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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Pubblico in danza lieve tra ambigui specchi
La commedia degli equivoci, la commedia brillante, il vaudeville. Le maschere e la ‘Commedia dell’arte’ … Regola base è che ci sia una ‘peripezia ben temperata’, e che sia chiaro che tutto finirà bene. Tutto come prima?
No … La commedia non rompe il sipario verso l’abisso, come dramma e tragedia, ma con saggezza e sorriso mostra il risaputo, con più o meno forti tinte comiche, satiriche, ilari, ironiche … Il mondo non è messo in questione, ma qualcosa viene portato a coscienza, e qualcosa riparato. Tutto è riparabile verso il lieto fine, anche se sullo sfondo permane il quadro beffardo dipinto della realtà qual è, di cui il lieto fine è solo consolatoria parentesi di rettifica, che quel quadro a ben vedere non modifica.
E i personaggi? Sono vere persone, o personificano? Dalla Commedia dell’arte, a Goldoni, alla commedia di carattere, ai tipi, ai caratteristi che animano il teatro e il cinema realistici nelle figure apparentemente minori, e che spesso sono abilissimi e consumati attori: l’evoluzione è lunga, sinusoidale, contradditoria, senza che nulla veramente si perda. Aumenta solo la gamma della scelta. Talvolta il tipo, regredisce alla maschera, quasi all’archetipo, talvolta degenera in ‘macchietta’, talvolta, come in Molière, il carattere si approfondisce con tratti epici tragicomici.
Ma fondamentale resta in questo tipo di teatro la questione del ritmo, il ritmo della costruzione degli equivoci, delle agnizioni, delle gags e delle battute. E il grado di necessario ammicco al pubblico, che deve sentirsi ‘sulla scena’, deve potersi dire è proprio così, e va tutto bene. Eccitarsi di una lieve lecita trasgressione, ma sentire che la regola verrà confermata. Una cosa che poi poco si sottolinea è come il Novecento abbia a suo modo creato delle nuove ‘maschere’ nella vasta gamma tra micro nevrosi e microtrasgressione.
Ma qual è la regola di fondo che governa questo nuovo mondo, di fine Novecento, ed il suo mascherificio? Di base resta il bon ton della saggezza media. Ma la regola è che il sesso esiste, e non bisogna avere pregiudizi. Il buon disinvolto cittadino medio vuole il sesso, e non si scandalizza di niente. Purché resti la nostalgia dell’amore, e che il sesso si integri all’amore. E i genitori in fondo vogliono il bene dei figli, che non corrisponde però più come un tempo, al decoro, allo status e alla dissimulazione o all’accantonamento del desiderio, né alla succubità permanente dei figli ai genitori, in chiave patrio-matriarcale, severa o infantilizzante. No. Ora la figura del padre si è quasi dissolta, e i genitori sono buoni amici e camerati, che vedono e vogliono con saggezza la felicità dei figli: il vero amore sessuo-romantico.
E’ questo l’assunto di fondo che innerva con ironia leggera l’abile pièce di Emiliano Ciavardini (testo e regia), ‘Mezzamela’ andata in scena al ‘Teatro degli Eroi ‘ (Roma, 7-9 giugno 2019), un testo ben calibrato per tempi, controtempi, ritmo. Fluido leggero e di intelligente bonomia. La storia che fa da pretesto è semplice. Tre donne tra i 40 e i 50. Tre donne sospese tra false e inconcludenti, frustranti, relazioni. Tre donne un po’ represse e un po’ deluse. Si troveranno a scambiarsi esperienze, confessioni, recriminazioni e poi amicizia perché due di loro diventeranno affittuarie di Agostina che, morta la madre, e con debiti col fisco, è costretta per un po’ a subaffittare, su consiglio della portiera, il ‘Figaro’ della situazione. Si chiama simbolicamente ‘Gioia’, ed è portatrice del buon senso popolare.
Dopo una serie di gag ed equivoci, tutte si rassegneranno a stare senza la ‘mezzamela’, l’anima gemella (del resto gli uomini ‘a che servono‘, atto II, scena 15), salvo la protagonista, per cui forse sta nascendo qualcosa.

Ma dicevamo, le nuove maschere. C’è la psicologa new age (Elisa), intelligente ma anche goffa e cerebrotica, e piena di problemi, come ama immaginarsela il pubblico, per abbassare il prestigio della funzione. E c’è la attardata romantica (Luigia). E infine, più complessa, un ‘carattere’, la protagonista, la immatura ed illusa che si appresta al percorso di crescita (Agostina). E poi il coro dei servi di scena: la madre buona e melensa (Susanna), la amministratrice perfida e rigida (la Calisti), la portiera tuttofare (Gioia), il vecchio bavoso e fedifrago (Ernesto), il bellimbusto ingenuo (Franco, il ragazzo dell’agenzia immobiliare - l’amoroso).
