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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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L’infinita declinazione dell’indicibile della shoah, tra ‘salvati’ e ‘sommersi’, tra la memoria di coloro che cedettero e la dura legge, l’allucinante legge, nel caso della shoah, della sopravvivenza. L’animalità e la casualità che a sopravvivere ti destinano, e la ferita che ne rimane. La colpa della memoria, la memoria come carcere. Esiste una seconda salvezza da questo carcere interiore? C’è chi l’ha trovata nel portare testimonianza nel mondo, e chi si trascina tutta la vita questo non silenziabile tribunale interiore. La belva giudea (testo di Gianpiero Pumo, Teatro OFF OFF, Roma, 28 gennaio – 2 febbario 2020) sta tra questi.
Vittima e carnefice suo malgrado, e crocefisso per sempre dal destino, fissatosi tra i suoi 14 e 17 anni, solo tardi riuscirà a parlare. Non a perdonarsi, forse …
Questo spetta al pubblico, a cui lo spettacolo porge la sua ‘passione’, non santificata, ma umana, troppo umana. Questo è il duro compito che il libro del figlio, da cui è tratto, e lo spettacolo, propongono: rivivere il bilancio impossibile di una esistenza semplice e scardinata.
Ma chi era la belva giudea? Era un giovane ebreo polacco, quando così lo ribattezzarono ad Auschwitz. Al secolo, Hertzko Haft, diventato poi quando emigra negli U.S.A. Harry Haft. Pugile sotto i nazisti, per amore e disperazione, continuerà ad esserlo in America per un paio d’anni (1948-49). Poi, sconfitto da Rocky Marciano, si sposerà, ed aprirà un negozio di frutta e verdura, scomparendo nel nulla fino ad un anno prima della sua morte, quando, nel 2006, il figlio ne raccoglierà le memorie.
Il testo di Pumo declina con abilità il montaggio delle rivelazioni, compreso il fatto che quello che sembra essere il destinatario del progressivo rivelarsi di Harry – dopo la sconfitta con Marciano – Alan, solo alla fine si rivela essere non un qualunque giornalista ebreo, ma il figlio. Un figlio-giornalista, che all’inizio sembra volersi sottrarre al doloroso compito, poi ascolta, in scena sempre nell’ombra e di spalle (patendo), poi diventa quasi apprendista boxeur. Fino a che, pur accettando il testimone, finalmente occupa più paritariamente la scena col suo dolore …
Alan – “Tu non puoi presentarti un giorno qua da me e raccontarmi.. del pugilato, della guerra, dei morti, di questa Lea. Io sono uno studente.. Non posso sopportare tutto questo.. veramente, non posso”
Harry - “Lo so..” - Alan – “.. e allora perché lo stai facendo..?” - Harry - “Perché sei l’unico che può scrivere questa storia..”
In realtà il figlio non è lì per caso. Nel finale racconta di quando il padre fece visita con lui al suo vecchio amore, Lea, ormai malata, e per la prima volta lo vide piangere.
Vuole conoscere il padre, questo figlio? Vuole capire? C’è un segreto pesante da bonificare? Il padre deve farsi perdonare dal mondo attraverso il figlio, e il figlio deve sgravarsi di un oscuro marchio …

Il loro scambio parte dal presente dell’incontro/sconfitta con Rocky Marciano, e poi, per progressivi affondi fa riemergere il passato, ma tornando sempre al presente del pugilato. Il leitmotiv sono i 75 incontri di boxe vinti da Haft, non negli USA, ma in Germania. Sembra una vanteria per esorcizzare la sconfitta con Marciano, e Haft parla a lungo di tecnica, di come si fa per vincere nella boxe. Ma progressivamente emergono i tratti allucinanti del passato. Finito per caso in un lager quando stava per sposare Lea, resiste per amore di lei, per rivederla in America. Ma ne è sicuro, ne siamo sicuri? In realtà poi in America sposa un’altra, e quando rivede Lea, malata, è un ‘angelo senza ali’. Tutto quello che si era detto crolla?
