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il 23 ottobre 2007.
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Dopo il successo ottenuto lo scorso anno con l'indimenticabile Hotel Paradiso, Familie Flöz è tornata a Roma, sempre al Sala Umberto, con Teatro Delusio, il loro cavallo di battaglia che, dall'anno della sua creazione (2004), ha fatto il giro del mondo. Residenti a Berlino, i fantastici attori della storica compagnia di fatto stanno sempre in giro perché il loro teatro non è parlato e si sostanzia essenzialmente del linguaggio del corpo che, nonostante l'uso di maschere, esprime anche l'inesprimibile e trasmette un'infinita varietà di stati d'animo agli spettatori. Il loro modo di fare teatro si può paragonare soltanto a se stesso perché mescola in modo assolutamente originale l'ingenuità del teatro delle marionette, il ricorso agli acrobatismi circensi, i trasformismi del teatro di figura e l'espressività fisica del cinema muto.
Tutte queste caratteristiche spiccano in modo ancor più evidente proprio in Teatro Delusio che si incentra su tutto quello che può accadere dietro le quinte e sugli attimi che precedono l'ingresso in scena degli artisti e il loro ritorno alla realtà del backstage. Una realtà mutevole, fatta di imprevisti, capricci e patemi d'animo, che il pubblico non può vedere.

La scena mostra il fondale e due quinte laterali di un teatro all'italiana visti alla rovescia. Mentre il pubblico prende posto in sala i tre attori Andres Angulo, Joannes Stubenvoll e Thomas van Ouwerk fanno finta di ultimare il montaggio delle scene. Non hanno la maschera e si danno un gran daffare con fili, prolunghe, chiodi, martelli. Un andirivieni tra grandi bauli neri e attrezzerie varie molto realistico che mostra il grande lavoro dei tecnici di scena e anche la sua difficoltà. Come si sa, basta un banale errore di un addetto alle luci a mettere in pericolo uno spettacolo.
Prima di mettersi la maschera e di diventare dunque personaggi, uno di loro conduce in avanscena una creatura eterea con indosso una lunga veste bianca. Gli altri due le danno vita, infilando gli avambracci nelle maniche. La sua maschera è attraversata da un senso di stupore, lo stesso dei bambini a teatro. Non si sa chi sia, ma fa pensare allo spirito di quella magia che solo il teatro può creare. Tornerà alla fine per salutare coloro che sono stati resi partecipi dell'incanto della finzione.
Lo spettacolo non è sostenuto da una trama organica, ma si compone di una serie di episodi che corrono lungo il filo tematico del mondo sommerso del teatro.
I tre protagonisti assoluti che legano insieme tutte le illusioni e le disillusioni degli artisti che calcano la scena sono i tre tecnici. Bob, l'efficiente a tutti i costi, Bernard, alto e allampanato, solo e appartato, che preferisce leggere i suoi libri con il suo furetto di peluche, e il panciuto Ivan che ha sempre fame e pretende inutilmente dagli altri due che tutto funzioni alla perfezione. Tutti rimandano agli zanni della Commedia dell'Arte e, a volte, le loro azioni sono riconducibili al genere dello slapstick. Alcune soluzioni sceniche scivolano nella stereotipia, che si fa perdonare in nome del fantasmagorico trasformismo degli attori che, attraverso velocissimi cambi di costume, si moltiplicano in ben ventinove personaggi. Una soprano, ballerine e ballerino gay, il direttore d'orchestra, un primo violino miope che prende posto nel backstage, la donna delle pulizie, la sarta di scena, la danzatrice ritardataria e tanti altri ancora. Ovviamente non sono a tutto tondo, ma bastano pochi tratti a centrare le loro personalità.
Si assiste a una carrellata veloce di sketch che rivelano i vizi e le ubbie di chi fa teatro e anche di chi non lo fa. C'è il divismo esagerato della soprano che vorrebbe tutti al suo servizio, le gelosie e le rivalità, i sogni e le illusioni, gli amori che sbocciano dietro le quinte tra tecnici e artisti.
Vanno in scena diversi spettacoli di cui udiamo le melodie e gli applausi scroscianti di un pubblico che non si vede. Si parte con un'opera barocca e si passa a Il Lago dei cigni, poi è il turnodel Gianni Schicchi di cui ascoltiamo la nota aria "O mio babbino caro" cantata dalla grande soprano che non disdegna il corteggiamento del tecnico grasso. C'è anche un intermezzo recitato da attori ovviamente muti.

Sempre a dispetto della verosimiglianza, tutto avviene negli ottanta minuti di spettacolo e nessuna dissolvenza ci lascia intendere che le diverse opere siano andate in scena in giorni diversi. Ma non c'è il tempo per pensarci. Il ritmo dell'azione è molto serrato e tutto fila liscio nonostante le continue e improvvise metamorfosi sulla scena.
La vita pulsa dietro le quinte con tutte le fragilità, le paure e le illusioni dei vari personaggi. Un senso di vanità del tutto pervade le storie attraverso una singolare mescolanza di situazioni grottesche e di attimi poetici. Le disillusioni ci riguardano tutti e il confine che separa la vita dal teatro è davvero sottilissima.
La prevedibilità di ciò che accade e una certa frammentarietà del filo narrativo rendono questo spettacolo meno organico degli altri di Familie Flöz. Ma la loro arte unica e inimitabile di far parlare il corpo per dare espressione anche alla fissità delle maschere rimane sempre di altissimo livello. In questo caso, il teatro si allontana dai tempi, i nostri, e prosegue il suo cammino lungo la strada della tradizione per offrirci l'eterna magica illusione del teatro di figura. Teatro Delusio è un grande gioco di prestigio che rivela la vita attraverso il massimo della finzione.
Scheda tecnica
TEATRO DELUSIO, un 'opera di Familie Flöz, di Paco González, Björn Leese, Hajo Schüler e Michael Vogel.
Musica: Dirk Schröder. Maschere: Hajo Schüler. Costumi: Eliseu R. Weide. Disegno luci: Reinhard Hubert.
Con Andres Angulo, Johannes Stubenvoll, Thomas Van Ouwerkerk.
Direttore di produzione: Gianni Bettucci. Assistente di produzione: Dana Schmid. Regia di Michael Vogel.
Produzione: Familie Flöz, Arena Berlin e Theaterhaus Stuttgart.
Visto al Teatro Sala Umberto in prima nazionale il 7 novembre 2019.