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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Introduzione
Sebbene concettualmente l'ascensore esista sin dai tempi del Colosseo, la progettazione di questo spazio in movimento che conosciamo e utilizziamo quotidianamente affonda le sue radici nell'800, momento in cui è stato possibile automatizzarlo grazie alle tecnologie post seconda rivoluzione industriale. La scatola magica che permette di spostarci da un livello all'altro degli edifici ha esercitato ed esercita tutt'ora un certo fascino per registi teatrali e cinematografici.

Stupore e spavento, in ascensore e al cinema
«ascensóre s. m. [dal fr. ascenseur, der. del lat. ascendĕre «salire», supino ascensum]. – 1. Impianto di sollevamento per persone da un piano all’altro negli edifici o, più in generale, fra punti di diverso livello, costituito essenzialmente da una cabina che scorre verticalmente tra due guide, sostenuta da funi d’acciaio che si avvolgono su un argano, generalm. elettrico (a. elettrico); l’analogo impianto per il sollevamento di cose si chiama montacarichi» dal vocabolario Treccani
Come da definizione, l’ascensore è semplicemente descrivibile come quella struttura che permette agli interessati di percorrere verticalmente l’interno di un edificio tramite uno spazio mobile regolato da un meccanismo. La stessa definizione evidenzia due elementi significativi: il primo, riferito al montacarichi, ci riporta al fatto che la storia dell’ascensore ha inizio intorno al terzo millennio a.C., epoca cui risalgono i reperti di meccanismi simili ad ascensori che funzionavano con energia umana, animale o idraulica. Il secondo dato da rilevare: dall’Ottocento l’ascensore ha iniziato ad avere una configurazione ancora più simile alle strutture attuali. È sempre a partire dall’Ottocento che la necessità di permettere l’agevole fruizione di edifici più alti di quattro piani avvertita in America fa sì che Elisha Otis inventi il dispositivo di sicurezza che permette all’ascensore di essere un luogo sicuro anche dai piani più alti.
Come i più complessi congegni tecnologici, anche l’ascensore moderno sembra il mezzo con cui compiere una magia, permettendo a chi ne ha bisogno di spostarsi da un piano all’altro senza fatica e facendo sì che si scompaia dalla vista dell’altro – o che ce ne si allontani, in caso di quelli di vetro. Se si trascura l’aspetto meccanico che fa accedere questo processo, sembra quasi illusionismo. Come il cinema nella sua “preistoria”1, anche l’ascensore è una scatola in cui ci sono delle immagini in movimento. Questi sono alcuni dei motivi per il quale l’ascensore è scenario determinante di molti film e serie.
In questa sede si intende approfondire alcuni momenti della storia del cinema italiano in cui l’ascensore è uno spazio che condiziona gli episodi e la loro narrazione. Prima, però, va chiarito che oltre a stimolare l’immaginazione di per sé, l’ascensore – o meglio, il congegno di sicurezza di Otis che permette di utilizzarlo in modo sicuro - viene presentato sin dall’Ottocento in una veste spettacolare. Lo spiega bene Rem Koolhaas che, ripercorrendo la storia di New York, scrive: «Elisha Otis, l’inventore, monta su una piattaforma che sale: questo sembra costituire il nucleo principale della dimostrazione. Ma non appena ha raggiunto il punto più alto, un assistente di Otis lo raggiunge porgendogli un coltello su un cuscino di velluto. L’inventore afferra il coltello, intenzionato ad aggredire l’elemento cruciale della sua stessa invenzione: il cavo che ha sollevato fino alla sommità la piattaforma e che ne impedisce la caduta. Otis recide il cavo; questo si spezza. Non accade nulla, né alla piattaforma, né all’inventore. Invisibili ganci di sicurezza – l’essenza dell’ingegno di Otis – impediscono alla piattaforma di ricongiungersi alla superficie della terra. Così Otis introduce un’invenzione all’interno della teatralità urbana: l’anticlimax come finale, il non-evento come trionfo» (Koolhaas 2000, p. 23). (Fig. 1)
L’esordio dell’ascensore nella quotidianità urbana sembra non essere molto differente da quello della prima proiezione: anche lì è il non-evento (la mancata uscita del treno dal telo di proiezione) a fare notizia2. Tanto il congegno di Otis quanto la proiezione della prima pellicola generano nel pubblico un misto di stupore e paura, probabilmente perché, tornando a Koolhaas, «ogni invenzione tecnologica porta con sé una doppia immagine: incluso nel suo successo vi è anche lo spettro del suo possibile fallimento» (Koolhaas 2000, p. 23). Proprio lo spettro del fallimento dell’ascensore è ciò che rende questo spazio ancora più spettacolare. A prescindere dalla similitudine di esordio, infatti, la spettacolarità dell’ascensore ha trovato in poco tempo spazio in film che hanno fatto di pochi metri quadri il fulcro della loro trama – basti pensare alla pellicola francese “Ascensore per il patibolo” (1958, Malle) o a quella olandese “L’ascensore” (1983, Maas). A partire dagli anni ’50, anche molti noti registi italiani si sono confrontati con questo spazio esiguo, declinandone la spettacolarità nei modi più disparati.
