Abbiamo 280 visitatori online
Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone.
Fogli e Parole d'Arte
non ha scopo di lucro, non propone alcuna pubblicità e ha come unico interesse la diffusione della cultura.
Pertanto, le immagini pubblicate si attengono all'articolo 70, comma 1bis della legge sul diritto d’autore, dove si afferma che è possibile la "libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro".
- Nuova informativa sui cookie -

Teatro di figura. Così lo si chiama quando in scena non sono direttamente i corpi degli attori, ma marionette o simili. Teatro di figura, e nell’oscurità del silenzio iniziale, gravido di attese, solo un lungo e stretto tavolo, come una freccia puntata al pubblico. Teatro di figura. E intorno quattro figuranti, quattro ombre nere e immobili, che accudiranno maternamente, con pietas, le reincarnazioni della loro infanzia sadizzata e perduta in fragili marionette di legnetti gracili e penduli, ticchettanti, sui quali giganteggia una testa fuori misura, con occhi esterrefatti, sgranati, in fissità patetica e stuporosa. Occhi che fissano nel vuoto e interrogano il pubblico. Ma anche contrasto tra fissità di sguardo e tremito sonoro e gesti a scatti del corpo fatto di legnetti.
Va in scena La classe (Roma, Spazio Rossellini, 15 gennaio 2020), per la regia di Fabiana Iacozzilli. Spettacolo pluripremiato, vincitore del bando di Residenze Interregionali CURA 2018 e finalista nel 2017 ai Teatri del Sacro e al Premio Dante Cappelletti. Un “docupuppets per marionette e uomini”, co-prodotto da CrAnPi, LaFabbrica, il Teatro Vascello e Carrozzerie.
E’ una storia vera, la storia dell’infanzia della regista, alle elementari, e del sadismo severo e angosciante della loro maestra (Suor Lidia, l’unico attore in carne e ossa in scena). Un misto di punizioni corporali, pretese, e sbeffeggiamenti umilianti, nello stile del maestro di The wall (R.Waters – Pink Floyd). Gli episodi vengono messi in scena dalle mute marionette (rari, con voce fuori campo, il loro cicaleccio, o il parlare come pensiero a voce alta), azionate a vista, sedute in banchi in miniatura posizionati sul lungo tavolo, ora intero e frontale, ora che si scompone in quattro tavoli quadrati, navigando sul palco, davanti o dietro l’unico altro oggetto di scena, la lavagna. Il tutto con geniali amplificazioni sonore, e controluce a torcia, nel buio, e proiezioni di ombre sul muro.

Lo spettacolo è geniale e impressivo per ciò che riguarda l’apparato visivo e sonoro. Elettrico, patetico, con suggestive amplificazioni sonore. Una per tutte la scena in cui, dopo che la protagonista è stata prese in giro per un compito mal fatto sulla definizione di pecora (‘togliti gli occhiali’), il forte rumore come di una immensa vetrata infranta fa da contraltare al suo disperato rovistare coi piedi su una massa di vetri rotti, su cui giacciono i suoi occhiali verdi. Oppure - sul visivo – quando i tavoli e banchi stanno dietro la lavagna su cui è scritto il compito (6 x 8), e vengono illuminati, come dalla finestra di un carcere, dalla torcia nel buio, attraverso il buco sotto la lavagna. Si vedono solo i loro piedi, e si sente il loro cicaleccio angosciato, mentre la loro ombra campeggia sul muro dietro.
Altro discorso però è quello drammaturgico, cioè sulla tenuta del testo. E qualcosa c’è da dire anche sul confronto fatto da molti con ‘La classe morta’ di Kantor, che forse nuoce, sia alzando troppo il tiro, sia portando fuori strada rispetto allo specifico dello spettacolo.
Lo spettacolo – per quanto riguarda la struttura drammaturgica – è geniale nell’orchestrare ‘in figura’ il ‘patetico’ delle situazioni.
Ma sul patetico e sulle scenette-racconto troppo si dilunga. Rischia di ripetersi. Di illustrare soltanto una storia sì crudele, ma che può diventare banale, e appunto solo patetica, nel raccontare crudeltà risapute.
Si fa più interessante invece un po’ dopo la metà, e con risvolti ‘psicanalitici’.
Ma forse allora il montaggio, il ritmo, la proporzione, avrebbero dovuto essere diversi. O alternando, o immettendo subito, a tratti, il dubbio finale.
Tre sono i punti inconsci interessanti, soggetti a progressiva agnizione.
Vogliono e non vogliono ricordare. Io sono come lei. Lei non era come sembrava.
E forse la ‘sindrome di Stoccolma’, nota anche, tecnicamente, come ‘identificazione con l’aggressore’.
Sulla rimozione della memoria lo strumento è lieve, e serve anche come tessuto connettivo e trampolino di lancio per il passaggio dal racconto di un episodio all’altro. Si sente, a tratti, registrato fuori campo, il chiacchiericcio-intervista tra ex compagni di classe. “Ricordi ?” Qualcuno ricorda, qualcuno no. E le due versioni si alternano.
Cresce invece la tensione drammatica quando la Iacozzilli rivela qualcosa di sé che forse la tormenta, ma che pure non rinnega apertamente. Avviene in due puntate, confessionali. Prima un episodio di lavoro. Poi un vissuto personale che slitta nel metaforico, e le apre silenziose domande. Una delle sue performer si è ritirata dallo spettacolo, per il suo stile registico ‘disumano’. Non sono capace di sentimento materno ? Alla domanda risponde, e anche no, il secondo episodio, ‘aperto’. Vede in cortile un conflitto tra il suo gatto e un gatto di strada. Quello vince, e il suo sparisce … Lei non è intervenuta. “Se la deve cavare da solo”.
Dunque il marchio peggiore della suora è averla fatta diventare come lei ?
Questo tra l’altro però illumina con un dubbio, retrospettivamente, la sua stessa famiglia di origine. Il pupazzo che la incarna all’inizio infatti è appeso alla lavagna, tra le gambe disegnate dei due genitori. Solo gambe, senza volto ! E quando la tirano giù (va a scuola) lei grida disperatamente … “Mamma ! Noo !”