Il discorso sulla boxe fa da equivalente metaforico - “fai credere che stai colpendo in una direzione.e e paa! colpisci in tutt’altra.. Ecco che succede.. sei convinto di parare.. e invece lo prendi in pieno“ Lo dice parlando al pubblico, a pugni tesi (disperato?). Poi c’è uno stacco scena brusco (buio e musica ossessiva).. e riemerge un flash,
“Dai, Lea!! andiamocene via!!!” Un ejzenstejniano montaggio delle attrazioni … Dunque resistere non gli ha permesso di parare i colpi dell’esistenza. Non sono fuggiti prima, ma neanche il loro amore si è compiuto poi, in America. Tutto inutile dunque. Ma tutto cosa? Questo è il chiodo della croce … Haft non è stato sconfitto da Marciano, ma dalla vita, e la boxe forse si è rivelata solo il gioco sporco della sopravvivenza, la lotta della belva. Non una lotta per amore. Solo una lotta. E il nome datogli dal nazista gli si appiccica addosso come una condanna.
Se il tedesco Schneider all’inizio gli appariva buono, salvandolo da morte, lavori forzati e cancellazione del nome (Hertz Haft.. Errore!!.. 14478.. Corretto!!), in realtà in modo più subdolo e disumano ne ha cancellato la natura umana, ribattezzandolo ‘belva giudea’, e facendone sadicamente un assassino seriale. Haft infatti, a ogni incontro dovrà vincere massacrando l’avversario fino alla morte. E’ questa la frana della disperazione, ciò che deve perdonarsi e farsi perdonare. Il chiodo della croce… E infatti a fine spettacolo, prima urlando, e poi mesto e spento, così ossessivamente si esprime “Non ho ucciso nessuno!!! Non ho ucciso nessuno, io!!! Mi stavo solo salvando. Non ho ucciso nessuno, io!!! Mi stavo solo salvando. Non ho ucciso nessuno. Non ho ucciso nessuno … Mi stavo solo salvando... Aaaaaahh!!!.. ho ucciso 75 volte... Ho ucciso 75 volte, per intrattenere Schneider… Ho ucciso 75 volte, per ritrovare Lea… non importa... “ – Se il reincontro con Lea è un fallimento, resta solo il terribile’ “per intrattenere Schneider’. L’umiliante riduzione a belva da circo, e l’invalicabile lascito della colpa.
Al pubblico il verdetto.

Tecnicamente lo spettacolo è perfetto, nel suo lento e incalzante gioco di rivelazioni, e se anche il figlio (Filippo Panigazzi) fa la sua parte – in controcanto – è Gianpiero Pumo a invadere la scena.
Se all’inizio è un po’ meccanico nel suo flusso oratorio, con poche pause, man mano si dilata, su tutti i registri vocali, parlando a sé, al pubblico, ai fantasmi dei flashback, al figlio, alternando frenesia, false sicurezze, sgomento, mestizia, entusiasmi sognanti e rinculi disperati.
Meno efficace il gestuale (il fare a pugni, il sedersi), a cui supplisce una tecnica caravaggesca di controluce cinematografici, che isolano il volto in primo piano, ora in scena, ora con raddoppiamenti in gigantografia sullo schermo.
In particolare efficace quando, ormai nella fase dello sconforto, il volto gigante sullo schermo è solo a metà, e tinto di rosso. E la voce si fa stanca, esausta, robotizzata, mentale. Un effetto di distacco straniante, microfonato alla Carmelo Bene… Efficaci, ma un po’ facili – come stacchi per il montaggio – i continui buio-luce-buio, e le musiche, ora violente ora meste. Forse un lieve eccesso di cinematografia.
Vincente invece, come oggetto scenico, il montaggio a vista delle corde del ring, che crea un triangolo a fuga prospettica, al cui vertice, sotto lo schermo, crocefisso all’angolo, starà Haft nei momenti culminanti.
Comunque sia, nel complesso, sempre convincente per crescendo e variazioni, fino al mesto placido mare del discorso finale del figlio.
Scheda tecnica
La belva giudea, di Gianpiero Pumo, Dogma Theatre Company, regia di Gabriele Colferai.
In scena Gianpiero Pumo e Filippo Panigazzi. Luci di Federico Millimaci. Foto di Tania Boazzelli.
Tournée 2020
5 Febbraio - Alberobello, Cinema teatro dei trulli
7 Febbraio - Campiglia Marittima, Teatro dei Concordi
9 Febbraio - Milano, Factory 32