Cenni di storia dell’ascensore nel cinema italiano

Il primo momento considerato è “Cronaca di un amore” (1950, Antonioni). A essere messo in discussione non è l’ascensore in sé ma lo spazio necessario al suo funzionamento, quello che probabilmente terrorizza più dell’eventuale malfunzionamento e del rimanervi bloccati (Fig. 2). L’agente segreto Carloni, assunto dall’ingegnere Enrico Fontana (Ferdinando Sarmi) per condurre indagini sulla moglie Paola Molon (Lucia Bosè), scopre che quest’ultima è complice di una peculiare omissione di soccorso che ha portato alla morte della fidanzata di un suo vecchio amore. La fidanzata di Guido è precipitata nella tromba dell’ascensore sotto i loro occhi.
Nel giro di pochi anni, lo stesso tipo di incidente viene proposto da una prospettiva totalmente diversa in un film la cui trama è costruita attorno all’ascensore. Si tratta de “Il vedovo” (1959, Risi; Venier ne ha fatto un rifacimento nel 2013 intitolato “Aspirante Vedovo”) il cui protagonista è proprio uno sfortunato imprenditore di una ditta di ascensori Alberto Nardi (Alberto Sordi). All’inizio del film, ispirato a un fatto di cronaca conosciuto come “Il mistero via Monaci”, Nardi è chiamato a risolvere un problema dovuto a un ascensore della ditta, precipitato in seguito al malfunzionamento del sistema di sicurezza brevettato dall’ingegnere impiegato della ditta, Fritzmayer (Fig. 3). Dopo diversi avvenimenti, diventa chiaro che si tratta dello stesso malfunzionamento necessario all’organizzazione dell’omicidio della moglie di Nardi. La fallibilità della tecnologia dell’ascensore, in questo caso nella iconica Torre Velasca, traducendo su pellicola un timore e un fatto relativamente comuni all’epoca, diventa la possibilità di far precipitare Elvira, la moglie di Nardi, nel vano ascensore vuoto.


Il buio dell’ascensore e la misteriosità del suo funzionamento ispirano per molto tempo scenari da black humor o da horror. Infatti, il terzo momento da fissare nella storia dell’ascensore nel cinema italiano è il 1975. Nelle sale arriva “Profondo Rosso”, il giro di boa della carriera di Dario Argento (Fig. 4). L’ascensore ha un ruolo fondamentale nella scena finale, celebre anche per la colonna sonora composta dai Goblin e Giorgio Gaslini. L’omicidio dell’ultima scena avviene proprio con l’ausilio della tecnologia dell’ascensore, che in questo caso funziona correttamente. Impigliata nella porta in ferro, la collana strangola Marta (Clara Calamai) dopo che Marc (David Hemmings) ha premuto il tasto di chiamata al piano per azionare l’ascensore, un ascensore la cui presenza è denunciata dai cavi e dal buio del vano in contrasto con l’inferriata che contraddistingue la porta, fatta in quel modo anche per consentire l’impiglio della collana. I cavi del macchinario, contrapposti alla collana, mettono in scena la contrapposizione tra l’umano e la macchina come strumento letale. Anche l’ascensore rientra tra le macchine utilizzate quotidianamente di cui, da semplice fruitore, non si conosce né si sa riprodurre il funzionamento. Si è obbligati ad affidarvisi e i film presi in considerazione mostrano come questo affidamento non sia mai totale. Anzi. La consapevolezza della fallibilità fa sì che addirittura si possa pianificare un omicidio contando sul funzionamento o malfunzionamento dell’ascensore.
