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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Una scena nuda, desolata forse, spartana, geometrica. Mentale. Se non fosse per la luce imperante, potremmo dire, parafrasando il titolo, notturna. Così si apre Night writer. Giornale notturno (11-13 ottobre 2019, Roma, Teatro Il Vascello, Romaeuropa festival), dell’artista visivo e regista belga Jan Fabre, tratto dai suoi diari, che coprono il ventennio 1978-98, dai suoi 20 ai suoi 40 anni (ora pubblicati da Cronopio), e da altri scritti.
Una sedia e un tavolo, dove prevalentemente stazionerà l’attore, leggendo e compitando i fogli sparsi del dattiloscritto. E sullo sfondo un maxi schermo, ormai un oggetto scenico immancabile di molti spettacoli, e qui luogo ora di proiezioni, ora di fantasmatici raddoppiamenti scenici. Dal soffitto, da un lungo filo, pende nuda una lampadina, che ogni tanto al buio si sdoppia in un puntino rosso sullo schermo. Per tutta la performance il recitato si alterna nudo e con sottofondo musicale tenue e ossessivo. Il tono è prevalentemente neutro, straniato, raggelato, distaccato, litaniante cantalenante. Oscilla tra una cronaca che assomiglia ad un referto necrologico (tra l’anatomia di un massacro e la gelida autopsia), e una sottilmente comica, beffarda autoironia petroliniana. Ma poi ogni tanto, sapientemente, con calibrate variazioni a sorpresa, slitta, o verso il Cabaret e lo ‘Sprachgesang’ brechtiano, o verso ritmi e toni crescenti, in debito col vocalismo di Carmelo Bene. Insomma, un Petrolini raggelato. Un Carmelo Bene ben temperato, dove nel prevalere di un bachiano straniamento e sovrappensiero ‘ben temperati’ (che ricorda Bob Wilson) si innestano tempeste narcisistiche e ferite in acuto espressionistico.
L’impatto è notevole, anche se a una seconda visione – attenuata la sorpresa – talvolta prevale la consapevolezza del meccanismo (con la ripetitività di alcuni trucchi), e il testo mostra maggiormente alcuni suoi limiti. Fermo restando l’altissimo livello di entrambi. Musella è infatti superbo e geniale, nella sua padronanza di tutti i registri recitativi di cui dicevo, e geniale soprattutto nel suo saper esplodere ‘in immobilità’, come sdoppiato in un playback alla Carmelo Bene.
Sul testo in sé, e sul montaggio-smontaggio che ne fa Fabre, la questione è più complessa. E’ la questione del gioco tra narcisisimo, ferita narcisistica e decostruzione dell’io (l’io alienato, ‘allo specchio’, di Lacan). Una scelta opinabile forse, talora spudoratamente fastidiosa.
Come dice giustamente Anna Bandettini, Fabre
compone un sincero e spudorato autoracconto, tra vita e arte, tra il rimpianto di un amatissimo fratello morto, il rapporto con una madre un po' fuori di testa e ossessioni varie, la droga, il sangue, il sesso, la morte, in mezzo a mozziconi di sigaretta, notti insonni, la fuga a New York ("Vivo come in un cliché: il giovane artista povero mantenuto da una donna matura e ricca").
Certo non è una novità assoluta. Tutto il ‘900 esautora il narratore, consegnando al soggetto la narrazione, per poi decostruire la competenza del soggetto stesso a conoscersi, narrarsi, autosignificarsi. Nel teatro tuttavia questo per molto è rimasto teatro a più voci parallele. Teatro dell’incomunicabilità e dell’assurdo.
Ultimamente invece pare affermarsi la via ‘per eccesso’ di un narcisistico ‘teatro dell’io’, tra confessionalità esibizionismo e predicatorietà. Superare le pareti dell’io facendolo esplodere in eccesso, rovesciandolo e gonfiandolo. Martirizzandolo.
Lo vediamo nella demenzialità surreale degli spettacoli di Rezza, e nella confessionalità predicatoria di Delbono, più su un tragico senza ironia. E nell’invasione di monologhi di molti altri.
E diciamo intanto che in questo Fabre è abile, riuscendo a combinare le due vie. La demenzialità ironica di Rezza (petrolineggiando), e la tragicità esibizionistica di Delbono, che però in lui svaria dall’urlato al predicatorio all’anestesia straniata.


