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il 23 ottobre 2007.
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Con Orestes in Mosul il grande regista svizzero Milo Rau (uno dei pochi ad aver trovato una modalità di rappresentazione realmente contemporanea) si avvicina per la prima volta a un testo classico. Ma lo spettacolo non è una riscrittura dell' Orestea di Eschilo, composta da Agamennone, Coefore e Eumenidi. Il suo Manifesto di Gent (2018) vieta infatti di utilizzare in uno stesso spettacolo più del 20% di citazioni dirette da un classico. Non si tratta neanche di una semplice trasposizione del tragico destino degli Atridi nella città devastata di Mosul, che dal 2014 al 2017 è stata la capitale dello Stato Islamico e palcoscenico di una guerra violentissima tra Jihadisti e l'esercito iracheno sostenuto dai combattenti Curdi e dagli Stati Uniti.
Lo spettacolo in tournée in Europa e ospitato dal Teatro Argentina di Roma, è la rappresentazione, su due piani narrativi diversi tra loro, del lavoro teatrale nel suo stesso farsi.
Pochi mesi dopo la liberazione di Mosul (luglio 2017), Rau e un gruppo di attori belgi e iracheni immigrati in Occidente, andarono a visitare la città rasa al suolo, tetti dei palazzi sfondati, muri trivellati dai proiettili, un desolante mucchio di macerie. Questo panorama terrificante sarebbe diventato il palcoscenico di un'unica rappresentazione di Orestes in Mosul, interpretato da sei attori europei e da diciassette attori, anche non professionisti, del luogo. Questi ultimi, non potendo ottenere il visto di espatrio, sono visibili in Europa solo attraverso filmati proiettati su un grande schermo che domina una scena occupata a destra da una struttura prefabbricata, da qualche catasta lignea e da una consolle con tutti gli strumenti tecnologici necessari alla presa diretta. Il lavoro teatrale si scinde in azioni filmate e in azioni performate a contatto diretto con il pubblico. Queste ultime rappresentano momenti dell'Orestea, riadattata dal dramaturg Stefan Bläske, spesso ripetuti sullo schermo in contemporanea. Ma i filmati mostrano altro ancora. Vediamo momenti di prove, di discussione con il regista, confessioni personali degli attori iracheni, le loro difficoltà ad accettare alcune scene, prima tra tutte quella insistita del bacio omoerotico tra Oreste e Pilade.
I piani di realtà si moltiplicano, le criticità si amplificano e gli interrogativi attendono possibili risposte nella mente degli spettatori.
Il testo classico diviene dunque la sorgente e il telaio strutturale di un lavoro teatrale che indaga problematiche più ampie. L'adattamento riduce la tragedia classica all'essenziale e dà più rilievo ad alcuni episodi piuttosto che ad altri. Il sacrificio di Ifigenia voluto da Agamennone per conquistarsi il favore dei venti e partire alla volta di Troia acquista una rinnovata importanza. La scena straziante dello strangolamento della fanciulla diviene la causa di un altro assassinio. Quello di Agamennone, commesso da Clitemnestra per vendicarsi della morte della figlia. Elettra non compare e Oreste uccide la madre, ancora una volta, in nome della vendetta. Sangue chiama sangue e il sunto delle Eumenidi acquista un'importanza decisiva. In Eschilo il tribunale dell'Aeropago assolve Oreste per il matricidio e pone fine alla catena ineluttabile di delitti. In questo modo le istituzioni della polis vengono ripristinate e il valore della giustizia predomina su quello della vendetta. Ma i giovani componenti del tribunale iracheno chiamati a giudicare i miliziani dell' Isis non emanano una sentenza unanime e non sembrano tutti disposti al perdono. Le immagini stesse della città dilaniata da una guerra che ha causato circa 40.000 morti e i racconti del vissuto degli attori iracheni gettano una zona d'ombra sul finale dello spettacolo e pongono un punto interrogativo sull'idea utopistica di Rau che il teatro possa cambiare il mondo.
Gli attori sono allo stesso tempo personaggi, testimoni del loro vissuto e pedine della Storia odierna, marchiata a fuoco dal potere e dagli interessi economici dell'Occidente.