Con “Così parlo Bellavista” (1984, De Crescenzo), viene finalmente mostrata un'altra importante caratteristica dell’ascensore moderno: l’essere uno spazio condiviso (Fig. 5). Al centro del testo così come del film, l’ascensore viene costantemente nominato dai condomini che non possono servirsene poiché fin troppo spesso guasto. Quei pochi metri quadri, però, non sono solo una necessità avvertita dai condòmini ma sono anche lo spazio in cui si crea finalmente confidenza tra il professore Bellavista e l’inquilino milanese Cazzaniga. Quando i due restano bloccati in quello spazio, si crea la situazione adatta in cui Bellavista e Cazzaniga si raccontano della loro infanzia, delle loro tradizioni, dei loro Natali passati. La problematicità di uno spazio tanto ristretto e necessariamente condiviso nei condomìni attuali è trattata anche nel film, tratto dall’omonimo libro di Amara Lakhous, “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” (2010, Toso). In questa occasione, l’ascensore passa dall’essere luogo di un delitto allo spazio meditativo di uno degli inquilini del palazzo (Fig. 6). Necessità quotidiana, è l’ossessione di ogni condomino che lo vorrebbe regolato come se fosse proprietà privata. Neanche stavolta l’ascensore riesce ad affrancarsi dal timore che suscita in chi lo abita o vede per pochi momenti ogni giorno. Uno dei personaggi lo definisce «una tomba stretta senza finestre»3.
Non trascorre molto tempo prima che l’intimità data dall’ascensore diventi scenario dell’immaginario erotico e sentimentale. Un esempio, in tal senso, è negli ultimi minuti di “Io e lei” (2015, Tognazzi), un tributo al femminile di “Il vizietto” (1978, Molinaro), in cui dopo diversi dubbi le due protagoniste Federica (Margherita Buy) e Marina (Sabrina Ferilli) decidono di stare insieme dandosi un bacio appassionato proprio in ascensore (Fig. 7).


Conclusione
I film considerati mostrano la capacità, da parte di chi li ha realizzati, di riuscire a focalizzarsi, attraverso il grande schermo, su uno spazio tanto oggi quotidiano quanto poco considerato. La complessità dei pochi metri in grado di mutare lo scorrimento di una giornata o un’intera vicenda è tale da fare sì che in ogni film l’ascensore venga reinterpretato ora in quanto meccanismo ora in quanto spazio interno da abitare nella sua temporaneità. Ciò che emerge è che, generalmente, i registi rivelano il meccanismo dell’ascensore per gli incidenti e il suo interno per mostrare la possibilità di intimità data da quel tipo di spazio.
È doveroso, infine, precisare che anche nelle altre forme d’arte il riferimento all’ascensore non manca: lo dimostrano alcuni racconti di Roal Dahl come l’attenzione posta alla musica degli ascensori – categorizzata come elevator music, un sottogenere della musica ambient. Inoltre, anche l’arte visiva non cinematografica propone casi come la mostra “Living in Lift”, svoltasi in diverse città italiane tra il 2012 e il 2013, o l’opera audio-video di Antonio Mastrogiacomo “Lascendiamo” (2015), in cui l’ascensore è considerato in relazione alle grandi strutture e infrastrutture.
Bibliografia
S. Bernardi, L’avventura del cinematografo, Marsilio, Venezia, 2007;
R. Dahl, Il grande ascensore di cristallo, Salani, Milano, 2003;
R. Dahl, L’ascesa al cielo in Tutti i racconti, Longanesi, Milano, 2009;
R. Koolhaas, Delirious New York, Mondadori, Milano, 2000;
A. Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, e/o, Roma, 2006;
G. Rondolino, Storia del cinema_1, UTET, Torino, 2012.
Sitografia
http://www.treccani.it/vocabolario/ascensore/, consultata in data 08/05/2019;
https://ascensoristi.com/storia-dellascensore/, consultata in data 28/08/2018;
http://20temporanea14.wordpress.com , consultata in data 09/05/2019.
Filmografia (IT)
"Cronaca di un amore" (1950, Michelangelo Antonioni);
"Il vedovo" (1959, Dino Risi);
"Profondo Rosso" (1975, Dario Argento);
"Così parlò Bellavista" (1984, Luciano De Crescenzo);
"Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio" (2010, Isotta Toso);
"Io e lei" (2015, Maria Sole Tognazzi);
“Aspirante Vedovo” (2013, Massimo Venier).
Filmografia (internazionale)
“Ascensore per il patibolo” (Louis Malle, 1958);
“Il vizietto” (1978, Édouard Molinaro);
“L’ascensore” (Dick Maas, 1983);
“Irrational Man” (Woody Allen, 2015).
Note al testo
1«Gli spettacoli ottici cominciarono a comparire già nel Seicento, nelle case signorili o nelle feste popolari. La lanterna magica era la più misteriosa. Probabilmente veniva dalla Cina, dai giochi di ombre cinesi, che sono i veri antenati del cinema. Era una scatola con una candela dentro e una lente anteriore, che proiettava sulle pareti di una sala buia delle figure disegnate su un vetro». S. Bernardo, L’avventura del cinematografo, Marsilio, Venezia, 2007, p. 16.
2Si veda G. Rondolino, Storia del cinema_1, UTET, Torino, 2012, pp. XI-17.