Perché la novità forse, il tono di fondo, perfettamente incarnato nell’attore che legge in scena e nella presenza dello schermo (un doppio sdoppiamento) – la novità è la struttura di auto-regia, che mi ricorda la lezione di Kantor, nei cui spettacoli l’autore è personaggio in scena: regista e direttore d’orchestra dell’epifania della memoria. Lui parlava di ‘teatro della morte’. Fabre direi che ci aggiunge la ribellione, l’urlo vitale della vita contro la morte, anche a rischio di finire nel predicatorio quando fa dell’arte la via della salvezza del mondo, attraverso la bellezza e la relazione.
Infine la novità sta anche nel testo come ‘montaggio-smontaggio’ della vita-memoria, il che non può non ricordare la lezione di Beckett in ‘L’ultimo nastro di Krapp’.
Anche Fabre avvolge e riavvolge il nastro, avanti e indietro, per carotaggi tematici. Prevalentemente anni ’80. Sono 8-9 moduli, per concludere con due flash, sul 2012 e sul 1983-84. Il primo carotaggio (1978-88-91) affronta la scoperta della bellezza sovversiva dell’arte e la necessità di mettere ordine. Poi verranno altri carotaggi: la famiglia, l’iniziazione sessuale, e così via.
Ma c’è da dire, infine, che in più parti il testo è straziantemente poetico ironico.
Anversa, 13 giugno 1978 - La mia famiglia è una tragedia greca / mia madre era ubriaca, e voleva baciarmi con la lingua - Anversa, 3 febbraio 1983 - Karma.. Ho profanato delle chiese / puro vandalismo contro il potere / mia madre mi ha picchiato con il suo rosario, e mi ha colpito l’occhio sinistro / puro divertimento dell’amore - Anversa, 17 agosto 1983 - Mia madre mi è piombata in casa con tanto di valigia / voleva venire a stare da me / Ho chiesto “Che cosa è successo ?” … eee (mimo comico pianto) è già una settimana che lui non vuole fare sesso la sera a letto / chiamo mio padre / (lui) se tutto il giorno non fa che darmi ordini, non mi si deve avvicinare a letto.. / l’anarchia dell’amore funziona ancora.. / l’ho rimandata a casa.. da mio padre.. da suo marito.. / e ora lui la coccolerà la sera a letto, e lei il giorno dopo sarà carina con lui / qualche volta i rimedi della vita sono semplici.. ma efficaci..
In altre parti genialmente autodistruttivo ossessivo,
Io sono un errore / perché non appartengo a nessuna razza / io sono un errore / perché sono.. movimento solitario / io sono un errore perché.. sono ancora curioso / io sono un errore perché.. sono un acerrimo nemico di me stesso / io sono un errore perché non sono malato [..] io sono un errore perché sono grottescamente pomposo (voce quasi gridata).. / io sono un errore perché posseggo una nobile paura / io sono un errore perché sono un utero.. (gridata).. / io sono un errore perché la vita interiore degli altri mi annoia / io sono un errore perché sono uno stupido matto / io sono un errore perché non parlo volentieri.. di me stesso / io sono un errore perché ho un alto concetto di povertà / io sono un errore perché trovo implausibili le condizioni / io sono un errore perché sono un animale.. pericoloso / io sono un errore perché sono una possibilità / io sono un errore perché sono un esule / io sono un errore perché non conosco pudore / io sono un errore perché diffido della luce del sole / io sono un errore perché distruggo il mio lavoro / io sono un errore perché sono un fascio di nervi / io sono un errore perché.. sono insensibile / io sono un errore perché sono un bastardo / io sono un errore perché voglio essere un errore / io sono un errore perché (gridatissimo) … io sono un errore perché.. sono.. un essere umano.. / PAUSA / io sono un errore perché sono un dio / PAUSA / io sono un errore perché sono immortale /
E si potrebbe continuare, con le parti sul non dormire, che riecheggiano il macbettiano uccidere il sonno, e altre ancora.
Insomma, questo ‘collage’ Musella-Fabre, anche dove si possa eccepire, si impone come una bomba stilistico emotiva, ed il pubblico reagisce e partecipa di conseguenza, durante, e nell’applauso finale.
Scheda tecnica
Night writer. Giornale notturno, 11-13 ottobre 2019, Roma, Teatro Il Vascello, Romaeuropa festival.
Testo, scene e regia: Jan Fabre. Traduzione: Franco Paris. Musica: Stef Kamil Carlens.
Con: Lino Musella.
Drammaturgia: Miet Martens, Sigrid Bousset. Direzione tecnica: Geert Van der Auwera, Javier Delle Monache. Fonico: Marcello Abucci.