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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Superlativo, Paolo Oricco, nella performance di Una relazione per l'Accademia di Kafka curata dai Marcido Marcidorjs e andata in scena nell'intimo spazio Numero Cromatico di Roma.
Più che di spettacolo, si dovrebbe parlare di intenso rito teatrale in cui gli spettatori, ammassati davanti ad una semplice pedana di legno, vengono catturati da infinite percezioni trasmesse direttamente dal corpo dell'attore. Il testo si incarna nella sua persona che da quello prende il mutevole ritmo scenico, traducendone e potenziandone il senso attraverso un'infinita varietà di sfumature gestuali e millimetriche metamorfosi della mimica facciale.
Diretto dal grande Marco Isidori e dipinto e abbigliato dalla geniale Daniela Dal Cin, l'attore è la scimmia umana che racconta la sua trasformazione da animale libero a mediocre europeo civilizzato.

L'apologo filosofico kafkiano (1917), scritto in prima persona, è ferocemente distopico ed è caratterizzato da un continuo fluire dal passato della scimmia, catturata durante una spedizione di caccia, al suo presente di saltimbanco circense. Ed è proprio questo flusso e riflusso di coscienza che prende forma scenica attraverso il corpo e il sudore dell'attore.
Lo si percepisce sin dall'inizio, con l'attore accovacciato di spalle in un atteggiamento scimmiesco che, all'improvviso, si gira con un balzo difronte agli spettatori. Il volto e i polpacci sono imbrattati di nero, un paio di pantaloncini sportivi e una giacca da uomo si intravedono sotto un manto di lana multicolore che, con i suoi fili sporgenti, fa pensare, appunto, alla pelliccia di una scimmia. Per un po' questa strana creatura rimane immobile. Poi la faccia grottesca accenna minimi mutamenti di espressione, quasi impercettibili. Infine l'improvviso salto in alto dell' Homo Erectus.

Il racconto scorre a ritmo sostenuto, sciorinando lontani ricordi riportati da altri e riflessioni maturate nel tempo che costringono l'attore a un dinamico accordo della vocalità con il gesto. Gesto che a volte contraddice il senso delle frasi. Dice di non aver memoria delle sue origini scimmiesche, ma le sue boccacce, le sue grattatine e i movimenti delle braccia sembrano tradirlo e, allo stesso tempo sembrano voler confermare in modo farsesco le teorie di Darwin.
Ha scelto di evolversi in un essere umano soltanto per trovare una via d'uscita. Una volta messo in gabbia non poteva ambire alla libertà. Tanto meglio imitare gli umani che, lo dice per inciso, tanto liberi non sono. Come il Caliban shakespeariano impara a bere acquavite dai marinai del bastimento diretto in Europa. Una volta giunto alla meta evita lo zoo e si lancia nel varietà. Con sforzo e tenacia apprende il mestiere, perché " si impara bene quando si è obbligati ", frase che, inevitabilmente, rimanda all'arduo mestiere dell'attore. Dagli addestratori ha imparato a rappresentare con parole umane e quindi " con pocaesattezza " quello che in passato provava come scimmia. Gli animali pensano con la pancia, ma l'uomo scimmia (o la scimmia umana) ha imparato a ragionare e, soprattutto, sembra aver acquisito un senso del Tempo. Non parla mai del malessere di vivere che ne consegue, ma questo lo si percepisce dalle sue ambigue espressioni facciali. Dice di essere soddisfatto dei suoi progressi, ma non ne esagera il valore. Sta al pubblico riflettere sugli eventuali giovamenti tratti dalla sua unica via di fuga e, più in generale, sulla condizione umana.
Scheda tecnica
UNA RELAZIONE PER L'ACCADEMIA, di Franz Kafka.
Con Paolo Oricco diretto da Marco Isidori.
Trucco, trucchi e “ Sipario delle Metamorfosi “ di Daniela Dal Cin.
Produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa 2017.
Visto a Numero Cromatico il 30 marzo 2019.