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1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Cafàrnao - Caos e Miracoli
Regia: Nadine Labaki
Cast: Zain Alrafeea, Boluwatife Treasure Bankole,
Yordanos Shiferaw, Fadi Youssef,
Alaa Chouchnieh, Nadine Labaki,
Kawsar Al Haddad, Cedra Izam,
Elias Khoury, Nour El Husseini
Distribuzione: Lucky Red
Dopo Caramel ed E ora dove andiamo? ritorna Nadine Labaki con il suo terzo lungometraggio insignito del Premio della Giuria all'ultimo Festival di Cannes. Anche stavolta la fascinosa regista libanese riesce a stregare lo spettatore, ma non con la sapienza della macchina da presa o la leggerezza dei toni della commedia, piuttosto con un racconto di formazione che coinvolge i recettori con la commozione e il pathos. Il titolo dell'opera in esame è Cafàrnao, appellativo di origine biblica che riguarda un'antica cittadina della Galilea prossima al lago di Tiberiade dove, secondo i Vangeli, Gesù risiedette dopo aver lasciato Nazareth. In questo luogo Cristo iniziò le sue predicazioni e realizzò svariati miracoli.
Nadine Labaki, tuttavia, interpreta con il significato di caos l'accezione derivata dal francese “Capharnaüm”, che si riferisce alla località menzionata, che venne maledetta dal Signore per l'indifferenza della popolazione nei confronti dei suoi insegnamenti. Ed è proprio il caos, la disarmonia, la confusione, l'inferno di Beirut - e del mondo - che viene messo in scena in questo dramma metropolitano. Le immagini dall'alto, per mezzo di un clone, ritraggono le terrazze degli slums dove centinaia di pneumatici punteggiano di nero quell'ammasso disordinato. E in basso, nel degrado dei vicoli e delle strade sudicie la mdp riprende a un metro da terra la precaria esistenza dei soggetti più deboli della catena umana: i bambini.

Cafàrnao - Caos e Miracoli (il titolo scelto dalla distribuzione italiana), dal prossimo11 aprile nelle sale, descrive uno di loro, Zain (Zain Alrafeea), dodicenne dai capelli arruffati e con il fuoco negli occhi. Esile e malnutrito, non si capisce dove tragga quella forza che gli consente di lavorare presso un emporio il cui proprietario, il trentenne Assaad, è anche colui che ha affittato - gratuitamente - l'appartamento alla sua numerosa famiglia. Zain non ha mai frequentato la scuola, e non possiede un documento di riconoscimento; è cresciuto per la strada, conosce le regole e l'arte di arrangiarsi, se la cava egregiamente e riesce sempre a rimediare qualche soldo, aiutando i suoi fratellini e i genitori, indolenti e rassegnati, i quali, lo ricambiano con percosse e parolacce, che per il ragazzino hanno ormai un suono affettuoso, gli ricordano di esistere.
Zain è anche molto legato alla sorella Sahar, di appena 11 anni, e mal sopporta le attenzioni di Assaad, il quale medita di sposarla; così, quando si accorge che i propri familiari la stanno di fatto cedendo al viscido padrone di casa, tenterà in ogni modo di sottrarla alle nozze, ma non vi riuscirà. Allora, costretto a fuggire di casa, capiterà in una realtà addirittura peggiore della precedente. Rahil (Yordanos Shiferaw), un'immigrata etiope priva di permesso di soggiorno, lo accoglierà amorevolmente nella propria baracca, in una bidonville di un'altra sconsolante periferia della capitale libanese. La donna tira a campare svolgendo ogni tipo di lavoro al fine di ottenere un documento che la regolarizzi, e nel contempo cerca di allevare meglio che può il piccolo Yonas, impersonato da Boluwatife Treasure Bankole, una bambina di quasi due anni.

Adesso Zain si occuperà del bambino mentre Rahil è al lavoro. Ma un giorno la donna non fa ritorno a casa: è stata arrestata dalla polizia insieme ad altri irregolari. Zain è ignaro, disorientato, ma resiste, accudendo il bambino come farebbe un fratello, anzi, come una madre. Ma alla fine è costretto ad affidare Yonas a un losco "commerciante di esseri umani", un tale Aspro, il quale, gli prospetta un espatrio clandestino in Svezia. Allora Zain è costretto - suo malgrado - a ritornare nella casa dei genitori per recuperare una qualunque carta che ne attesti l'identità, o almeno la nascita. In quel frangente, però, scopre che Sahar è morta a causa di un'emorragia durante la gravidanza.
Rabbioso e disperato, e armato di un coltello da cucina, si precipita da Assaad per ucciderlo, ma riuscirà solo a ferirlo. Le porte del carcere si schiuderanno per il ragazzino, condannato a cinque anni. La detenzione non preoccupa più di tanto Zain, avvezzo alla fame e agli stenti, alle prepotenze e alle sopraffazioni, e perfino agli scarafaggi. Ma un giorno, dalla prigione riuscirà a contattare una trasmissione televisiva che si occupa di problematiche relative all’infanzia e comunicherà in diretta le sue intenzioni di querelare i propri genitori per averlo messo al mondo. L'attenzione mediatica suscitata compie un primo miracolo: un avvocato (Nadine Labaki) raccoglierà le sue testimonianze, e il processo si svolgerà...
Risulta evidente che il paradosso del figlio che denuncia i genitori di incapacità nell'allevare e curare i figli, ossia "di mancato amore", rappresenti l'allegoria di un malessere esistenziale ben più diffuso in ampi strati di popolazione, e in ogni angolo del pianeta. Il tema dell'infanzia violata e maltrattata, sfruttata e malnutrita, costretta a sopravvivere nelle insalubri baraccopoli alla stregua di ratti o scarafaggi, ostaggio della malavita e dei suoi codici mafiosi, privata della scuola e della salute, e perfino del diritto di esitere, ovvero possedere un'identità che almeno consentirebbe il minimo accesso ai servizi di base, inCafàrnao costituisce la trama entro la quale si intrecciano come fili d'ordito le miserevoli condizioni dei poveri e degli emarginati, dei rifugiati e degli emigrati clandestini, i pregiudizi religiosi e il fatalismo delle tradizioni, il problema razziale e l'intolleranza...

I toni del racconto non vengono amplificati né dalla direzione, che evita le scene di cruda violenza, né da un montaggio concitato, e tantomeno da una sceneggiatura che intenda dimostrare una tesi preconfezionata. Il crescendo drammatico viene, al contrario, ottenuto per mezzo di una naturale interazione tra i due principali protagonisti bambini, e grazie al ricorso del viaggio inteso come percorso formativo a ostacoli, come resistenza al dolore, lotta contro il destino, che ha il fine di giungere a una inevitabile "deflagrazione dell'io", cioè a una sorta di catarsi, suggellata dall'inquadratura conclusiva del film, un primissimo piano di Zain: il ritratto silenzioso di un urlo...
La spontaneità e la naturalezza di questa recitazione richiama alla memoria la vita struggente dei ragazzini di Sciuscià e di Ladri di biciclette, o al neorealismo iraniano; e lo scarmigliato interprete che molti hanno associato ad Antoine Doinel de I 400 colpiviene pedinato con meticolosità dickensiana da Nadine Labaki, come in un film dei fratelli Dardenne. Inoltre, questa memorabile figura infantile realizza il meglio di sé quando si trova a dover badare al piccolo etiope, anch'egli dotato di una gamma di espressioni meravigliose e sorprendenti. È il lirismo dei volti, poesia che emoziona e commuove, e che per ampi tratti ci ricorda Jackie Coogan, l'interprete de Il monello di Chaplin.