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Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.
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Regia minimalista. Un corpo nudo nello spazio di un quadrato di tubolari che ne scandiscono con luci alterne (verde, blu, rosso) gli spasmi, i deliri, le alzate in volo, le ricadute.
Nero il pavimento e lo sfondo. Nudo su nudo.
Cartoline da casa mia è andato in scena prima a Napoli, e ora a marzo a Roma, prima al Mondrian Suite, a S.Lorenzo, e poi nel prezioso spazio della ‘Cappella Orsini’, che se forse violava un po’ con le sue pareti grondanti il minimalismo nudo della regia, con i tendaggi del retroscena forniva una dilatazione alla regia di luci di Marco Prato, esaltando la loro funzione di dilatazione ‘psicotronica’.
Bruno Petrosino - Fosco di nome in scena, e fosco ed elettrico tra timori tremori nel lampeggiare alterno dei suoi occhi, del tono della voce, delle svolte posturali - invade lo spazio psichico con fluida e crescente continuità, e tutto ... testo, luci, musica ... si riassorbono al servizio del sottotesto principale dello spettacolo: la presenza. Presenza scenica che è la manifestazione del bisogno di esistere, di dire che si esiste, o meglio di esistere senza bisogno di doverlo dire.
Bruno/Fosco agita con disperata presenza l’offesa dell’assenza, esorcizzandola, negandola, o al contrario idealizzandola come felicità. E poi, certo, ci vuole una ‘storia-metafora’, il pretesto narrativo per dispiegare la musica interiore. Fosco si è isolato da due anni in una stanza, con una feritoia sotto porta per il cibo, ed una minuscola finestrella per la luce. Fosco ripercorre traumi e genesi di una omosessualità sofferta.
Ma prima di scendere in questi dettagli ‘narrativi’, vorrei fare una digressione sul nudo in scena. E’ nudo d’anima ? Dopo un po’ non lo vedi più ? Non è più sessuale, nonostante il testo ruoti intorno al traumatico formarsi di una identità anche sessuale ?
Cos’è insomma la nudità ?
La nudità è pericolo ed intimità. E’ permetterti di ferirmi. Ma è anche oscena. Fuori scena. Non ammessa in scena. E’ osceno mostrare la verità del proprio essere, perché è un violento invito a dichiararsi deboli e desideranti. E ciò costituisce il rimosso della società maschile, etero centrica e patriarcale, del potere. Il nudo offende il potere e l’omertà su cui si fonda, il suo non detto implicito.
Perciò il nudo viene mercificato come prostituzione, come merce di scambio del potere. Per occultarne il ruolo sacrale, la sua sacralità eversiva.
Il nudo è la violenza della verità. E’ il divino che appare in scena nella sua incommensurabile terribilità, il divino che esplode in scena e ne distrugge i confini protettivi.. Osceno perché manifesta ciò che la scena del mondo occulta, travalica il palco, invade le anime … sradicandole dal mondo.

Il nudo che non è il nudo del corpo, ma che se è vera nudità usa la parola del corpo per cancellare l’equivoco del corpo … per trascenderlo... per farne quel ‘corpo glorioso’... di gioia e dolore... che è la cellula madre di quello che Artaud chiamava il ‘teatro della crudeltà’.
L’essere è crudeltà, se non lo occulto. E chiama crudelmente ad essere. Non ti permette di evadere e non guardarlo negli occhi. Il corpo glorioso di Artaud del resto è il corpo energia … cinesi e voce che esplodono in luce e tenebra. Epifania. Solo allora il teatro ritrova la sua natura etimologica, quella che lo indica come una teofania, un venire alla luce del dionisiaco, un manifestarsi alla luce delle forze terribili e ctonie dell’essere.
Petrosino è tutto ciò ? Parrebbe di dir troppo. Ma il troppo serve ad evidenziare la linea di discorso in cui si colloca il suo porsi in scena: intero prima che recitante.
E dunque il corpo in scena smette di essere sesso per diventare anima ? No. Resta sessualità, invadenza del corpo nel sé, sessualità come ferita dell’essere. E’ un corpo che si cerca: esplode in danze infantili e scomposte, si annusa le ascelle con sensuale torsione michelangiolesca, si raggomitola, cammina carponi, si accartoccia in piedi in introversioni da umiliato, frustato, abusato, umiliato, insicuro, depresso.
Ma, per usare un termine di Anzieu, che ne è del suo ‘Io pelle’ ?
La stanza di Fosco è la pelle che lui non è riuscito a formarsi. La sua è una pelle da scorticato, o a buchi (come nell’autismo), che teme l’intrusione, e non può reggere l’urto con la realtà. Il suo ritiro è il sogno di una libertà impossibile, benché maniacalmente asserita. Si dice felice, e continuamente si contraddice. Ogni frammento della storia sta nell’ambivalenza tra positivo e negativo, ma in un’ottica sadomaso di privazione, di identificazioni distorte, di amore per il persecutore, di dolente irraggiungibilità.
Fosco si ritira a rielaborare i suoi traumi, ma anche la circolarità della struttura fa pensare ad una rielaborazione infinita, e senza via d’uscita. Si inizia col fratello, e col fratello si chiude.
E’ un infinito ‘voyage autour de ma chambre’, per parafrasare De Maistre, e da quel viaggio Fosco invia impossibili cartoline ai protagonisti della sua sformata dolente formazione. Cartoline simbolo, cartoline delirio, tentativi di sentirsi in contatto benché isolati. Ma le cartoline in genere mostrano un luogo, dicono qualcosa del viaggio … E cosa dicono ? Dicono del pellegrinaggio nei luoghi del dolore, e di cosa la sua coscienza sembri trarne ora. Vale a dire … Si riscattano questi luoghi di dolore ? La pelle in frammenti nella coscienza si integra e ricuce ?
Fosco riesce finalmente ad appartenersi ? Sì e no. Il fratello abusante (la mano sulle palle) e prediletto, amato ed odiato, apre e chiude la piéce. Per lui poesie d’amore, ma lui gli ha rubato l’amore, quello genitoriale, ed il proprio. Questo fantasmatico e realissimo fratello è l’unico che riesce a mettere in crisi il diaframma tra intrusione e rapporto. ‘Entri … ? Esco io … ?’
Ma rimane una disperata petizione nel vuoto. Certo, lui prima, ed un bullo a scuola poi, sono alla radice di un piacere sessuale ora fatto proprio. Ma, come Fosco dirà ad un immaginario psicologo oltre l’uscio (delegato paterno alla normalizzazione), la sua non sa se sia depressione, ma certo non può derivare da mancanza d’amore, perché l’amore non lo ha mai avuto.
Fosco mente sapendo di mentire, o perlomeno è questione di come si girano le parole. Non è questione di amore avuto e poi tolto ? Forse.. Anche se la prima figura dopo il fratello è una madre che ‘non guarda più il suo corpo’, e alla quale si fa disperato appello. Lo guardi, ora, nudo !

