genio!’. Peccato che il cardinale muore.
Mai una caduta. Continue svolte. Risate a catena in sala. Perfettamente sviluppabile in più direzioni il testo, e bravissime le attrici. Non si può voler di più. E persino commerciabile!
Ma giustamente, e con notevole distacco di punteggio, vince ‘the dark side of the moon’, ‘Occhio al cuore’.
Preso da ‘Cuore rivelatore’ di Poe, rielaborato abilmente da Metalli, inserisce nell’ossessione dell’assassino di Poe una persecutoria e straripante madre meridionale, litaniante come una ‘gatta Cenerentola’ (De Simone).

Occhio al cuore
Mentre l’assassino-figlio – stretto dalla camicia di forza – ripercorre il trauma del delitto, con sospiroso strascicamento romanesco e stralunamento dubitante, la madre (uno splendido Mauro Toscanelli) - la madre (una saponificatrice, castratrice, forse complice abusante) lo incalza.
La madre lo incalza tra litanie buffamente iperveloci, squittii, occhi al cielo, e lampi e risate satanici. Tutta volto e voce (grande idea registica), avvolta come una matrioska, immobile, a latere, in una veste rosso acceso, e che la luce caravaggesca della scena fa brillare, in controcanto al figlio (l’ipergestuale ed espressivo Bruno Petrosino), cristico, che lentamente emerge seminudo, biancore nell’ombra, (prima con la camicia di forza, poi coi soli boxer bianchi), a denudare progressivamente l’anima dolente e perplessa.
E’ in manicomio? Delira?
E’ un Amleto dubitante se recidere il gorgo perverso madre-zio ? Sì, perché se al centro c’è l’occhio persecutorio che tutto vede (l’Edipo, il super-io, la madre castratrice), e quindi la colpa, poi lui non ammazza solo lo zio, a cui, continua a dire, voleva bene. Verso la fine la madre si spoglia, e diventa zio, e viene uccisa in una delirante scena di coito convulso (omosessuale?). Ma la madre è lo zio. E’ la coppia terrifica dei genitori, nell’arcaico sogno della ‘scena primaria’ ? Sono le due teste di un abuso famigliare?
“A ma ! / i mortacci tua! / maledetta sei te! / Non è zio! / Sei te! / Tu, e quella risata che mi perseguita.. / Io t’ammazzo, t’ammazzo! / Il vecchio era morto.. / zio era morto / Mia madre era morta / Non lo so manco più io chi ho ammazzato / Magari so morto io / Mica lo so se era mio zio.. mia madre.. / o se ero io / pazienza! / mi ero liberato di quell’occhio! /
Un testo ricco, denso, ambiguo, che interroga. Una recitazione densa, ‘lunare’.
E poi un altro pregio.
Come nella migliore teoria del teatro di ricerca, la scena – benché concentrata in uno spazio angusto, chiuso e circoscritto dal tenebrore, e apparentemente statica – la scena riesce a essere multifocale. Loro sono due poli di energia che si intrecciano in controcanto continuo, ora unisoni, ora sfalsati, e lo spettatore oscilla in un continuo campo di tensione ipnotico, scegliendo ora l’uno ora l’altro. Mai potendo stare pacificato.
Insomma. Un premio meritato, e un merito oltre che per loro, per tutta l’inziativa: teatro, direttore, giuria.
Scheda tecnica
Teatro ‘Lo Spazio’ - via Locri 42, Roma
Concorso ‘Idee nello spazio’
Corti finalisti:
‘Secondo atto’ - Simone Sardo, regia e testo - con Simone Sardo, Roberta Anna, Andrea Lami, Severino Bof, Michela De Nicola
’Storie del genere umano’ - Danilo Caiano, testo e regia, con Gisella Cesari
‘L’ospite’ - Movimento Comico, scritto e diretto da Daniele D’Arcangelo e Luca Refrigeri. ConChiara Moretti – Paola Salvatori
‘Occhio al cuore’ - Mauro Toscanelli, regia / Emiliano Metalli, testo. Con Mauro Toscanelli e Bruno Petrosino
‘Misfatto d’amore’ - Di e con Viviana Simone e Giovanni Solinas
‘Mary’ - Alessandro Cecchini, regia - Con F. M. Galante e F. Macchiuso