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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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‘Ismael. In viaggio dalla Siria’. La nostra coscienza o incoscienza, sporca, su guerre e migrazione.
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Il display sul palco, in alto a destra, dovrebbe far scorrere i numeri. Dovrebbe generare attesa e curiosità, ma è l’unico punto debole dello spettacolo. Presto lo dimentichi, e non ha seguito. Vorrebbe dire che siamo i prossimi convocati all’interrogatorio in questura, che siamo tutti migranti, tutti diversi e tutti uguali ?
Questo lo spettacolo lo dice, con forza e patetismo. Il numerino non aggiunge nulla.
Ma lo si può perdonare, per la forza del testo e della recitazione, entrambi opera di Massimiliano Frateschi, sommessamente condotto dalla regia di Graziano Piazza.
In scena solo tre sedie in fila, frontali, e lui arriva dalla platea. E’ Ismael, che ci parla e ci parlerà. “Ci sono già stato qui. Ma noi ci conosciamo? Mi pareva di averti già visto a te. Sono già stato qui.. qui? mm.. ah.. “ Si siede nella sedia centrale, mentre le altre due resteranno vuote, ad evocare fantasmi dolorosi … Tutto lo spettacolo è lui seduto che parla, fluviale e simpatico-patetico. A volte tragico. Sempre implicitamente doloroso e dolorante. Talvolta implicitamente accusatorio. Talora disperato, ma subito retrocedendo, per non urtarci. Un migrante si deve far ben volere … Non può permettersi di disturbare, di gettarci addosso la sua tragedia. Tutto avviene immobile, con gestualità minima, e molto gioco sui toni e sui ritmi. Eppure ti avvolge con partecipazione crescente in un flusso inarrestabile, da cui ti svegli alla fine pieno di ammaccature interiori. E come quando senti parlare un sopravvissuto della shoah. Sai tutto e tutto ti dimentichi, e non vuoi pensare ai particolari. Vuoi non sapere e dimenticare, anche se vagamente progressista. I particolari in realtà non li sai mai, perché non li vivi e non li vuoi vivere. Ti paiono banali. Ma se ti costringono a vedere ci entri e li vivi. Dunque commozione? Catarsi? No … Massimiliano riesce ad essere brechtiano.. ad entrare ed uscire.. Con altalene rapide tra botte di coscienza e levità ironica, ma tenendo tesa la corda di una commozione di crescente intelligenza.
Lo devi vivere. Lui è te. Potresti essere lui.
Te lo dice, e guizza via, dolorosamente istrionico.

Sì.. perché il tono fondamentale è quello di uno che si deve far perdonare di esistere, di dirti la verità. Sembra, può sembrare, superficialmente, ironico … In realtà gioca a fare il simpatico, a sminuire con rinascimentale sprezzatura quanto accaduto. Come quei migranti che ti si avvicinano dicendo, “ciao amico, come va ?”.
E’ il tono di chi sa che deve mettersi in posizione ‘down’, deve farsi accettare, senza infastidire. Ma anche l’urgenza di raccontare. Perché fa bene a lui, perché lo disanonimizza, perché devi sapere. Perché lui non è uguale. E’ una persona, e lo devi vedere … Se pensi a quante volte che capita che la gente pensa che sono io a essere così, solo perché vengo dal mio paese / o che altra gente come me è come me / perché viene dal mio paese / ma siamo diversi / perché ovviamente in questo mondo siamo tutti diversi / … / imbarazzante / questa ignoranza, eh / veramente imbarazzante / e poi pure da me, stessa cosa / per quelli del mio paese voi siete tutti uguali / imbarazzante / prima, prima della guerra del golfo / all’epoca del mio papà / tutta questa differenziazione.. differenziazione religiosa / non ce stava ! / cioè, ci stava, ma la gente non la conosceva / quindi non c’era disprezzo / non c’era odio / non c’era razzismo / era solo un connotato.. la tua religione era come un colore / colore dei capelli / tu scuri, tu chiari / fine / eh sì, capito come ? eh ! /
A chi sta parlando? Formalmente, probabilmente, ad un funzionario d’ufficio, rigido e impacciato. Teso e aggressivo. Un po’ coatto si direbbe. Uno dei tanti.. Forse l’ultimo, finalmente. Ma pericoloso comunque, e Ismael lo sa, come emergerà dal racconto. Anche se non può trattenersi a volte dall’essere aggressivo sulla sua ottusità. “MA FATTELA UNA RISATA. E CHE CAZZO!!” Ma non può dissolversi il fantasma ricorrente della sensazione che in realtà parli a te, a noi, a tutti quelli che in Italia potrebbe incontrare o ha incontrato, che possono avere pregiudizi su di lui. E ogni tanto, nei flashback, parla ad altri, o fa la voce di altri.
Ma si diceva, ‘fare il simpatico’, da un lato, e urgenza di narrare dall’altro. Di farti sapere chi è. I fatti potrebbero essere banali, e la commozione pure, fino a stancare. Ma Massimiliano è assai abile nel ‘montaggio’: il montaggio nel testo, e il montaggio nei toni.
Ti distrae, per coglierti di sorpresa. E per modulare la tensione.

Quando il narrato è tragico, lo alleggerisce col tono comico, veloce, ilare, esclamativo, come di uno stupore dall’esterno, mentre la velocità della dizione ti impedisce di fare barriera ai fatti, ai dati, che feriscono. E quando arriva al climax di una ilare digressione, TAC,.. il montaggio ti riporta ad altro. Ariostescamente. Va avanti e indietro nel tempo, ma anche per ‘ganci tematici’.
Poi, improvvisamente, a tratti, e di più verso la fine, esplode in momenti di urlato e lamento disperato, là dove sono i nodi più stringenti. Quando muore l’amico e compagno di prigionia, Adnan, e quando lo picchiano in Italia, in questura, prendendolo per un terrorista.
Ma subito chiude.
E riprende ilare e frenetico.
Altre volte usa sapientemente le pause. Lunghi silenzi dopo che ha detto una cosa che ti deve entrare … Oppure dal tono sovracuto e ilare passa ad un rallentato ‘interiore’, quasi un mesto sottovoce, che mima come il dolore entrava ed è entrato in lui. Inesorabile.
Ma se dovessi dire, al di là della commozione, un pezzo che fa l’anatomia della stupidità disinformata (i migranti vengono con sbarchi), è quando spiega come lui sia arrivato, clandestino, dal cielo, in aereo.
Perché da Damasco è impossibile arrivare al mare. Cinque eserciti (di Assad, dell’Isis, rivoluzionario, etc). Bombe ovunque. Frontiere e posti di blocco. Un campo profughi di 80.00 persone, nel deserto, vicino alla Giordania, dove si aspetta solo la morte.
E naturalmente poi ci sono anche dei tormentoni logico retorici, politically correct. La madre morta e le preghiere a Gesù. Gesù primo migrante, e uomo, come noi. Le parole che significano.
Insomma un magistrale ‘pezzo da camera’, con variazione, leitmotiv e culmini di straziante violino.
E alla fine, come nei momenti migliori, il pubblico, prima di applaudire, attonito e silente.
Scheda tecnica
Ismael. In viaggio dalla Siria, testo di Massimiliano Frateschi.
Con Massimiliano Frateschi, regia di Graziano Piazza, aiuto regia Aleksandros Memetaj.
Off Off (Roma, 17 dicembre 2019).