Dunque una sottrazione c’è stata, che gli rende inaccettabile il suo corpo, e lo porta ad identificarsi con lei (mi tocco, come te). Identificazione poi negata nell’impossibile tentativo di sognare un corpo maschile, come quello paterno. Corpo che poi però da adolescente lo crocefigge di sudori e vergogna. Ogni cosa si annulla nell’impossibile adesione tra corpo e anima. Il corpo. Un estraneo in me, il mio doppio, qualcosa che ora in quella stanza Fosco ossessivamente cerca. Cerca di amarsi intero, di essere intero. Non può sempre amare soltanto quel ‘bambino dallo sguardo grigio e dal cuore in fiamme’.
Il piacere sessuale, quell’onta, quell’intrusione emotiva rimane la lingua intrusiva di un corpo estraneo, la memoria di un’intrusione la cui non integrabile emozione attende ancora di tradursi in relazionalità e amore.
E qui è forse la cifra più interessante (ed il rischio) sia del testo di Mocciola che dell’interpretazione di Petrosino. La sofferta altalena tra il bambino e l’adulto, un’altalena che, diciamolo subito, corre il rischio della ripetitività, ma che sa trasformarsi invece, nel testo, ma ancor più nella performance di Petrosino, in pulsazione crescente, ad onde, attraverso sapienti rinculi di pause e fragili stupori (il lato infantile) per poi risalire ‘wagnerianamente’, anche se al ritmo techno hard ossessivo e giugulare che sa imprimere il regista Marco Prato con le sue scelte musicali e il suo uso delle luci … talora dilaganti in stupore onirico, talora modulate in frenetiche alternanze stroboscopiche.

Un climax in tal senso si ha dopo la dolente apparente rivalsa confessionale di Fosco nei confronti del bullo … “Mi è piaciuto”. Bruno Petrosino è bravissimo ad entrare velocemente per un attimo, per sguardo e voce, in un desiderato guizzo di posseduta perversione (ora sono padrone di me.. adulto?). Ma sono i gesti successivi, e la musica, esplodendo, a contraddire le parole. Fosco era a terra, carponi. Ora esplode in piedi in scomposta danza frenetica, quasi epilettica, ma anche un po’ goffamente infantile. E’ la musica però, come una rabbia non integrata, ma che lo invade e lo possiede, a imporre una percezione altra. Marco Prato infatti sapientemente qui prende campionature ‘animalesche’ dai Fantomas, e le mixa agli scatenamenti di ‘Tempos de furia’, degli Hocico.
In questo frammento appare bene la tripartizione costante che innerva lo spettacolo. Da una parte, scissi tra loro, il bambino ferito e manipolato e la rabbia adulta a posteriori. Al centro bevi guizzi e illusioni di padronanza adulta, tra radiosità felice asserita, e rivalse e perversioni fatti propri. Dunque la saldatura non ci sarà mai. ‘La casa è dei miei. La stanza è miaaa’.. Lo urla al dottore. E quando alla fine dice disperatamente al fratello assente, ‘Esco io..’, nessuno gli crede davvero. E’ solitudine lancinante.
Fosco non si possiede. Crede di ribellarsi, ma affoga nei modi.
Ma Petrosino possiede bene il suo corpo, che riesce a trasformare in corpo ingenuo, corpo fetale, corpo frustrato, corpo sfidante. E soprattutto sa passare velocissimamente - con la voce, e con lampi degli occhi e introversioni oblique – per tutti i registri, dal tenero, allo sgomento, al violento, al derealizzato.
Anche se di fondo, direi, sa mantenere un corpo ‘ingenuo’, non ‘tecnico’, rendendolo naturale diaframma degli urti e delle variazioni emotivi, come un acquarello per voce e muscoli.
Gli spazi in cui vanno in scena sono sempre piccoli, e tutto ciò ti invade. Al termine sei intriso. E di solito, molti gli applausi, e calorosi.
Scheda tecnica
Cartoline da casa mia, regia di Marco Prato, testo di Antonio Mocciola, attore Bruno Petrosino.
Théâtre de Poche - Napoli, febbraio 2019
Mondrian Suite – Roma, 14, 15 marzo 2019
Cappella Orsini – Roma, 17, 18, 19 marzo 2019