Abbiamo 690 visitatori online
Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Vitorchiano)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Viterbo.
Fogli e Parole d'Arte
non ha scopo di lucro, non propone alcuna pubblicità e ha come unico interesse la diffusione della cultura.
Pertanto, le immagini pubblicate si attengono all'articolo 70, comma 1bis della legge sul diritto d’autore, dove si afferma che è possibile la "libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro".
- Nuova informativa sui cookie -

Con sdegno e rigore morale, con potenza vocale e controllata veemenza fisica, Massimo Popolizio dà voce e corpo al grande romanzo Furore (Pulitzer 1940) di John Steinbeck. Un romanzo che divenne ben presto un best seller per la forza descrittiva con cui l'autore (Nobel 1962) racconta gli effetti della Grande Depressione del 1929 sui poveri contadini dell'Oklahoma costretti a migrare in una California che si rivelò ostile e inospitale.
L'adattamento drammaturgico di Emanuele Trevi riassume i capitoli in otto sezioni tematiche che colgono gli snodi più drammatici di una vera e propria epopea. Il racconto non si sofferma tanto sulle storie individuali della famiglia Joad e dei loro conterranei, ma procede solenne sull'esodo epocale di milioni di derelitti perseguitati da una lunga serie di avversità di natura climatica, economica e politica. Un popolo di migranti in cammino con mezzi di fortuna lungo la Route 66 verso una falsa terra promessa, un calvario che conferma che la Storia si ripete, rimandando, anche senza volerlo, ai tragici flussi migratori di oggi.
L'adattamento si avvale della mirabile traduzione di Sandro Perroni che restituisce alla versione italiana la materica e cruda densità della prosa di Steinbeck.
Quella di Popolizio è una voce narrante polifonica che dà volume e spessore alle parole con profonda drammaticità. Ogni tanto si concede qualche virtuosismo che, tuttavia, si fa perdonare da una interpretazione empatica e sostenuta dalla volontà di dar forma palpabile alla feroce denuncia sociale dell'autore. Una denuncia che Popolizio fa profondamente sua.
Non è solo in scena. A sinistra ci sono gli strumenti a percussione di Giovanni Lo Cascio, sullo sfondo un grande schermo dove vengono proiettate immagini varie e alcune fotografie di Dorothea Lange e di Walker Evans (esposte in una mostra allestita per l'occasione), e infine, a destra, il tavolo e la macchina da scrivere di Steinbeck pronta a trasformare l'attore nello scrittore stesso.
Quel che più colpisce è in rapporto strettissimo e sincronico che si stabilisce tra musica, voce narrante e immagini. Si crea un vero e proprio controcanto che dà ritmo allo svolgersi del racconto e delle immagini.
La voce narrante racconta in terza persona ma a volte diviene quella di qualche personaggio e, solo una volta, quella di Steinbeck.
Si parte dalle tempeste di sabbia che copre tutta la terra, oscurando anche il cielo. Una terra desolata che verrà lavorata con i trattori che tolgono il pane di bocca ai poveri mezzadri costretti a lasciare le loro case. La critica alle banche che hanno espropriato le terre di chi non può pagare e che traggono maggior profitto dalle macchine. Poi il viaggio lunghissimo, epico, attraverso il Texas, il New Mexico e l'Arizona.Vediamo il tragitto segnato da un pennarello sulla carta geografica proiettata sullo schermo. Ma percepiamo il lento andamento del viaggio e il suo peso doloroso attraverso parole fortemente visive che definiscono i contorni e danno vita ai migranti in cammino.



I volti smarriti, la fame, le malattie, i bambini che muoiono, la fatica e gli stenti di tutti. Poi l'alluvione, i corpi fradici e l'inutile ricerca di un tetto. La voce recitante si fa gradualmente sempre più coinvolta e coinvolgente. Trasmette pietà e rabbia. La stessa che provano i migranti quando arrivano in California dove i nuovi arrivati sono trattati come bestie e guardati con disprezzo e diffidenza. Il lavoro è poco e i salari insufficienti. Gli alberi di arance vengono distrutti con il cherosene per tenere i prezzi bassi.
La rabbia induce alla ribellione, a vere e proprie rivolte. Piccole, certo, come gli acini di rabbia del titolo originale The grapes of wrath. Ma non per questo prive di significato. Quando tutto è perduto, non si teme più niente. Prevale la tensione a sopravvivere. Un uomo si lascia morire per dar da mangiare al figlio. Ma questo stesso uomo troverà alimento nel latte generoso di una donna che ha perso il suo bambino.
Lo spettacolo, che dura soltanto settantacinque minuti, trascina il pubblico nella storia, lo tiene con il fiato sospeso. Ma l'assenza totale di enfasi è studiata per portarlo a pensare alle ingiustizie sociali legate ai continui flussi e riflussi delle migrazioni. Quelli di ieri, lo si diceva, e quelli di oggi. La denuncia è aspra e convincente e la tensione rimane addosso anche quando si esce da teatro.
Scheda tecnica
FURORE dall'omonimo romanzo di John Steibeck.
Un progetto di e con Massimo Popolizio. Adattamento di Emanuele Trevi. Musiche di Giovanni Lo Cascio. Produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro di Roma-Teatro Nazionale.
Prima nazionale al Teatro India di Roma dal 19 novembre all'1 dicembre 2019.