Kitham Idris Gamil, che interpreta il personaggio di Atena, nella vita è una sopravvissuta al conflitto, vedova di un marito ucciso dai miliziani dell'Isis. La donna racconta la sua fuga in Turchia per proteggere le figlie e parla del suo attuale lavoro di volontariato presso la Croce Rossa nei campi profughi. Ms Baraa Ali, che interpreta magistralmente la parte di Ifigenia, parla con il volto coperto da un velo nero con due sottilissimi tagli per gli occhi. Non vuole essere riconosciuta perché la società in cui vive vieta alle donne di recitare. Racconta di quando i miliziani fecero irruzione nella sua classe e catturarono la sua amata compagna di scuola. La sua voce fa vibrare il dolore di un ricordo indelebile. La Sentinella che attende l'arrivo di Agamennone è un fotografo che ha rischiato la vita pur di continuare a documentare le atroci violenze che sconvolgevano Mosul quando era capitale dello Stato Islamico.
Lo spettacolo è, a dir poco, multifocale. Il rimando all'atemporalità della tragedia classica serve a focalizzare l'attenzione sulla reiterazione inesorabile del male. Ma gli snodi tematici sono tanti e tutti calati nell'oggi. Dallo scontro tra due culture completamente diverse alle responsabilità dell'Occidente nelle guerre in Medio Oriente.
Un lavoro teatrale complesso che, tuttavia, si segue con agio e grande interesse grazie al sapiente montaggio delle scene agite sul palcoscenico e di quelle filmate. Tutto scorre a ritmo sostenuto e il passo è scandito da idee registiche sempre nuove ed efficaci.

Gli attori professionisti sono tutti di alto livello, a cominciare da Johan Leysen impegnato nella parte di Agamennone. La scena in cui uccide Ifigenia (una intensa Baara Ali) rimane impressa nella memoria per la potenza espressiva dei volti e per il rantolo della fanciulla che oppone una forte resistenza alla morte. Altrettanto bella è la scena dell'uccisione di Agamennone duplicata in scena e in video. Il volto cosparso di sangue di una imperscrutabile Clitemnestra sfonda lo schermo e racconta l'inevitabilità del male con un sottile velo di perplessità impresso nel suo sguardo. La recitazione di tutti è lineare e totalmente priva di enfasi. Gli attori iracheni meritano un doppio plauso per le inevitabili difficoltà d'approccio a un teatro lontano dalle loro tradizioni.
Commovente, alla fine, il gesto degli attori europei che danno le spalle al pubblico per applaudire i loro compagni di squadra lontani che appaiono sullo schermo. Prova evidente che il teatro, quando è di alto spessore, possa creare un ponte comunicativo anche tra civiltà molto diverse tra loro.
Scheda tecnica
ORESTES IN MOSUL, per la drammaturgia di Stefan Bläske.
Testo: Milo Rau & ensamble. Film: Daniel Demoustier, Moritz von Dungern. Scene: ruimtevaarders. Costumi: An De Mol. Luci: Dennis Diels. Direttore di scena: Marijn Vlaeminck. Tecnica video: Stijn Pauwels. Direzione tecnica luci: Dennis Diels, Geert De Rodder. Montaggio: Joris Vertenten. Composizione musicale e arrangiamenti: Saskia Venegas Aernoudt. Tecnico del suono: Dimitri Devos. Creazione sovratitoli: Eline Banken. Sovratitoli: Suarez Sanchez, Katelijne Laevens. Assistente alla regia: Katelijne Laevens. Direttore tecnico: Jeroen Vanhoutte. Stiliste: Micheline D'Hertoge, Nancy Colman. Stagisti in drammaturgia: Eline Banken, Liam Rees. Stagisti in assistenza alla regia: Bo Alfaro Decreton.
Con: Marijke Pinoy, Durald Ghaieb, Elsie de Brauw, Bert Luppes, Susana Abdul Majid, Risto Kubar, Johan Leysen. Attori in video: Baraa Ali, Kitram Idress, Khalid Rawi. Musicisti in video: Zaidun Haitham, Suleik Salim Al-Khabbaz, Firas Atraqchi, Saif Al-Taee, Nabeel Atraqchi. Coro in video: Mustafa Dargham, Rayan Shihab Ahmed, Ahmed Abdul Razzaq Hussein, Abdallah Nawfal, Younis Anad Gabori, Hatal Al-Hianey, Hassan Taha, Mohamed Saalim.
Regia di Milo Rau.
Direttore di produzione: Noemi Suarez Sanchez.
Coproduttori: Romaeuropa Festival, Shaulspielhaus Bochum, Tandem Scène Nationale con il supporto di The Belgian Tax Shelter.
Visto in prima nazionale il 23 ottobre 2019 al Teatro Argentina di Roma, nell'ambito di Romaeuropa Festival.