Il deserto sul senso materno è dunque attribuibile alla suora ? O c’è qualcosa che precede ? E la suora è l’unica madre possibile, con cui dolorosamente identificarsi ? Poi c’è un epilogo. La suora, denunciata, finisce i suoi giorni all’isola di Procida, dove intervistata, già vecchia, dichiara immenso amore nel ricordare la classe. Quella classe. Ma che genere d’amore ? E qui si apre il disperato mistero della suora. Da dove viene la sua violenza, che per lei sarebbe amore ? Una luce la getta il gatto, ‘che se la deve cavare da solo’. Chi non ha letto ‘Rosso Malpelo ’, di Verga, dove lui, maltrattato da tutti, e ignorato dalla madre, picchia e maltratta Ranocchio per amore, per allenarlo ai mali della vita.
Ed infine. Un dono la suora lo possiede. E lo manifesta. Lei ti vede. Ti vede dentro. E suggerisce alla piccola Iacozzilli di mettere in scena ‘le bambole che di notte le parlano’, di farlo pensando alla ‘meraviglia’.
I bambini della classe erano dunque le bambole della meraviglia di una suora bambina desertificata dalla vita ? E lo spettacolo il dono d’amore della Iacozzilli alla controversa suora?
Tutto bene. Anzi, interessante, e nella forma, circo di meraviglie magiche.
Altra cosa però è tirare in ballo Kantor. E’ vero. Il titolo e il tema richiamano. E ad un certo punto la Iacozzilli è lei stessa in scena come performer. E comunque presente come fantasma del regista con la sua voce fuori campo.
Ma non credo che sia lo stesso.
Certo. C’è un passato da interrogare. Una memoria che non passa. Ma c’è anche la distanza tra performer e burattini. E domina il patetico. Un patetico da allontanare e giudicare. Da bonificare.
Non così in Kantor. Kantor parla di ‘teatro della morte’, e non a caso.
Lui è in scena sempre, come direttore d’orchestra dei suoi fantasmi-memoria. Ma fantasmi memoria che non passano, e non possono essere bonificati. Non sono burattini. Sono attori, carne viva della memoria, che ciclicamente e oniricamente si alzano in piedi, comandati dal crescere della musica, in uno stralunato ripetersi onirico, all’infinito, della stessa scena. Tra dolore, tensione desiderante e giubilo. E’ la morte come tempo pietrificato in nevrosi, coazione a ripetere, prigione e paradiso della memoria. La vita si pietrifica in fotogrammi, in dischi rotti. E’ un mondo di fantasmi che ti invadono, e che non può che performare all’infinito. Sei parlato dal tuo passato, per parafrasare Lacan. Kantor non cerca di medicare. Esibisce crudelmente.
La Iacozzilli indaga, si interroga, forse medica … E’ lecito. E’ bello, ma è diverso. E lo spettacolo riceve i meritati rumorosi prolungati applausi.
Le fotografie sono di Tiziana Tomasulo
Scheda tecnica
La classe, scritto e diretto da Fabiana Iacozzilli.
Collaborazione artistica: Lorenzo Letizia, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica. Collaborazione alla drammaturgia: Marta Meneghetti Giada Parlanti Emanuele Silvestri. Performer: Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti. Scene, Marionette: Fiammetta Mandich. Luci: Raffaella Vitiello. Suono: Hubert Westkemper. Fonico: Jacopo Ruben Dell’Abate