La pièce si apre con un monologo delle tre protagoniste – frontali sulla scena – illuminate a turno da coni di luce. Parlano con lo psicoterapeuta o con gli avvocati, esprimendo il problema centrale. Per Luigia ed Elisa il divorzio. Per Agostina rabbia, frustrazione, attesa e inadeguatezza. Seguono sei scene brevi, che impostano le premesse dei fatti, e sono centrate ciascuna su una coppia di personaggi, di cui fungono da prima presentazione. Una costruzione abile e veloce. Nell’ottava scena i tempi si dilatano, e irrompono le due deuteragoniste. E Ciavardini si sbizzarrisce a sciorinare gags fisiche e verbali, facendo decollare il meccanismo teatrale. Vediamo così i lati compulsivi nevrotici fobici di Elisa, la psicologa, che mette ossessivamente in fila le cose, e che si arma di maschera guanti aspirapolvere portatile, per disinfestare dalla polvere. A questa gag fisica si somma in crescendo l’equivoco che vede Luigia, già lì e spaventata dal rumore, aggredire con uno spray al peperoncino la malcapitata.
Segue un dialogo surreale, dove, premesso che entrambe hanno da ‘smaltire un fallimento, Elisa si impanca a psicanalizzare Luigia, definendola paranoica, romantica e ‘Timida donna di circa cinquant’anni, avulsa dall’amore fino alla soglia della menopausa’.
Se Luigia qui ha la funzione del Pierrot triste, della spalla ingenua, che fa risaltare l’assurdità della ‘predicazione esperta’, psicosessuotecnica e inconsapevolmente ridicola di Elisa, che Anna Maria Angrisani interpreta con abile imperturbabilità, è nella scena successiva - avendo come reagente la rigidità macchiettisticamente amplificata della amministratrice del condominio, la Calisti (magistralmente burattinizzata da Laura Zurzolo) – che la comicità esplode in accelerazione, per slittamenti. Elisa comincia dicendo della Calisti, in successione … ‘Sindrome sessopenica / Non tromba / Non conosce uomo (un ammicco a ciò che il pubblico pensa dei rigidi) .. Poi da questo slitta a chiedere a Luigia da quanto non riceva un invito..
‘Ah beh, dal ’98 / C’era ancora Clinton / C’era già Berlusconi ‘ … dove la connotazione dei due presidenti serve a colorire comicamente e allusivamente la ‘sfiga’ di Luigia. Poi con veloce giravolta Elisa la invita ad una uscita ‘con tacco dodici !!!’ (altro ammicco al pubblico su cosa sia la vera femmina per gli uomini).
E si potrebbe continuare. Ma sostanzialmente sono due le ‘macchine dell’equivoco’ che permettono il dispiegarsi ritmico di ulteriori giri comici.
Da un lato l’equivoco per cui Elisa e Luigia vengono prese da tutti per un coppia lesbica. E come dicevo, per gli assunti di base, nessuno si scandalizza.
Dall’altro, invitatolo a cena, la rivelazione che il fidanzato di Agostina, Ernesto (onesta ma un po’ macchiettistica l’interpretazione di Piero Grasso), è il marito di Luigia. Verrà allora prima sostituito da Franco (il giovane dell’agenzia), e poi smascherato progressivamente.
E Luigia (Patrizia Magionesi) passerà - con toni dolenti e intimisticamente ben recitati - dalla tentazione di ritentare l’amore con lui, all’espulsione.
Ma forse Agostina e Franco nella finta della sostituzione si sono innamorati.

In una coda meno farsesca poi - dato che alla fine il testo sembra avere una svolta lievemente moraleggiante (o comunque più ‘realistica’) – le donne litigano, perché Agostina in fondo è l’amante, la nemica ruba uomini. Salvo poi - mentore una diplomatica e meno macchiettistica funzione esercitata da Elisa – accantonare il conflitto i nome di una comune solidarietà femminile anti maschile. In questa scena emerge più che altrove – filo sottile che scorre per tutta la pièce – lo sbigottimento di Agostina (Mariarita Andreani), la cui recitazione è abilmente più sottotono, nel suo percorso di crescita tra fantasma materno e folla di mentori.
Di fondo comunque in questo testo si combattono luoghi comuni e realtà.
Il sesso è fondamentale; degli uomini si può fare a meno; ma si resta sole; ma c’è l’amicizia tra donne: non tutti trovano la propria ‘mezzamela’; ma vale la pena di cercarla …
E forse si trova.
E dietro la favola del lieto fine sorride il risaputo, che in realtà cioè niente funziona, e che le donne sono sole. E che degli uomini - usando al rovescio le parole mozartiane - si può dire che, come Ernesto … ‘Così fan tutti’ ... Tradiscono, trascurano, non ti vedono.
Certo … in tutto ciò sempre un ammicco al pubblico, elettivamente femminile, che lascia fuori ogni ipotesi di spessore su un possibile maschio ‘complesso’ …
Persona.
La scena, tradizionale, borghese, per flussi orizzontali e calibrati stacchi di luce, scorre veloce, e il gioco è piacevole. Per tutti.
Scheda tecnica
Mezzamela, Teatro degli Eroi, Roma, 7-9 giugno 2019.
Testo e regia: Emiliano Ciavardini Aiuto Regia: Mariarita Andreani. Costumi: Anna Maria Angrisani.
Attori: Anna Maria Angrisani, Mariarita Andreani, Patrizia Magionesi, Piero Grasso, Daniela Marcuccilli, Barbara Pizzuco, Enzo Belfiore, Laura Zurzolo.